Perché dobbiamo pagare per leggere le notizie online

Riprendo dal blog The Dish di Andrew Sullivan, che fa parte del sito di informazione giornalistica The Daily Beast (il giornale appartiene alla stessa società che edita Newsweek: The Newsweek Daily Beast Company), un post di due giorni fa sulla necessità di far pagare l’accesso ai contenuti dei siti giornalistici. Il confronto su questo tema è ripreso in questi giorni negli Stati Uniti dopo la notizia che il Washington Post si appresta a introdurre un paywall (il meccanismo per cui i visitatori del sito pagano).

La tabella che segue è la premessa di qualsiasi riflessione sull’argomento. Cliccateci sopra e ingranditela.

Ricavi pubblicitari quotidiani

Ricavi pubblicitari quotidiani

Si vede come è andata la raccolta della pubblicità nei quotidiani americani dal 1950 a oggi. Nell’ultimo tratto (gli ultimi 10 anni) viene aggiunta la curva rossa, che indica i ricavi pubblicitari complessivi dei giornali, inclusi quelli della raccolta di inserzioni nel sito della testata. La situazione non cambia di molto: è e rimane un disastro. Da questa amara constatazione, amara realtà, nasce la necessità per i quotidiani di trovare altre fonti di ricavo, pena la chiusura delle pubblicazioni. Agli editori non rimane che cercare di far pagare agli utenti di internet l’accesso al sito con le notizie. Naturalmente, come molti di voi sapranno, i meccanismi di paywall adottati sono intelligenti, e permettono ai visitatori meno assidui, o ai nuovi arrivati, di avere un assaggio dell’offerta informativa senza dover sborsare un centesimo (questo sistema si chiama meter). Per chi invece fa più di 10 o 20 visite al mese, scatta l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento o di acquistare i “pezzi”. Questa soluzione viene oggi presa in considerazione anche da The Daily Beast.

Nel post ci sono altre considerazioni sulla pubblicità. Si riportano le parole di The Economist, nel quale si è spiegato che i dollari della pubblicità sul digitale non riusciranno mai a compensare le perdite nella raccolta dei giornali di carta. Un problema a cui gli editori non hanno saputo trovare una soluzione nei 18 anni di attività digitali fin qui portate avanti. Di conseguenza i quotidiani dovranno in futuro essere meno dipendenti dalla pubblicità. Tradizionalmente la raccolta pubblicitaria ha contribuito per l’80% ai guadagni dei giornali americani. Mentre oggi il New York Times riceve il 55% dei ricavi  dalle diffusioni (le copie vendute in edicola o abbonamento). Nel 2001 era solo il 29%. Chiaramente cambia tutto, bisogna trovare un nuovo equilibrio tra spese e ricavi, o altre fonti di ricavo.

Nel post di Andrew Sullivan si ricorda che qualcosa di simile è successo alla radio negli anni Cinquanta. Con l’affermarsi della televisione, parte degli inserzionisti delle radio si spostò sul nuovo mezzo. Ma dopo l’euforia iniziale, molti tornarono alla radio, garantendo un certo livello di ricavi, seppur più basso del passato.

Leggete nel link al post in inglese di The Dish quali sono invece le previsioni per i giornali che stanno tentando la transizione al digitale. Chi avrà maggiori chance di sopravvivere?

M’interessa perché: 1) fotografa con grande lucidità e precisione l’impasse degli editori; 2) il paragone con altre transizioni del passato è uno strumento utile, da riutilizzare quando si parla di digitale: non c’è nulla di nuovo sotto il sole, per quanto il nuovo sembri rivoluzionario e dirompente.

Il punto: come trovare un nuovo equilibrio economico per fare giornalismo professionale.

Chi lo dice: «Andrew Sullivan sul suo blog The Dish. Sullivan è giornalista, scrittore, polemista britannico emigrato negli Usa, appartiene all’area conservatrice ma discute i temi dell’attualità con un punto di vista spesso liberal».

The Daily Beast: alla fine la gente pagherà per le news?

The Dish di Andrew Sullivan

The Dish di Andrew Sullivan

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