Cresce la pubblicità nelle edizioni dei giornali per iPad – (E il mal di web degli inserzionisti italiani)

Cresce del 24% la raccolta di pubblicità nelle edizioni per iPad delle riviste statunitensi. Non è una notizia per esperti ma un piccolo segnale sui cambiamenti in atto nell’editoria e nella comunicazione delle aziende. Perché, senza questa fonte di ricavo, le inserzioni, il destino della maggior parte dei magazine è segnato.

Si dice che fare un’edizione per iPad (o tablet) del giornale è costoso: vero. Si dice che la pubblicità non se la sente di investire soldi in annunci multimediali: vero.

Ma ieri ho letto nel sito della rivista americana Adage questa notizia che ha il sapore della annotazione cronachistica che rivela un movimento lento ma profondo degli eventi.
Negli Stati Uniti la raccolta pubblicitaria sulle edizioni per iPad delle riviste è in crescita. Una crescita sensibile, significativa, dal punto di vista di chi scruta l’orizzonte in attesa del refolo di vento che rimetta in moto la navigazione dell’editoria in crisi.
Nel primo trimestre del 2013 il numero totale di inserzioni pubblicitarie sulle edizioni per iPad dei magazine americani ha visto una crescita del 23,6% rispetto al 2012 (secondo quanto riferisce un report di Kantar Media e del Publisher Information Bureau). Il rapporto fa il monitoraggio di 58 riviste. Vien fuori che le pagine di pubblicità sulle edizioni cartacee delle stesse sono state, nel periodo di cui si diceva, 10.707: più o meno come nel 2012. Ma le pagine sull’edizione per iPad sono passate da 4.824 a 5.961. Sommando carta e digitale, la crescita è del 7,5%.

Nell’articolo si rivela (curiosità!) il prezzo di una pagina di pubblicità su Bloomberg Businessweek (85 mila dollari nell’edizione per iPad, 161 mila in quella di carta). E c’è la conferma che il mondo delle aziende è al bivio riguardo alla possibilità di investire in comunicazione multimediale, “arricchita”, sulle edizioni digitali delle riviste.

One impediment for iPad ads is cost. There are more production costs required for interactivity, and some publishers, including Condé Nast and Meredith, have charged advertisers for interactive elements.

Un ostacolo sull’iPad sono i costi. Ci sono costi di produzione maggiori dovuti all’interattività e alcuni editori, inclusi Condé Nast e Meredith, hanno scaricato sugli inserzionisti il prezzo degli elementi interattivi.

Tutto questo mi ricorda un pezzo su la Lettura, inserto domenicale di cultura del Corriere della Sera, in cui si raccontava dell’immobilismo e dei profondi cambiamenti di mentalità nel mondo della comunicazione pubblicitaria in Italia. Non dipende solo dagli editori se i giornali non fanno investimenti e sperimentazione! Anche la pubblicità è ferma. L’intero sistema è in stand-by, si è spettatori, si tagliano i costi, manca la convinzione di poter investire in modo sensato. In Italia. Negli Usa, invece…

Adage: cresce la pubblicità nelle edizioni per iPad dei giornali.

Advertising Age

Rivista sul mondo della pubblicità negli Stati Uniti.

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6 thoughts on “Cresce la pubblicità nelle edizioni dei giornali per iPad – (E il mal di web degli inserzionisti italiani)

  1. zizzo scrive:

    Buongiorno ed innanzitutto complimenti per il lavoro da Lei svolto.
    Lavoro in una grossa casa editrice per un quotato periodico e mi rendo conto di quanta poca convinzione ci sia all’ interno di queste strutture a convertirsi al digitale: un po’ perche’ si e’ abituati a lavorare negli ultimi 30 anni sempre alla stessa maniera (e creare un reale prodotto multimediale con video, iperlink e contenuti interattivi richiede sicuramente un cambiamento mentale da parte di tutti i contributors) e poi perche’ non si cerca di spostare le vecchie redazioni sul digitale , ma si cerca di farne nuove a costo zero (tagliando via i cosi tanto odiati contratti giornalistici per sfociare in partite iva, cocopro, tirocinii e chi piu’ ne ha piu’ ne metta..).
    Da quello che sento da altri colleghi di altre case editrici , la situazione sembra la stessa, non c’ e’ la capacita’ da parte di tutti, investitori e giornalisti, di voler fare questo salto al di la’ della barricata del digitale per parecchi motivi: per una media di eta’ molto elevata all’ interno delle redazioni che non aiuta ad essere pronti a questo cambiamento, perche’ gli editori, con i giornali online, non potrebbero piu’ barare con gli inserzionisti sulla tiratura/vendita, perche’ vendere sul digitale richiede tornare a scrivere dei contenuti interessanti (altrimenti ci sono mille blog, e questo stesso ne e’ un esempio, che fanno un miglior lavoro di approfondimento sui singoli temi trattati), perche’ ci sono i contributi di stato che comunque drogano un mercato di per se’ gia’ asfittico da anni.
    Insomma qui in Italia il massimo che si riesce a fare e’ il pidieffone o la webzine per poter buttare un po’ di fumo negli occhi degli azionisti…penso che sara’ piu’ facile che emergano nuove realta’ giornalistiche direttamente sul web, piu’ snelle e piu’ agili (sicuramente tutti in partita iva), piuttosto che questi dinosauri dell’ informazione riescano a passare realmente (o anche solo parallelamente) al digitale.
    Cordiali Saluti

