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Se il digitale inizia a (ri)pagare – Lo scenario dei media secondo l’Economist

Da più parti ripreso l’articolo dell’Economist «Counting the Change», «Misurando il cambiamento».

Descrive le trasformazioni subite dai media e dall’industria dell’intrattenimento nel passaggio al digitale. Riguarda i giornali, i libri, il cinema, la musica, la televisione.

Aiuta a comprendere che i cambiamenti della stampa s’inseriscono in un quadro più grande. E avere presente il contesto serve, come sempre, a dare un senso alle cose. A non smarrirci. A non subire a occhi chiusi gli eventi e, dunque, ad avere meno paura.

L’articolo è un fermo immagine, perché la trasformazione è così radicale che è difficile dire quale direzione, velocità, impeto prenderà anche solo tra pochi mesi.

Mi sembra un buon riferimento per la seconda metà del 2013. E il settimanale economico-finanziario britannico pone la questione che, giudicando dal mio piccolo punto di vista, può guidarmi negli avvenimenti, notizie, problemi dei prossimi mesi.

Ma per creare la cornice bisogna lavorare per sottrazione. Dobbiamo ridurre, sfrondare, eliminare, fare a meno di tanti, troppi numeri, dati, termini tecnici, gergo economico, manageriale, da esperti. (Esperti che in questo blog non sono presenti, non scrivono, non intervengono).

Dunque l’Economist prova a dirci dove siamo arrivati.

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Perché preoccupa l’aumento dell’Iva sui collaterali delle riviste

Confermo che la decisione del Governo di aumentare l’Iva sui prodotti collaterali, venduti insieme ai giornali, portandola dal 4 al 21 %, è un grosso problema.

Dissento da chi minimizza, ignora, irride, trova scandaloso il problema dei collaterali, problema che riguarda, per chi non è dell’ambiente, i cd, dvd, libri, borsette, collane, «bamboline», venduti in edicola insieme alle riviste e ai quotidiani. Un equivoco, il pensare che si tratti di una faccenda secondaria e priva di conseguenze, in cui cade anche chi conosce a fondo il mondo dei giornali.

LA NOTIZIA. Gli editori hanno lanciato al Governo, l’altro giorno, un appello affinché l’Esecutivo torni sui suoi passi e non proceda con l’aumento dell’Iva, con un’incidenza che, su una parte di questi prodotti, dovrebbe passare dal 4 al 21%. Una iattura per editori ed edicolanti, questi ultimi convinti di perdere, se la misura non dovesse essere rivista, il 35% dei ricavi (non proprio nei ricavi, ma questa è la sostanza).

No, non è il solito pianto del commerciante.

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A confronto il passaggio al digitale della musica e dei giornali

La transizione al digitale dell’industria della musica come lente attraverso cui leggere quella dei giornali? Ci sono somiglianze: la concorrenza dell’online, la pirateria, la crisi delle organizzazioni, il maggior potere dei singoli, la ricerca di fonti di ricavo alternative. E grandi differenze. Manca però il The End. Sia per l’industria della musica, sia per l’editoria.

Saltabeccando su Internet ho trovato un articolo di Usa Today del 2009. Mi sembra ancora oggi pieno di spunti che ispirano. Vi si narra che:

Il 1999 è stato l’anno più ricco della storia della musica, apparentemente proiettato verso un’espansione illimitata dell’industria del disco. Nel marzo del 2000 la boy band ‘N Sync’s con No Strings Attached fu capace di vendere 2.4 milioni di copie nella prima settimana, il record di ogni tempo. L’anno si chiuse con un giro d’affari del settore pari a 14 miliardi di dollari.

Ma il 2000 è stato anche l’anno di Napster e della pirateria musicale che diffonde i brani gratuitamente ed erode le basi dell’industria. La battaglia contro il mercato illegale, subito avviata, portò alla denuncia di 35 mila servizi di file-sharing dal 2003 al 2009, quando la guerra venne definitivamente chiusa, senza una vittoria delle grandi case discografiche.

Contemporaneamente le vendite legali di musica nel digitale crescono notevolmente, senza però compensare le perdite nella vendita di cd, crollate del 50% entro il 2009 (vi ricorda qualcosa questo passaggio? NdA). Nel 2007 la colonna sonora di Dreamgirls arrivò al No. 1 delle classifiche con il minor numero di copie mai vendute per un album di successo: 60 mila copie.

Nel 2008 le vendite digitali valevano nel mondo 3,7 miliardi di dollari, ma rappresentavano appena il 5% della musica consumata. La gente, nel frattempo, scaricava illegalmente 40 miliardi di file all’anno.

Nonostante ciò, il consumo e la circolazione di musica ha raggiunto picchi ineguagliati (come il consumo di informazione nel digitale: si parla infatti di Età dell’oro della readership. NdA). Non solo grazie alla pirateria ma per merito, innanzitutto, della accessibilità e portabilità: la si può trovare facilmente e portare ovunque grazie ai lettori digitali.

L’iPod è stato introdotto nel 2001, per la gioia dei fan stanchi di spendere 20 euro per un cd che contiene al massimo due o tre tracce di valore.

Gli album perdono rilevanza, inizia un’epoca in cui trionfano i singoli, le singole canzoni (avete presente il fenomeno E-Single nel giornalismo? Guardate anche qui. NdA). Come avveniva prima dell’invenzione dell’Lp in vinile.

Leggete l’articolo di Usa Today. Spiega come il mondo della musica, posto di fronte al drammatico collasso di un modello di business, abbia reagito. Attraverso i concerti, la televisione, i video di YouTube, il merchandising.

Ma la storia continua.

Usa Today: storia del declino dell’industria musicale. E sua rinascita.

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