Negli Usa Si Mettono Regole Alla Native Advertising

Negli Stati Uniti aumenta la preoccupazione sulla native advertising. E si è deciso che la nuova forma di pubblicità, simile ai contenuti giornalistici, dovrà essere etichettata. Per non danneggiare le testate e chi ci lavora

NUOVE REGOLE Qualsiasi cosa sia, la native advertising*, la nuova tendenza nella pubblicità sulla carta e nel digitale, deve essere segnalata al lettore. Lo si dice negli Stati Uniti, dove l’industria e il comune sentire sono allergici alle regolamentazioni ridondanti. In dicembre ci sarà un’audizione alla Federal Trade Commission sui contenuti sponsorizzati, categoria pubblicitaria che si stima possa avere un valore complessivo di 1,9 miliardi di dollari nel 2013. E l’American Society of Magazine Editors (Asme) ha diffuso una versione aggiornata delle linee guida editoriali con indicazione sulle best practices riguardanti la native advertising: prevedono che questa forma di comunicazione, simili ad articoli e contenuti giornalistici, sia sempre chiaramente etichettata sulle pagine e nei siti.

NELL’INTERESSE DI CHI? D’altra parte gli editori americani sanno difendere i loro interessi: si rendono conto che Stato (pubblicità) e Chiesa (giornalismo) devono restare separati proprio perché il lettore se ne accorge e assegna meno valore alle testate che mescolano le due forme di comunicazione. E i giornalisti americani non si fanno garanti del lettore (impostazione etica) ma della qualità del proprio lavoro (impostazione professionale).

Credo che due cose siano chiare.

COSA PENSA IL LETTORE E… La prima è che molta pubblicità è a prova di deficiente, anche se non etichettata. Riprendendo in chiave critica ma costruttiva un articolo di Luca Sofri, intitolato La zona grigia (molto citato), direi che bisogna proprio essere “de coccio” per non capire che l’inserto Orologi di un grande quotidiano nazionale, portato da Sofri come esempio di native advertising poco trasparente, è stato messo in cantiere allo scopo di raccogliere pubblicità.

Ma con la native advertising, a volte, distinguere non è facile.

…E GLI EDITORI Torniamo alle linee guida della Asme. Ecco, forse qualche editore dovrebbe mettere etichette qua e là. Nonostante i tempi bui. Per i giornalisti, il discorso è articolato. Qui c’è molto da difendere. Ma una piccola minoranza, protetta, ha il suo tornaconto: grazie alle marchette d’autore.

* Cos’è la pubblicità nativa? «(It is) sponsored content, which is relevant to the consumer experience, which is not interruptive, and which looks and feels similar to its editorial environment»

«Sono contenuti sponsorizzati interessanti per il lettore, che non interrompono (come se fossero un’intrusione) la lettura, e appaiono omogenei per forma e contenuto al resto del giornale».

SE NE VUOI DI PIÙ:

Il codice etico di Forbes sulla native advertising: la testata è stata tra le prime a dedicare una sezione del sito alla pubblicità nativa: BrandVoice.

Forbes aumenta i ricavi con il native advertising: il 20% del fatturato pubblicitario 2013 del sito proviene da acquisti che includono la pubblicità nativa. Sarà il 30% nel 2014.

Come si misura il successo della native advertising.

Time Inc. apre un canale di native advertising.

Futuro dei Periodici

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One thought on “Negli Usa Si Mettono Regole Alla Native Advertising

  1. Alessandro75 ha detto:

    purtroppo per Luca Sofri molti “pubbliredazionali” sono più interessanti degli articoli soprattutto nelle riviste settoriali: almeno in questi si capisce da chi arriva l’input mentre tante volte si leggono notizie di cui se ne potrebbe fare a meno oppure chiaramente pilotate da “amicizie” più o meno interessate

    storia vecchia comunque (a mio avviso)

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