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Giornalismo À La Carte – Periodici e Paywall

I siti dei periodici, a differenza dei quotidiani, non sono a pagamento (con eccezioni). Eppure la carta non basta. Si cercano modi alternativi per ricavare denaro nel digitale. Con singoli articoli in vendita, pezzi di copertina dati gratis in cambio di video pubblicitari da guardare, edizioni speciali. Perché i magazine non possono vivere solo di copie per tablet. Anche il web vuole la sua parte (smiley).

SE NASCE THE INTERNATIONAL NEW YORK TIMES Si torna a parlare con eccitazione dei siti giornalistici a pagamento. A smuovere le acque la notizia che il New York Times ha grandi progetti nel digitale. Ieri i vertici del quotidiano più famoso del pianeta hanno annunciato la chiusura della testata gemella, e di proprietà, The International Herald Tribune, fondata nel 1887 come giornale americano che parla al mondo intero. Sacrificata perché rischiava di fare ombra alla espansione globale della testata principale, quel NYT nato come giornale di New York City, diventato da non molto quotidiano nazionale. E ora lanciato nella dimensione internazionale e digitale con il nome di: The International New York Times (sulla logica del power brand, leggete qui). Attraverso la versione per tablet e un sito dove si possono leggere gratis solo un certo numero di articoli. Poi si paga.

PERIODICI SENZA PAYWALL Ma nei periodici c’è poco da far pagare. C’è poco da erigere paywall. Settimanali e mensili non hanno, per definizione, breaking news da vendere (sempre che non si tratti di testate specializzate come l’Economist). La specializzazione è riservata ad alcuni magazine, gli altri sono generalisti.

Come si possono aumentare i ricavi, visto che le edizioni per tablet e mobile faticano, per il momento, a decollare?

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Periodici / Non solo tagli e chiusure: si fa la guerra a Google e alle edicole pirata per lanciare il digitale

L’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del Gruppo Editoriale Espresso, ha confermato ieri sera in tv che nel 2013 Repubblica.it diventerà un sito a pagamento. Sarà introdotto un paywall, cioè un sistema di accesso alle notizie online che costringe ad abbonarsi per leggere i contenuti o a pagare per i singoli articoli (il più famoso esempio di paywall è del New York Times, un sistema “poroso” che permette di leggere gratuitamente un numero massimo di articoli per utente: poi si paga). «Penso che il futuro sia la carta e il digitale. Le due cose. Indubbiamente la crescita avviene sul digitale, non certo sulla carta. Repubblica.it è il primo sito di news in Italia ed ormai il 20% della pubblicità di Repubblica è sul sito. Quindi per noi è una fonte di profitto» ha detto De Benedetti a La7.

Pagare per l’informazione online. Gli editori italiani, per quanto divisi negli affari e in politica, sembrano aver imboccato tutti insieme, in modo concorde e spesso concordato, la strada della guerra ai contenuti free.
Gli editori in queste ultime settimane hanno detto basta a Google e alle edicole pirata. E’ una controffensiva che mira a contrastare la diffusione gratuita su internet di contenuti giornalistici copiati da testate cartacee (spesso riprodotte per intero in pdf) e da siti d’informazione. Non si vuole fare la fine dell’industria musicale, le case discografiche messe in ginocchio dalla pirateria e dagli mp3.A parte un articolo di Repubblica, dal quale si riceve quasi l’impressione che qualche editore voglia limitare la libertà di espressione sul web (un colpo partito per sbaglio), tutti concordano sul fatto che l’informazione giornalistica sia il prodotto di una attività che richiede impegno, fatica, esperienza, tempo, investimenti, un prodotto che merita quindi di essere protetto e valorizzato. Pagato. Stiamo parlando non delle notizie diffuse dal servizio pubblico, ma di un settore industriale che dà lavoro a migliaia di italiani (dei quali solo una piccola parte ha stipendi stellari, gli altri percepiscono retribuzioni ben al di sotto di quelle di altre professioni con iscrizione all’albo).

Ma non mi voglio limitare a notizie come la denuncia presentata da Mondadori contro il portale russo Avaxhome, dal quale si può accedere gratuitamente ai pdf di quotidiani e periodici italiani e non. La denuncia ha poi portato al sequestro d’urgenza del portale.