    • bach84 scrive:

      Grazie Zizzo. Credo invece che una parte consistente dei giornalisti possa lavorare sul digitale, se opportunamente formata, e che le competenze da essi maturate sui giornali possano fare la differenza con la massa informe di contenuti a basso prezzo e di bassa qualità caricati ogni giorno su siti web e Facebook. Chi ha lavorato in una redazione seria sa che per passare un pezzo come dio comanda bisogna lavorare sodo. A volte questa cosa dell’età avanzata dei giornalisti è una facile scusa degli editori per far fuori i dipendenti. C’è però un problema molto serio, quello sì decisivo. I prodotti giornalistici digitali, al momento, non garantiscono gli stessi margini di guadagno dei periodici, tanto meno dei periodici prima del 2007. Una redazione digitale con giornalisti pagati secondo contratto ha quindi un costo insostenibile rispetto ai ricavi. Non tanto per il netto dato ai redattori, quanto piuttosto per altre voci, come l’assistenza sanitaria e la previdenza autonoma. Su questo bisognerebbe fare una bella coraggiosa sincera trasparente e dolorosa riflessione collettiva. Con il coraggio di guardare in faccia la realtà e decidere. Ma per molti è preferibile far finta di niente o, peggio, nascondersi nella retorica, che tanto danneggia i giornalisti. A presto.

  2. Anch’io mi associo a zizzo nel fare i complimenti per il lavoro che sta facendo.
    Non credo comunque che la strada futura dei periodici sia l’iPad con le riviste offerte come app.
    Men che meno le scimiottature della carta proposta con i “pidieffoni” (talvolta venduti come app) che offrono le notizia e gli articoli strutturati con la logica della gerarchia dettata dai timoni e dai menabò.
    Tra l’altro chi ha scelto la strada di portare la sopracitata gerarchia nei tablet deve fare i conti con il fatto che la pubblicità interattiva e fantasmagorica viene vissuta come invasiva e fastidiosa dal lettore mentre nella carta non lo era.

    Non sono i costi il deterrente. Al massimo lo sono per molti editori che non conoscono l’esistenza di sistemi editoriali dai costi sostenibili.

    Non credo neppure nella ostinazione della homepage intrapresa dagli editori che pensano di risolvere tutto con l’HTML5 e il responsive. Ma almeno questi sono sulla buona strada, basterebbe fare un passo aventi e capire che il valore sta nel farsi trovare. Il valore è in ogni pagina raggiungibile dal traffico organico e referenziale, non nel traffico diretto della homepage.

    In un mondo dove tutto diventa sempre più misurabile, gli editori devono imparare che non si può più contare su audipress e audiweb e che i venditori di spazi pubblicitari (chapeau per il loro valore e per il lavoro svolto sino ad ora), in un prossimo futuro non saranno più necessari.

    • bach84 scrive:

      Grazie per questo messaggio denso di spunti e riflessioni (e grazie del riconoscimento🙂 ). Da quel poco che ho capito in questi mesi di letture e scrittura, il tablet non sarà probabilmente l’unico approdo per riviste e quotidiani ma una delle tante modalità di incontro e scambio tra brand e lettori. Certo, ci sono editori di periodici che riconoscono grande importanza al tablet, prenda Condé Nast negli Stati Uniti. E tutti ammettono che l’arrivo di questo device mobile ha cambiato il modo in cui gli editori pensano al loro sviluppo nel digitale. Il tablet riproduce una cosa centrale nell’esperienza di lettura dei giornali: la leggerezza, la comodità, la possibilità di arrivare ai contenuti standosene stesi su un divano. Ci saranno altre occasioni per parlarne. Grazie ancora per gli spunti che mi ha offerto.

  3. Fenice Neretina scrive:

    Per amore di precisione e chiarezza.
    Diciamo che le edizioni digitali delle testate cartacee sono fedeli repliche digitali. Quindi se quelle 58 testate cartacee avevano pubblicato 10.707 pagine pubblicitarie, più o meno quello doveva essere il numero di pagine pubblicitarie pubblicate sulla loro edizione digitale. Se non di più, nel caso in cui la concessionaria avesse raccolto un numero di pagine extra, da pubblicare solo sulla edizione digitale.
    Come è possibile che le pagine sulla edizione digitale fossero quasi la metà?

    • bach84 scrive:

      Salve, il motivo per cui non c’è coincidenza tra numero di pagine di pubblicità sul giornale di carta e sulla versione per iPad è indicato, in realtà, nell’articolo che cito: la pubblicità viene venduta separatamente sui due supporti (sic).un inserzionista può comprare sulla carta o solo nel digitale (pagando molto meno). Grazie, a presto.

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