Se il digitale inizia a (ri)pagare – Lo scenario dei media secondo l’Economist

Da più parti ripreso l’articolo dell’Economist «Counting the Change», «Misurando il cambiamento».

Descrive le trasformazioni subite dai media e dall’industria dell’intrattenimento nel passaggio al digitale. Riguarda i giornali, i libri, il cinema, la musica, la televisione.

Aiuta a comprendere che i cambiamenti della stampa s’inseriscono in un quadro più grande. E avere presente il contesto serve, come sempre, a dare un senso alle cose. A non smarrirci. A non subire a occhi chiusi gli eventi e, dunque, ad avere meno paura.

L’articolo è un fermo immagine, perché la trasformazione è così radicale che è difficile dire quale direzione, velocità, impeto prenderà anche solo tra pochi mesi.

Mi sembra un buon riferimento per la seconda metà del 2013. E il settimanale economico-finanziario britannico pone la questione che, giudicando dal mio piccolo punto di vista, può guidarmi negli avvenimenti, notizie, problemi dei prossimi mesi.

Ma per creare la cornice bisogna lavorare per sottrazione. Dobbiamo ridurre, sfrondare, eliminare, fare a meno di tanti, troppi numeri, dati, termini tecnici, gergo economico, manageriale, da esperti. (Esperti che in questo blog non sono presenti, non scrivono, non intervengono).

Dunque l’Economist prova a dirci dove siamo arrivati.

Si parte dalla famosa affermazione del 2008 di Jeff Zucker, allora presidente di NBC Universal (oggi boss di CNN Worldwide), secondo cui l’industria dei media stava per dire addio, cinque anni fa, ai dollari dei prodotti analogici (i giornali di carta, nel nostro caso) per entrare in un mondo in cui ci si doveva accontentare dei penny del digitale: il passaggio dal vecchio al nuovo sistema, in sostanza, comportava una riduzione di perimetro, dimensioni, fatturati, numero di persone con un posto di lavoro. Ce ne siamo accorti: era vero.

Abbiamo assistito al declino dei prodotti “fisici”, i quali equivalevano, nel 2008, a nove decimi del fatturato dell’industria dei media. Nel 2017 scenderanno ad appena la metà. L’erosione ha riguardato la musica (ricordate Napster e la pirateria?), il cinema (dove sono finiti i negozi di Blockbuster?), il libro, i giornali e, seppur in misura finora più contenuta, la televisione (ma la rivoluzione è in arrivo).

E oggi, cinque anni dopo, i consumatori, i lettori, gli spettatori, gli ascoltatori si aspettano di pagare meno per avere lo stesso prodotto, ma in formato digitale.

All’interno di questo quadro s’inserisce la parabola per il momento declinante dei giornali e dei periodici.

Ma qualcosa sta cambiando nella possibilità di compensare con lo sviluppo digitale le perdite della carta. Ed è intorno a questa ipotesi che ruota l’articolo dell’Economist. Ed è intorno a questa realtà che proseguirà il lavoro di questo blog nella seconda parte del 2013.

Il diffondersi degli smartphone, dei tablet e della banda larga incoraggia e spinge sempre più il pubblico a spendere per avere contenuti digitali da poter portare sempre con se, ovunque si vada, e da fruire il qualsiasi momento su qualsiasi apparecchio. Lo dimostra, tra gli altri, il successo di Netflix, servizio online che permette di guardare film e televisione gratuitamente o pagando un abbonamento mensile alla portata di molti. Si affitta il contenuto, non lo si compra.

Le conseguenze? Le fa vedere un grafico con i dati sulla spesa globale in media e intrattenimento digitale dal 2008 e fino al 2017, elaborati da Pricewaterhouse Copper.

The Economist - Digital Media, Counting the Change


La sintesi dell’immagine è questa: la spesa per i media tradizionali rimane costante, aumenta la parte del digitale.

Se ne accorge quest’anno l’industria discografica. Per la prima volta in dieci anni il mercato cresce, seppur di appena lo 0,2%.

Naturalmente alcune realtà non recupereranno le dimensioni di un tempo. Il mondo del libro, con l’ebook, avrà fatturati inferiori. Ma i margini di guadagno potranno anche essere superiori, e non solo in termini percentuali (niente spese di stampa, distribuzione, gestione delle scorte etc etc).

In questo scenario, dice l’Economist, sembrano soffrire maggiormente i media che hanno vissuto anche grazie alla pubblicità. E tra questi ci sono in prima fila i giornali e, aggiungiamo qui, i periodici. Perché la pubblicità, lo sappiamo, va altrove, in Facebook, a Google, e vale ancora penny, non dollari.

Si giunge quindi, nell’articolo, a una constatazione.

Davanti a noi abbiamo una strada da percorrere: la corsa non è finita. Ma cambia il modello economico, l’equilibrio, la scala del mondo in cui lavoriamo. Forse gli scrittori di bestseller guadagneranno ancor di più, nel digitale; ma ai giornalisti, si immagina, si chiederà di fare di più venendo pagati meno. L’equilibrio sarà diverso.

Quest’articolo dell’Economist ha per me l’importanza di Breaking News, il saggio uscito circa un anno fa sul sito di Nieman Lab (università di Harvard) che illustra le trasformazioni della stampa mettendole a confronto con quelle di altri settori industriali; lo stesso rilievo dei rapporti annuali sullo Stato dei Media del Pew Research Center (Project for Excellence in Journalism).

Il punto: quale domanda deve guidare la nostra attenzione, nei prossimi mesi, per cercare di capire i cambiamenti nel mondo dei periodici e dei media.

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