Non mi voglio neppure limitare alla notizia della guerra dichiarata a Google dagli editori francesi e italiani e alla proposta di legge in discussione al Parlamento tedesco che propone di introdurre l’obbligo per Google di pagare specifici diritti di copyright per le notizie dei giornali riprese dal servizio Google News.

Osservo un quadro più ampio. Vedo editori che lanciano versioni interattive dei loro giornali da leggere con i tablet, come ha fatto ieri Condé Nast Italia. C’è Mondadori che presenta e promuove un tablet con il marchio Kobo per la lettura su “tavoletta” dei periodici della casa. Più in generale ho l’impressione che l’industria dei periodici abbia deciso finalmente di muoversi verso il digitale e stia preparando il terreno a investimenti in prodotti da distribuire magari nelle edicole virtuali legali come il Newsstand Apple ed Lekiosk, l’edicola virtuale nata in Francia e arrivata qualche mese fa in Italia (tra i primi periodici italiani a essere distribuiti in formato digitale c’è Focus di Gruner und Jahr / Mondadori). Aggiungo infine la notizia che anche il Corriere.it, oltre a Repubblica.it, si starebbe preparando ad adottare un accesso a pagamento ai contenuti giornalistici del sito.

M’interessa perché: 1) si inizia a intravedere una strada per lo sviluppo digitale nei periodici; 2) ipotesi su quel che accadrà nei prossimi mesi.

International Business Times: Repubblica.it a pagamento

Il Sole 24 Ore: guerra alle edicole pirata

s24o

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Che tempo che fa/ Gruppo l’Espresso -19% di pubblicità

Per capire l’aria che tira nei giornali italiani, e nei periodici, basta leggere questi lanci usciti ieri.

Partecipando al convegno «Europa: il nostro futuro», l’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Cir, ha detto che la raccoltà pubblicitaria della sua “azienda”, l’Espresso, segna in novembre un -19%, dato che, sommato ai mesi precedenti, porta il calo pubblicitario complessivo nel 2012 a -15%.

Ha aggiunto di prevedere, per i prossimi mesi, ristrutturazioni nei principali gruppi editoriali italiani ed europei. Stanno per arrivare, conclude De Benedetti: «Tagli, tagli e tagli».

Tanto per dire che la crisi durerà ancora. Ecco l’aria che tira. Nell’editoria.

radiocor: gruppo espresso perde in novembre 19% di pubblicità

radiocor: tagli, tagli, tagli prevede De Benedetti

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Perché lo sciopero nel gruppo L’Espresso-Repubblica

Riporto un articolo de L’Opinione che descrive i timori e le inquietudini che serpeggiano nelle redazioni del Gruppo Espresso-Repubblica.
La galassia editoriale di Carlo de Benedetti è in grave difficoltà, come altri gruppi editoriali, peraltro.
Le preoccupazioni partono da La Repubblica, dove si discute di possibili tagli agli organici, blocco del turn over, mancato inserimento dei collaboratori, revisione delle ribattute, e si irradiano verso le riviste (Velvet, XL), i quotidiani locali Finegil e l’agenzia d’informazione interna Agl. Qui la crisi è stata già dichiarata dall’azienda, che ha chiesto il dimezzamento dell’organico.
Si è così arrivati allo sciopero di oggi delle redazioni, deciso dopo che è stato costituito il coordinamento dei CdR di tutte le testate del Gruppo De Benedetti.
I giornalisti denunciano che, a fronte della richiesta di altri, pesanti sacrifici (ricordiamo che nel 2009 ci sono già stati prepensionamenti di giornalisti), l’editore non ha, o non condivide, una visione per il futuro, una prospettiva di rilancio, legata anche al digitale, una direzione nella quale muoversi con investimenti ingenti.
Su tutto questo le trattative proseguiranno.
M’interessa perché: 1) descrive i pericoli che l’editoria italiana corre nell’immediato futuro.
Il punto: pare che solo in Italia ci sia negli editori un atteggiamento così sfiduciato verso il futuro.

L’Opinione: i guai del Gruppo L’Espresso-Repubblica

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