Editore Piccolo Mangia Editore Grosso – Cosa ci insegnano i magazine francesi

Editori grandi mettono in vendita una parte delle loro riviste. Piccoli editori si propongono di comprarle. Altrimenti c’è la chiusura. Ma il piccolo compra. E il grande non deve licenziare. Una storia francese

EDITORE GROSSO VENDE La storia la conoscete: alcuni giorni fa l’editore Lagardère, colosso francese dei media, ha messo sul mercato 10 testate: Be, Psychologies magazine, Auto moto, Campagne et décoration, Le journal de la maison, Maison & travaux, Mon jardin ma maison, Union e la versione cartacea di Première e di Pariscope. Una riduzione non da poco su un patrimonio di 39 titoli. C’è dunque Psychologies, che proprio in questi giorni verrà lanciato in Germania: vedete i paradossi del momento? Ma proseguiamo.

Se la vendita non dovesse aver luogo, 350 dipendenti, tra cui molti giornalisti, resterebbero senza testata e lavoro.

La crisi della carta stampata colpisce duramente anche nell’Esagono. Il calo delle copie vendute e di pubblicità sono la diretta conseguenza del diffondersi dei nuovi media.

Per Lagardère si tratta della seconda operazione di sganciamento dal mondo dei periodici in 2 anni: nel 2011 il gruppo aveva ceduto le succursali aperte in altri Paesi, tra cui l’Italia, e le edizioni internazionali dei propri brand. Tra cui spicca Elle.

Un esempio seguito da altri editori di giornali presenti in Francia. In luglio, come ricorda l’articolo in link alla fine di questo post, il gruppo tedesco Axel Springer ha ceduto le sue riviste (Télé magazine, Vie pratique féminin,Marmiton magazine, Gourmand) alla società di nascita recente Reworld Media, che aveva già acquistato all’inizio del 2013 Marie France al gruppo Marie Claire.

PERCHÉ In queste operazioni, chi vende ha il preciso obiettivo di concentrarsi sulle attività che rendono di più: è nella natura di società abituate ad alti livelli di utile.

EDITORE PICCOLO COMPRA Chi compra, invece, porta a casa a basso prezzo delle testate che hanno ancora un mercato, per applicare a esse altri modelli economici, a basso costo.

La ricetta è quella obbligata: e-commerce, pubblicità nel digitale, native advertising.

PERCHÉ «Non rinunceremo alla carta, che anzi  entrerà in un ecosistema dove al centro c’è il digitale», spiega all’AFP Pascal Chevalier, ex patron di Netbooster, che ha creato un anno fa Reworld Media. «Non seguiamo più logiche da mercato di massa. I nostri lettori vogliono un prodotto mirato sui loro bisogni. E gli inserzionisti, target mirati di consumatori». La vendita a un piccolo editore non è dunque sinonimo di chiusura. Anzi.

Il credo di Chèvalier è il «content commerce», un commercio che nasce dai contenuti. E-commerce. Come avviene in molte riviste americane, tu puoi comprare i prodotti dei servizi di moda. Basta un clic (come si diceva un tempo).

Un altro piccolo editore aggiunge che le riviste di carta pongono un problema, dal suo punto di vista: hanno un alto numero di giornalisti, perché formatesi in tempi non di crisi, in case editrici “ricche”.

È una piccola storia francese che ho raccontato per rispolverare la vecchia formula narrativa della mise en abîme.

P.S. La fonte di questo post è il sito di un quotidiano canadese che ha sviluppato un’interessante app, esempio di successo su tablet, segnalata in questo post di Futuro dei Periodici, e da un collega, ieri, su Twitter.

La Presse: piccoli editori comprano riviste di grandi editori.

La Presse

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