Condé Nast annuncia investimento in e-commerce

Condé Nast annuncia oggi un accordo da 20 milioni di dollari con il sito di e-commerce Farfetch. Borse, abiti, gioielli, scarpe e tutti i prodotti esposti nelle vetrine del lusso entrano in rapporto diretto con uno dei più grandi editori di periodici. Appare questo per una media company l’unico modo per far soldi nel digitale. E sorgono le inevitabili discussioni sull’indipendenza di chi pubblica giornali.

Il digitale è il futuro dell’editoria, si dice. E subito si pensa a siti web e tablet.

Ma l’unico digitale buono, capace di generare nel breve periodo ricavi veri per gli editori, è legato all’e-commerce. Alla vendita di prodotti online. Questa sembra essere la regola per tutti gli editori che hanno successo in questo campo, sia che si parli di editori americani, i più entusiasti per tablet e contenuti giornalistici da diffondere nel digitale, sia tra gli editori tedeschi, quelli più attratti dalla possibilità di far soldi vendendo servizi e prodotti online. Tra i primi, Burda e Axel Springer.

Usciranno oggi a Parigi i dettagli dell’accordo tra Condé Nast (che a mesi pubblicherà anche in Francia la sua testata di punta Vanity Fair) e il portale dell’e-commerce Farfetch. L’investimento, che vede impegnati vari soci tra i quali l’editore americano fa la parte del leone, è pari a 20 milioni di dollari. Condé Nast diventa socio di una società che fa commercio online.

Borsette, abiti, gioielli, scarpe, tutti uniti dal tratto comune di appartenere alla gamma alta, quella del lusso, provengono, racconta il New York Times nell’articolo in link, da 250 boutiques, esibiscono sul banco 82 mila prodotti in vendita e hanno attratto lo scorso anno 150 mila acquirenti di 140 paesi che hanno speso in media 680 dollari per ciascun ordine.

Si tratta di un’attrazione fatale per un editore che pubblica Vanity Fair, Vogue, GQ.

Mille domande fioccano sulla separazione tra giornalismo e comunicazione pubblicitaria.

Editori e attività commerciali non sono stati, fino a oggi, di norma, uniti a livello societario.

I lettori, almeno quelli anglosassoni, pretendono che un giornale, seppur dell’area consumer, sia autonomo e indipendente rispetto agli inserzionisti (chi di noi andrebbe a mangiare in un ristorante segnalato a pieni voti da un portale giornalistico che, di quel ristorante, esibisse a tutta pagina la pubblicità?).

Ma gli italiani, si sa, non badano a queste cose, nonostante gli ordini dei giornalisti. E bisogna dire che negli Stati Uniti più dell’ordine professionale fa il lettore, pronto a punire l’editore che gli giocasse certi scherzetti. Come si diceva ieri, a proposito dell’Atlantic.

Il Punto: come i periodici possano ORA far ricavi nel digitale.

The New York Times: Condé Nast investe in e-commerce

thenewyorktimes

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