Se il Giornalista Deve Essere un Brand

Se ne parla sempre più spesso: il giornalista deve diventare un brand. Costruire un’immagine pubblica, prendere posizione, condividere pensieri, conversare con il pubblico in modo trasparente. Non è una possibilità, sta diventando un obbligo. Perché attraverso il contatto diretto con i lettori/utenti passa l’identità del giornale. Va bene così?

TERRA DI CONQUISTA La questione viene posta sempre più spesso: se il giornalista debba essere un brand.

Vuol dire che i social media creano lo spazio per un contatto diretto tra giornalisti e audience.

Lo spazio della trasparenza.

I giornalisti sono interessati ad occuparlo, perché accarezzano il sogno di diventare dei punti di riferimento.

I giornali sono ugualmente interessati, perché attraverso la conversazione dei giornalisti con il pubblico passa la costruzione del brand della testata (o dell’editore).

Il brand, il marchio: noi siamo la rivista e i giornalisti che le celebrity le trattano così (irriverente: pensate a Vanity Fair); noi siamo la rivista e i giornalisti che la politica l’affrontano in questo modo (sfidandola: pensate al Fatto Quotidiano). Io sono il giornalista che di cucina parla così. Io sono il giornale che di moda scrive in questo modo…

PERSONALIZZAZIONE La conversazione, nei social, diventa personale. E questo tono si riversa, in vari modi, sul lavoro giornalistico.

Non è il solito discorso delle “firme”, spesso strappate alla concorrenza con offerte non rifiutabili.

I social sono cruciali nella carriera dei giornalisti agli inizi e di quelli già affermati.

INTERESSI DIVERSI Ma la personalizzazione, la sincerità, la trasparenza del dialogo tra giornalista e lettori deve tenere conto di un terzo soggetto: il giornalista è tenuto a sintonizzarsi sulla cultura del giornale.

Direte: è sempre stato così; lo si lascia intendere, in modo più sfaccettato, anche nel contratto di lavoro giornalistico.

SFERA PRIVATA Qui si apre però un’altra porta: quella che dà accesso alla vita privata.

Si entra in una zona più cedevole e ambigua. Perché quel che fai nel tuo tempo libero si riversa sul lavoro. Non c’è più modo di nascondersi. Qualche anno fa potevo ancora leggere articoli in cui si dibatteva sull’opportunità, per una giornalista, di partecipare a una manifestazione antiabortista. Perché un giornalista non dovrebbe alimentare dubbi sulla sua imparzialità. Quindi dovrebbe astenersi, per opportunità, dal manifestare apertamente le proprie idee. Come i magistrati. Era una discussione che riguardava giornalisti statunitensi, naturalmente, non un italiano. Ma oggi quel che scrivi su Facebook e Twitter viene rintracciato rapidamente.

E poi i giornali stessi chiedono di scendere in campo, di mostrarsi, di parteggiare, di strizzare l’occhio. Non è volontario: in molti casi è obbligatorio. Perché concorre a costruire il brand della testata.

Da qui la necessità di promuovere se stessi come personalità, come brand. Una corsa a cui molti di noi partecipano volentieri e quasi inconsapevoli dei risvolti.

Infine, condivido quel che dice in un saggio Jonathan Franzen: «What’s threatened isn’t the private sphere. It’s the public sphere».

WAN IFRA

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