Quel Vecchio Modo Di Gestire Le Redazioni

Una frase. Sull’organizzazione dei giornali. Sulla gestione delle persone nelle redazioni. Tira fuori qualcosa che abbiamo tutti in testa

Leggevo ieri dei progetti di Pier Luca Santoro, l’autore del blog Il Giornalaio, esperto di media, che insieme ad altri professionisti della comunicazione si appresta a lanciare DataMediaHub, sito che si dà il compito di raccogliere e analizzare informazioni e dati sul mondo, tra l’altro, di quotidiani, periodici, social media, comunicazione aziendale (il sito sarà attivo nei prossimi giorni).

Santoro, che non è giornalista, racconta di essere stato nominato “temporary manager” de La Stampa con il ruolo di social media editor (ne ha parlato anche il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi). Spiega che il mondo delle redazioni appare bisognoso di aggiornamenti. E aggiunge un’annotazione che qualsiasi giornalista interessato al buon funzionamento dei giornali, al lavoro come piena espressione delle proprie possibilità professionali (e non come status e potere), non può che condividere. Si va al punto.

«Quando circa 7 anni fa ho iniziato a conoscere da vicino il settore editoriale sono rimasto letteralmente esterrefatto nel constatare come sia caratterizzato, in buona parte ancor oggi, da logiche organizzative e gestionali che in altri settori/mercati sono state abbandonate almeno dalla metà degli anni ’90».

In questo periodo si parla molto della parte organizzativa (prendete il caso Wired Italia). Non va dimenticata quella gestionale.

Futuro dei Periodici

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5 thoughts on “Quel Vecchio Modo Di Gestire Le Redazioni

  1. Alessandro75 scrive:

    eppure gli strumenti (anche informatici) per poter rendere più efficienti e più autonome (da fornitori esterni) le case editrici ci sono da tempo (e molti sono stati sviluppati in Italia)

  2. Alessandro75 scrive:

    non vorrei fare pubblicità occulta🙂
    SmartConnectionEnterpise, Timone Tell, Binuscan e altri (anche il famigerato Methode) sono tutti efficaci strumenti per ridurre lo sforzo lavorativo senza rinunciare alla qualità del prodotto.

    Questi strumenti sono già utilizzati da alcune(molte) realtà editoriali italiane ma, come purtroppo capita in questo paese, in modo superficiale oppure per ricreare le medesime problematiche della lavorazione tradizionale.

    Un mio amico, che produceva software negli anni 90, mi disse che una nota banca aveva commissionato un refreshment del loro sistema gestionale: per loro, in quanto tecnici, significava snellire le operazioni e automatizzare il più possibile mentre per i dirigenti della banca “passare dallo schemo nero e verde a quello a colori”. Indovina chi ha vinto?

    Risultato? Diventa più facile, per un editore, impoverire il prodotto (cartaceo) con carte più brutte o, ad esempio, togliendo in blocco il lavoro alla fotolito di riferimento (e lasciando la redazione ad arrangiarsi come può).

    Si poteva cominciare prima a rivoluzionare il metodo di lavoro delle case editrici e il risparmio che ne sarebbe derivato poteva essere investito nel digitale.

    Ottimizzare i prodotti esistenti prima di lanciarne di nuovi è una logica industriale che funziona dagli anni 20-30 ma che alle case editrici non è mai stata applicata.

    Per quanto grandi, le case editrici rimangono più simili a delle realtà artigianali (e non solo in Italia).

    • bach84 scrive:

      Il grasso colava e noi pensavamo sarebbe stato per sempre. Che illusi!

      • Alessandro75 scrive:

        io mi sono diplomato nel 1996 e già ci avevano detto che saremmo stati gli ultimi periti tecnici per le arti della stampa che avrebbero potuto trovare impiego in case editrici/cartiere; i miei compagni che hanno fatto più strada sono quelli che hanno intrapreso uan carriera da “commerciale” (anche se ormai sono pochi anche quelli…)

        la scuola che ho frequentato continua i corsi solo diurni ma si stano spostando su altre tecniche di comunicazione

        quindi qualche premessa c’era…

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