Boycott Tablet

Chi frena, chi “boicotta” i giornali su tablet? Chi ha ragioni per posticipare la creazione di contenuti giornalistici multimediali. Mettere il freno alla grafica innovativa. Scoraggiare la sperimentazione pubblicitaria?

IL DELITTO Un articolo che fa discutere in questi giorni s’intitola: Chi ha ucciso le applicazioni dei magazine? Se qualcuno ha commesso un omicidio (figurato) chi potrà essere se non: l’editore? A leggere la sfilza di riflessioni internettiane sul flop delle app dei magazine (negli Usa rappresentano il 3,3% delle copie vendute), si arriva alla paradossale conclusione che a boicottare i tablet sarebbero proprio loro, gli editori. Se è così, hanno attenuanti?

Sono responsabili, si dice, insieme a un complice: le associazioni che certificano le copie vendute dei giornali (di cui gli editori fanno parte). Queste hanno stabilito per regolamento che le copie digitali devono essere uguali a quelle cartacee se l’editore vuole farle rientrare nel numero delle diffusioni complessive: se dichiari ai pubblicitari che vendi 100 copie, di cui 80 di carta e 20 digitali, devi far sì che le 20 copie digitali siano repliche esatte di quelle cartacee.

IL MOVENTE Ma questa decisione, dettata da necessita di controllo del mercato, di governo del mercato, si starebbe ritorcendo contro gli editori.

Perché la copia replica non incoraggia a investire nel design del giornale e nell’arricchimento multimediale. Quindi sa di vecchio.

Ci sono molti altri problemi, naturalmente. Non è facile far trovare al lettore il giornale digitale nelle edicole online: sul newsstand di Apple e le altre. Sono sepolte da giochi e altri prodotti. E poiché i tablet sono molto diversi tra di loro, l’editore che decide di investire sull’edizione per iPad di Apple, non avrà un prodotto che “gira bene” sui tablet che usano sistemi diversi (Android etc). Anche la pubblicità si vede bene sui modelli di un costruttore, male su altri. Insomma, chi vuole investire, deve disporre di grandi risorse. Che mancano.

LE CONSEGUENZE Gli editori non investono se non su versioni per iPad. E chi fa pubblicità, non investe in campagne mirate per tablet: ora come ora, non c’è la convenienza.

Vedo giusto? C’è tutto un mondo che si muove con cautela.

Perché non basta inventare e mettere in commercio la tecnologia. C’è poi qualcuno che vuole dirigere il traffico. Rallentare, dare precedenze.

Per questo sul tablet si discutere in questi giorni. Ci sono i costruttori che lanciano nuovi modelli: Amazon, Apple, Nokia. Negli Usa una persona su 3 ha una tavoletta. Gli editori statunitensi esibiscono dati secondo cui la raccolta di pubblicità sulle app dei periodici è aumentata in un anno del 22% per cento. Una ricerca di Mequoda dice che i possessori di tavolette sono propensi a leggere periodici in digitale.

Ma poi esce un post che parla di fallimento. E questo articolo amaro della rivista anche online AdWeek da cui nasce oggi questa riflessione (lo trovate in link alla fine di questo post).

IL TESTIMONE SCOMODO Ma fanno bene gli editori a essere guardinghi? Sì, se si guarda ai conti dell’anno in corso. Viene da dire “no”, se si legge quel che AdWeek riporta di The Atlantic, il mensile statunitense rinato nel digitale: se ne infischia di certificare le copie digitali e mira a sviluppare un prodotto giornalistico bello e di qualità. Per conquistare lettori e inserzionisti.

Corriere della Sera: la sfida dei tablet Amazon, Apple, Nokia.

Mequoda: report sull’uso del tablet.

AdWeek: chi ha ucciso le app per tablet dei periodici?

Adweek

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