Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

La ristrutturazione deve intervenire sul costo del management, che va sfoltito nei suoi molti livelli. Naturalmente bisogna anche integrare le varie aree di business per eliminare sovrapposizioni e favorire sinergie, rivedere la foliazione e la frequenza delle uscite dei giornali.

Bcg riporta che un editore americano di quotidiani ha ridotto i costi del 15%, 20% sfrondando il management.

Altre mosse sono il trasferimento all’estero in aree low-cost di determinate funzioni aziendali, l’esternalizzazione delle funzioni (dalle buste paga all’agenzia viaggi interna), una rivisitazione delle redazioni che cambi il rapporto tra giornalisti assunti e freelance (o il numero degli assunti in generale.

Un editore internazionale di periodici, dice Bcg, ha tagliato i costi della stampa dei giornali dal 5% al 9% spostando all’estero l’attività della tipografia.

È ragionevole attendersi dal complesso di queste operazioni un risparmio del 10-15% sui costi sostenuti dell’editore.

Stampa e distribuzione vanno portati all’esterno o condivisi attraverso alleanze con la concorrenza, perché il numero delle copie cartacee dei giornali è destinato a ridursi sempre più. E certo non è facile trovare acquirenti o partner in queste operazioni.

Ma l’obiettivo è avere aziende più leggere e snelle, che concentrino investimenti e attenzione sul cuore delle attività: i giornali.

C’è poi il tema dei ricavi. Ma questo lo rinvio alla prossima puntata.

3-Continua.

Da The Boston Consulting Group

BCG

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