Gli inserzionisti pagano per avere articoli online, non pubblicità

Molto ripreso un pezzo pubblicato due giorni fa dal New York Times:

Sponsors Now Pay for Online Articles, Not Just Ads

Gli sponsor pagano per avere articoli online, non della semplice pubblicità.

Mi sono interrogato altre volte sulla mescolanza tra contenuti editoriali e pubblicitari nel digitale e sulla carta stampata.

La pubblicità, soprattutto nel digitale, ha perso efficacia, o non ne ha mai avuta di paragonabile a quella dei giornali di carta. Ora gli inserzionisti vogliono di più.

Il New York Times riferisce di una serie di articoli usciti sul sito americano di contenuti virali Mashable.com che sono stati commissionati da sponsor. Ma sono stati scritti dallo staff editoriale (giornalisti e collaboratori).

Centinaia di articoli.

Ci sono cascato anch’io, agli inizi di questo blog. Scambiavo per riflessioni sul giornalismo digitale alcuni articoli americani che erano chiaramente promozionali, perché scritti da dirigenti di società di consulenza, di società di servizi per l’editoria digitale, da sponsor vari. Ben fatti, contenevano analisi delle trasformazioni del mondo giornalistico. Ma erano fatti o pubblicati a pagamento.

«Sconvolgente, il lettore medio non sa distinguere tra un articolo di giornale e un pezzo infarcito di propaganda aziendale. Non gli interessa proprio fare una distinzione» ha commentato Andrew Sullivan, papà e blogger di The Daily Beast.

Riportano branded content, contenuti sponsorizzati, anche The Huffington Post, The Atlantic, The Washington Post, BuzzFeed e Business Insider.

Traduco ancora dall’articolo del New York Times. «I marchi sono ovunque e penetrano in territori un tempo riservati ai contenuti giornalistici. Ne hanno copiato il sapore e l’aspetto».

A parole si rinnova il credo nella separazione tra Stato e Chiesa. Nella realtà giornalismo e pubblicità vivono fianco a fianco.

Si fa l’esempio di un articolo sulla tecnologia Google Glass che è stato condiviso su Facebook e Twitter da 2000 utenti. I quali non erano minimamente interessati alla natura promozionale di quel contenuto. Gli piaceva e basta.

Mi piace. E basta.

Il Punto: le sempre più sottili barriere tra giornalismo e pubblicità.

The New York Times: gli inserzionisti pretendono di avere articoli, non semplice pubblicità

New York Times

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One thought on “Gli inserzionisti pagano per avere articoli online, non pubblicità

  1. […] #3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”. […]

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