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Pubblicità: New York Times fissa il nuovo standard?

New York Times lancia oggi una versione aggiornata del sito. Avremo tempo per guardarlo e giudicarlo. Ma una grande novità è il rapporto che si stabilisce tra contenuti giornalistici e pubblicità. Il quotidiano più famoso del mondo fissa lo standard per gli anni a venire?

Date un’occhiata ai pezzi messi in link. Nel primo, si spiega come il New York Times abbia deciso di ridefinire nel digitale il rapporto tra giornalismo e pubblicità. Da ora in poi, oltre ai banner ( le pubblicità ai margini della pagina), il sito ospiterà contenuti sponsorizzati di varia natura. La pubblicità diventa “organica”: mescolata ai pezzi giornalistici, anche se ancora distinguibile (nelle dichiarazioni d’intenti del quotidiano). Il discorso è articolato e riguarda prodotti giornalistici sperimentali come il celebre Snow Fall e successivi racconti multimediali.

Un modello che è stato rodato dal social media Facebook, che mette insieme news e annunci; da Forbes, con il suo Brand Voice; perfino da Washington Post.

Per molti è una scelta inevitabile. Il problema nasce sulla carta e si amplifica nel digitale. I banner, la pubblicità ordinaria, rendono pochissimo e non sono serviti a sostenere i fatturati del New York Times e altre pubblicazioni.

Ma anche il mondo della pubblicità è costretto a rivede le sue strategie comunicative. Le vecchie strade non portano più da nessuna parte. Ormai si legge ovunque che aziende e società si sforzano in ogni modo di diventare editori di se stesse, attraverso siti dei brand, pubblicazioni mirate, nuove modalità di promozione sui mezzi d’informazione. Chi fa il giornalista se ne è accorto da almeno 10 anni.

Cambiano i confini: è come dopo il Congresso di Vienna o la Conferenza di Yalta. Si impone quel fenomeno chiamato native advertising.

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Bombardato dai fan del native advertising

Aiuto, oggi il mio blog è stato preso di mira dai sostenitori del native advertising. Hanno commentato post come questo. E come questo.
Riporto quel che scrivono sul loro blog, creato sulla piattaforma di WordPress. E alcune osservazioni che mi sgorgano dal cuore.

In altre parole la Native Advertising è una sorta di pubblicità integrata all’interno dei contenuti di un sito, in modo che non risulti interruttiva agli occhi del lettore.

La vera motivazione per cui oggi siamo qui a parlare di Native Advertising è  perchè la banner blindness è ormai dilagante, soprattutto tra le persone “giovani” che sono nate e cresciute con il web. La percentuale di click (CTR) sugli annunci pubblicitari sta drasticamente calando giorno per giorno.

Secondo dati di Google nel 2010 il CTR è sceso allo 0,09% (rispetto allo 0,10% del 2009), quindi significa che meno di una persona su 1.000 clicca su un annuncio pubblicitario.

E quindi i brand si sono ingegnati ed anziché promuoversi sempre nei classici spazi riservati all’advertising PPC tradizionale, lo fanno all’interno degli stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.

Cari amici di “native advertising”, siete sul pezzo. Sulla mia pelle, scambiando alcuni post di siti americani per giornalismo, anziché coglierne la natura promozionale, ho provato cosa vuol dire la confusione tra pubblicità e informazione sul Web. E se ci casca uno che fa il giornalista da molto, molto tempo, temo possa cadere nell’equivoco anche un lettore. Al tempo stesso, sapete far leva su qualcosa di drammaticamente vero: nel digitale la pubblicità vale poco, gli editori guadagnano poco e per alimentare la produzione giornalistica ci sono risorse limitate. Un bel guaio.

M’interessa perché: 1) aiuta a riflettere sull’importanza di garantire l’autonomia del giornalismo anche nel Web; 2) pone in modo sensato il problema del finanziamento del giornalismo nell’era digitale.
Futuro dei Periodici

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La folle caccia degli editori ai video pubblicitari

Contro ordine ragazzi.

C’è grande interesse tra gli editori per i video web, da inserire nei siti delle testate e nelle app. Si prevede infatti che la raccolta pubblicitaria associata ai video possa crescere, negli Usa, di oltre il 40 per cento solo nel 2013.

