Andrew Sullivan, i blog e la qualità dei giornali

Uno dei più noti blogger degli Stati Uniti, Andrew Sullivan, lascia The Daily Beast/Newsweek, torna in proprio e adotta il paywall. Paghino i miei lettori, dice, perché avere pubblicità è più un problema che un vantaggio. Secondo Ken Doctor, autore di Newsonomics, la scelta di Sullivan conferma che i giornali digitali devono vivere soprattutto dei ricavi da abbonamenti e copie vendute.

Ken Doctor, Andrew Sullivan, sono due nomi noti per chi si occupa di editoria negli Stati Uniti.

Il primo è un ex giornalista, consulente, esperto di media e autore di un citatissimo studio sull’editoria dell’era digitale, Newsonomics. Scrive anche per il prestigioso Nieman Journalism Lab, da dove riprendo alcune riflessioni per questo post.

Il secondo, Sullivan, è il blogger del momento. Il suo The Dish mescola politica, commenti alle notizie del giorno, riflessioni sulla società americana, suggestioni culturali, concorsi per i lettori (famoso View from my Window, foto scattate dalla finestra di casa) e momenti di relax. Una formula di straordinario successo, una voce unica, una mente stimolante, di un inglese trapiantato negli States, studi a Oxford, coinvolto in politica già nell’Inghilterra della Thatcher, cattolico, omosessuale dichiarato, voce repubblicana fuori dai ranghi in America, penna prima del New York Times Magazine, poi di Atlantic, infine blogger seguitissimo che entra nella eccentrica casa editrice che mette insieme Newsweek e The Daily Beast. Date un’occhiata ai suoi post, a volte anche un’infografica, una delle numerose che potere vedere ogni giorno, aiuta a inquadrare un tema. Anche le foto colpiscono.

Andrew Sullivan, lo staff di Daily Dish e i beagle simbolo del blog

Andrew Sullivan, lo staff del Dish e i beagle simbolo del blog

 

Ma torniamo a Ken Doctor, che commenta la scelta di Sullivan di lasciare The Daily Beast dal primo febbraio 2013 e tornare alla attività indipendente, con il suo blog e un minuscolo staff, per cui ha chiesto ai suoi lettori di versare una quota annuale a partire dai 19 dollari, con l’obiettivo di raccoglierne almeno 900 mila, il minimo per proseguire da solo. Ecco, osserva Ken Doctor, anche un blogger, il blogger per antonomasia, ha bisogno di una precisa fonte di ricavo: il lettore. Altro che web libero e gratuito. Bisogna tornare ai contenuti a pagamento. La pubblicità, da sola, non basta. Anzi, per un blogger è un intralcio. Non perché sia un limite alla libertà di espressione (c’è anche questo, in parte), ma perché, dice Sullivan, sul digitale la pubblicità, per il momento, ostacola la lettura, infastidisce, allontana la gente.

Ken Doctor, analista dei media

Ken Doctor, analista dei media

Circulation, diffusioni, copie vendute: concetti che fino a qualche mese fa sembravano destinate all’estinzione, nel mondo digitale. Nel futuro prossimo venturo. Fossili del passato, dell’editoria di carta che va in edicola. Invece no, argomenta Ken Doctor.

 ”Circulation” — until recently a 20th-century term that looked like it was going the way of printing presses and coinboxes — is back, digitally enhanced for your viewing enjoyment.

I’ve called this (and celebrated it as) the revolution of reader revenue (Newsonomics). That revolution can not only help sustain high-quality media and those who produce it — it also reconnects journalists more directly with their readers, as Andrew Sullivan is now proving.

La pubblicità continua a essere una voce di ricavo rilevante, soprattutto per il giornalismo su scala industriale. Ma non è più la sola. Anzi, raccoglierla è sempre più difficile.

La pubblicità sul digitale, prosegue Ken Doctor, è in rapida crescita e nel 2012 ha superato la pubblicità sulla carta in Usa, Brasile, Russia e globalmente. Ma gli editori faticano a raccogliere questa pioggia miracolosa.

Il motivo è presto detto: cinque società (Google, Yahoo, Microsoft, Facebook, Aol) raccolgono il 64 per cento degli investimenti pubblicitari. Per gli editori tradizionali passati al digitale, o per i nuovi, rimangono briciole. Inoltre la grande disponibilità di spazi, esercita una pressione sui prezzi e chi fa pubblicità vuol pagare sempre meno. Certamente meno che sulla carta.

Ken Doctor conclude con questa osservazione. Gli editori, per sopravvivere nell’era digitale, devono offrire contenuti di qualità. E contenuti di qualità vuol dire qualcosa che non si trova facilmente altrove, su altri siti, in altre app, negli aggregatori di notizie. Altrimenti la gente non sarà disposta a pagare per abbonarsi, per comprare copie digitali, per scaricare app. Una voce originale (Cosa sono i periodici) e notizie nuove sul mondo o sulla propria comunità, il grande e il piccolo. E approfondimenti, commenti, database sulle nicchie di interesse. L’editore Gannett (è l’esempio di Ken Doctor) fa pagare per i suoi siti iperlocali. Non per un’altra delle sue testate, la più famosa: USA Today.

Ma c’è molto altro nell’articolo che vi invito a leggere.

Il punto: i giornali devono essere ripensati, nell’era digitale bisogna avere contenuti originali. Altrimenti (come si diceva?) «il giornale non vende».

Nieman Journalism Lab: paywall, bloggers e legacy company

The Guardian: Sullivan blogga da solo

Nieman Lab

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