Record di pubblicità sulle riviste fashion americane – Formule giornalistiche che funzionano

I giornali fashion americani fanno il pieno di pubblicità sui numeri che usciranno in settembre. Per le riviste di Hearst, Time Inc., Condé Nast la raccolta di pagine registra numeri da record, riportando ai tempi di prima della crisi. Una notizia che contrasta con le difficoltà dei newsmagazine.
 
Il meteo della carta stampata è fatto di improvvisi cambiamenti di umore. Solo la scorsa settimana si diceva che i newsmagazine americani, le riviste di attualità politica ed economica, registrano un preoccupante calo nelle pagine di pubblicità. Il più pesante dopo il 2009, annus horribilis dei giornali. Ma se passiamo alle riviste di moda e lifestyle il panorama è completamente diverso. Si passa dalla tempesta al sole splendente. La notizia è stata riportata da tutte le riviste che si occupano di editoria (per i dati, potete leggere gli articoli del sito di Adweek, riportati in link alla fine di questo post). Le riviste sono conosciute anche in Italia: Vogue, Elle, Marie Claire, Glamour, InStyle.
 
Quali conclusioni ricavarne? Che la crisi colpisce in modo differente le pubblicazioni, mettendo sotto pressione formule come i newsmagazine e dando invece una prospettiva di recupero per i giornali del lusso, di lifestyle, femminili? Lo abbiamo sentito dire spesso.
 
O siamo di fronte a dinamiche tutte statunitensi? Non sembra, anche se ogni Paese ha le sue caratteristiche (per cui la ripresa arriverà più rapidamente negli Usa che in Europa, con l’Italia fanalino di coda).

Adweek: Condé Nast fa il pieno di pubblicità per settembre 2013.

Adweek: Vogue fa il pieno di pubblicità per settembre.
Adweek

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6 thoughts on “Record di pubblicità sulle riviste fashion americane – Formule giornalistiche che funzionano

  1. Alessandro75 scrive:

    Due considerazioni (forse anche banali):
    1) lo scenario cambia in continuazione: 2 anni fa si diceva che sarebbero rimaste solo le riviste tecniche perché si pensava che il meccanico o l’idraulico non avrebbero avuto il tempo di stare a dietro al computer per vedere i pezzi da comprare/cambiare o per aggiornarsi. Morale? Le riviste tecniche sono in agonia e quando vado a fare il tagliando il meccanico usa il touch per controllare la centralina mentre un mio fornitore realizza per una marca di componentisca elettrica un catalogo ipad che si auto aggiorna
    2) più che la tipologia del prodotto bisogna indicare il gruppo sociale che lo compra: è un’effimera illusione che tutti vogliano puntare sul target alto (perché tanto i ricchi ci saranno sempre)? Oppure bisogna andare sul target degli anziani/casalinghe con prodotti poveri, diciamo settimanali da un euro?

    Forse sono andato off-topic, ma ho il dubbio che siano gli investitori in pbc che sono troppo autoiferiti e piuttosto che investire in nuovi canali (anche editoriali) preferiscono puntare sul sicuro (e per sicuro intendo dire un mercato dai dati incerti come quello cartaceo…). Rende la pubblicità? (non solo sulle riviste/quotidiani cartacei)

    • bach84 scrive:

      No, con i suoi ragionamenti non è uscito dall’argomento. Sulle scelte dei pubblicitari e dei centri media, in difficoltà nel valutare l’efficacia dei loro investimenti in un mondo dei media rivoluzionato, ci sarebbe da scrivere un libro. È possibile che sia come dice lei, come lei ipotizza, e cioè che gli investitori, vista la mancanza di punti di riferimento, facciano l’equazione: lettore ricco, copie vendute, pubblicità efficace. Le conclusioni posso cambiare nel tempo. Penso che i lettori ricchi cerchino l’informazione d’attualità su tv a pagamento e con iPad e smartphone. Mentre chi deve stare attento all’euro, se proprio vuole variare la “dieta mediatica” (scusi la parolaccia), tradisce la tv per riviste vendute a 50 centesimi. Passando alle nicchie, alle riviste specializzate, direi che per alcuni settori l’offerta online è un’evoluzione naturale (pcworld ha appena lasciato la carta). Ma ci sono argomenti che sono godibili sulla carta, come la cucina, l’arredamento, la moda. E allora qui l’editore può pensare a riviste di qualità elevata e prezzo alto, perché offre una esperienza di lettura di grande valore. Ma sono concetti da sviluppare su questo blog.

  2. Geronimo scrive:

    Molto tempo fa in una galassia molto lontana gli editori pubblicavano le riviste che piacevano a loro, scegliendo i collaboratori che piacevano a loro. Solo dopo, quando erano convinti di avere un buon prodotto, si davano daffare per cercare i lettori e una volta trovati si presentavano dagli investitori e offrivano loro la possibilità di pubblicizzare se stessi, fermo restando che la rivista era dell’editore e i collaboratori avevano la libertà di esprimere ciò che volevano. Molto tempo fa in una galassia molto lontana…

  3. Alessandro75 scrive:

    a proposito di autoreferenzialità… Era modello che andava bene (davvero?) in un media chiuso e poco accessibile (in termini economici).

  4. Paola scrive:

    Non solo non credo si possa pensare ancora a format editoriali decisi in redazione , ignorando i bisogni degli investitori, ma sono anche convinta che la strada sia quella di rispondere a uno stesso bisogno informativo declinando i contenuti in modo diverso a seconda dell’eta, del livello socio-economico, dell’area geografica dei nostri lettori. Non possiamo più pensare al target della nostra rivista perche’ i target si sono moltiplicati e ognuno si aspetta un’informazione declinata in modo adeguato alle sue esigenze e fruibile non solo su carta, ma anche da pc e da mobile. La complessità e’ data dal fatto che ognuno di questi mezzi ha logiche diverse e che oggi il lettore può facilmente commentare scelte e strategie, pretende di essere coinvolto. Non resta che ricominciare a studiare🙂

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