Ma la caccia all’inserzionista, e la disponibilità di spazi, sono così evidenti da far crollare il prezzo della pubblicità video online. Negli Stati Uniti i prezzi sono scesi, rispetto al 2011, tra l’11 e il 15 per cento.

La spiegazione, riportata sul blog del Wall Street Journal, in un articolo intitolato Web Video: Bigger and Less Profitable, è, appunto, legata al numero di editori che offrono spazio per la pubblicità video. Qualsiasi media company, inclusi gli editori di quotidiani, periodici e le televisioni generaliste, vogliono la loro fetta di ricavi in questo campo.

Lo spazio per i video è aumentato a dismisura. Dei 39 miliardi di contenuti video presenti sul web nel dicembre scorso, circa il 23 per cento aveva natura pubblicitaria contro appena il 14 per cento di un anno prima.

Calano le tariffe, di conseguenza. Lo scorso anno il costo di un video su un sito di eccellenza variava dai 15 ai 20 dollari per CPM (mille contatti/visualizzazioni). Nel 2011 oscillava invece tra 17 e 25 dollari, stando alla società di analisi BrightRoll.

Il Punto: il problema dei ricavi nei siti dei giornali.

Wall Street Journal: Web Video, Bigger and Less Profitable

The-Wall-Street-Journal

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Quanto è pagata la pubblicità su periodici, versioni per tablet, siti web

Dopo la raggelante notizia sul crollo della raccolta pubblicitaria dei periodici italiani nel mese di gennaio 2013 (-25%), arriva la beffa dagli Stati Uniti: nei magazine la discesa della raccolta pubblicitaria nel 2012 è stata del 2%. In realtà i magazine consumer, quelli venduti in edicola, hanno registrato una flessione del 3%, come i quotidiani e come, a sorpresa, l’online. Mentre la tv sale dell’8%, la radio del 3%. Complessivamente la raccolta pubblicitaria vale negli Usa 140 miliardi di dollari.

Qui sotto la tabella illustra un nuovo problema che angustia gli editori di periodici. Come si sente spesso ripetere, l’editoria spera che in un futuro non troppo lontano i periodici possano migrare dalle edicole ai tablet, garantendo la sopravvivenza dei titoli più forti e innovativi. Negli Usa sono stati venduti finora oltre 64 milioni di tablet. Ma le copie digitali di periodici acquistate sono al momento meno di 8 milioni al mese. Ritardo.

Nel mobile le tariffe sono molto basse. E i pubblicitari, quando si fa loro notare che dovrebbero pagare di più, magari quanto sui periodici di carta, rispondono che non ci sono metriche, misurazioni certe, capaci di dimostrare l’efficacia della pubblicità su tablet.

Allargando il discorso, si osserva, ma non è una novità, che la transizione dei contenuti giornalistici dalla carta al digitale è accompagnata dal crollo della raccolta pubblicitaria. Un istruttivo articolo fa vedere quanto costa ancora oggi far pubblicità sulle pagine di Elle, e crea un confronto con i siti web.

Nell’edizione americana della rivista
una pagina viene pagata 155 mila dollari. Poiché ogni numero viene letto da 1,1 milioni di lettori, si può stabilire che gli inserzionisti pagano 141 dollari ogni mille lettori. Ebbene, nei siti web si pagano pochi dollari (meno di dieci) ogni mille lettori.

(La tabella mette a confronto le tariffe ogni mille lettori/impression nei vari media).

tariffe ad mobile

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Ecco i periodici americani che perdono più pubblicità

Ancora sulla pubblicità dei magazine negli Stati Uniti. Il 2013 si chiude con un calo complessivo dell’8,2% di pagine pubblicitarie raccolte dai periodici.

La flessione nell’ultimo trimestre, ottobre-dicembre, è stata inferiore al resto dell’anno, – 7,3%. Un dirigente di una casa editrice, citato nell’articolo del Wall Street Journal Blog, riportato in link, spiega l’attenuarsi del calo verso fine anno con il fatto che ci si è resi conto, nell’industria dei media, che vale più una inserzione sulla carta che un banner online.

Le perdite maggiori, confrontando l’ultimo trimestre 2012 con il 2011, hanno riguardato queste testate: All You, Ladies Home Journal, Lucky, Maxim, Martha Stewart Living, National Geographic, Saveur e Scientific American. Tutte hanno perso più del 20% delle pagine di pubblicità.

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