I periodici sono superati o modernissimi?

Sollecitato da una persona che legge il mio blog, prendo in mano un’intervista pubblicata da Italia Oggi.

Parla Giacomo Moletto, amministratore di Hearst Magazines Italia, dirigente di grande concretezza.

L’intervista prende le mosse dal rilancio di Gioia, femminile storico, nato nel 1934. Detto per inciso, pochi si rendono conto che alcuni periodici italiani hanno una grande storia. Per dire, Rcs Mediagroup vuole sbarazzarsi di Novella 2000, nata nel 1919, e di A – Anna, femminile che continua la storia di Annabella, creata nel 1933.

Torno in carreggiata. Moletto, che chiaramente vuole sostenere una delle proprie riviste in un momento in cui Condé Nast ripensa la formula di Vanity Fair, Mondadori rilancia Grazia, Donna Moderna, Tu Style, e Rcs Mediagroup mette in vendita, oppure chiude, 10 titoli, fa alcune riflessioni sulla modernità dei periodici.

Sostiene che «i magazine sono modernissimi, poiché una rivista la fuisci da sempre in maniera non lineare, saltando di qua e di là, ai segmenti del giornale che più ti interessano, tornando indietro. I magazine soffrono sui tablet proprio per questo: perché lì, invece, sei obbligato alla successione delle pagine, modalità alla quale un lettore di periodici non è abituato».

I periodici sono moderni o superati?

Giorni fa ho ripreso un post del giornalista blogger più famoso degli Stati uniti, Andrew Sullivan, intitolato: Morte dei blog o dei magazine? Riprendo un passaggio:

My own view is that one particular form of journalism is actually dying because of this technological shift – and it’s magazines, not blogs. When every page in a magazine can be detached from the others, when readers rarely absorb a coherent assemblage of writers in a bound paper publication, but pick and choose whom to read online where individual stories and posts overwhelm any single collective form of content, the magazine as we have long known it is effectively over.

A mio parere, se c’è una forma di giornalismo che sta morendo a causa della trasformazione tecnologica è il periodico, non il blog. Quando ogni pagina di un magazine può essere staccata dalle altre, quando i lettori sempre più raramente ricercano un pacchetto di penne messe insieme in modo coerente e rilegate nella stessa pubblicazione di carta, ma prendono e scelgono chi leggere nell’online dove le storie singole e i post sovrastano qualsiasi raccolta di contenuti collettivi, il periodico, le riviste come le abbiamo conosciute fino a oggi, sono di fatto finite.

Ma l’idea della lettura non lineare dei periodici ha una sua presa. E allora in cosa questa formula giornalistica oggi può sembrare invecchiata? E come colmare questa lacuna?

Un primo punto è la staticità. Sei sulla pagina e non vai da nessuna altra parte. In altre parole, manca l’interattività. E questo fa sembrare un giornale datato. Ma è un difetto che viene compensato dalla coerenza dei contenuti, dalla loro perfetta calibratura sulle caratteristiche del lettore. Vuoi mettere la differenza con l’accozzaglia di articoli aggregati per Flipboard 2.0?

Poi c’è la rilevanza, l’autorevolezza. Nell’intervista di Italia Oggi si osserva che noi possiamo raccontare quel che è accaduto 20 anni fa sfogliando una raccolta di riviste dell’epoca. Potremo farlo anche tra 20 anni, o i giornali non hanno più la capacità di cogliere lo spirito di un’epoca? C’è la frammentazione dei media, Internet intercetta e racconta gli eventi di massa, i giornali quelli selettivi, spiega Moletto a Italia Oggi. Su questo punto cito un altro passaggio del post di Andrew Sullivan. E chiudo.

Magazines in their great age, before they were unmoored from their spines and digitally picked apart, before perpetual blogging made them permeable packages, changing mood at every hour and up all night like colicky infants—magazines were expected to be magisterial registers of the passing scene. Yet, though they were in principle temporal, a few became dateless, timeless. The proof of this condition was that they piled up, remorselessly, in garages and basements, to be read . . . later.

I periodici dell’epoca d’oro, prima che venissero slegati dai loro ormeggi e fatti a pezzi nel digitale, prima che il blogging perpetuo li rendesse pacchetti smembrabili, erano considerati forme magistrali di registrazione della storia. E, per quanto fossero transeunti, alcuni di essi sono diventati senza tempo, senza data. La prova di questa speciale condizione era che essi venivano impilati, senza rimorso, nei garage e nelle cantine, per essere letti… più avanti.

Il Punto: ontologia dei periodici🙂

Italia Oggi: intervista all’ad di Hearst magazines Italia.

ItaliaOggiTestata

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2 thoughts on “I periodici sono superati o modernissimi?

  1. Geronimo scrive:

    appunti veloci: i periodici puntano al pubblico della terza età, chi mai altrimenti con un minimo di senno rilancerebbe in questi tempi oscuri una testata che si chiama Gioia? “perfetta calibratura sulle caratteristiche del lettore”? ancora con questo mito di conoscere chi è il tuo lettore di riferimento, tutte balle! il buco nero nel quale affogano le teste d’uovo che si vantano di “pensare” i periodici italiani, che infatti non fanno altro che riprogettare giornali inserendovi caratteristiche proprie del digitale, su carta assolutamente patetiche. “La prova di questa speciale condizione era che essi venivano impilati, senza rimorso, nei garage e nelle cantine, per essere letti… più avanti”, “forme magistrali di registrazione della storia”, esatto! ergo i periodici non saranno uccisi dal digitale, semplicemente si stanno suicidando. La colpa non è del martello se mi schiaccio un dito attaccando un chiodo.

  2. marco scrive:

    Azimut, L’Illustrazione Italiana, Il Tempo, L’Europeo…cosa è rimasto?

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