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Washington Post: la rivista di Red Bull è giornalismo?

«Il Red Bulletin è un bel print e web magazine». Inizia così l’articolo del Washington Post sul branded journalism, un’etichetta che indica la miriade di pubblicazioni sfornate da Red Bull, Coca Cola, Boeing, General Electric, Pepsi, American Express, Burberry e decine di altri brand e aziende. Giornali, e non foglietti promozionali, dalla prima all’ultima pagina.

Il Red Bulletin ha una bella “apertura” (l’articolo di copertina) sul batterista dei Roots, gruppo hip hop di culto, e articoli saporiti ed esclusivi.

Naturalmente lo scopo della pubblicazione è di rendere più popolare il marchio e di farlo apparire vicino, per spirito e passioni, a quello dei clienti reali o potenziali.

Ma è giornalismo?

La domanda riflette una mentalità europea. Nell’articolo del Washington Post si riponde in tutt’altro modo. Dando un saggio di pragmatismo americano, l’esperto sentito per l’articolo, l’acting director del Project for Excellence in Journalism, dice che la cosa fondamentale è la trasparenza. Chiarire chi produce i contenuti del giornale, quali possono essere i suoi interessi, chi lo finanzia. Dopodiché il lettore è libero di decidere se gli articoli sono di suo gradimento.

In fondo, conclude l’intervistato, «everyone is a media company now», oggi siamo tutti delle media company. Senza distinzione tra riviste e riviste delle aziende.

Nei vari passaggi dell’articolo si dicono un paio di cose da annotare, in vista dei cambiamenti che avverranno anche in Italia.

La prima è che i compensi per gli articoli dei freelance sui giornali delle marche variano notevolmente, e si va da 150 dollari per un post di 500 batture a 3 dollari a parola per gli articoli che hanno la qualità delle riviste. Un compenso, quest’ultimo, paragonabile a quel che pagano i giornali tradizionali (da 50 centesimi a 2 dollari a parola, a seconda della reputazione dello scrivente).

L’altra cosa riguarda le redazioni dei giornali brandizzati. La Verizon (compagnia americana che fornisce banda larga, servizi wire less e apparecchi mobile) ha messo in piedi una rivista con uno staff di 75 giornalisti a tempo pieno. Paragonabile, per organico, a quella di un quotidiano di medie dimensioni.

Ma il dubbio rimane.

Il Punto: se il futuro dei giornalisti sia quello di lavorare nei giornali delle grandi società e aziende. Ma come giornalisti, non come pr.
Washington Post: Red Bullettin

Futuro dei Periodici: branded journalism, ovvero il giornalismo della Coca Cola

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Il mobile blinder: vendere più giornali copiando la Coca Cola

Giornali, in venduti al supermercato, negli Stati Uniti, ma la gente, ferma alla cassa, dove vengono esposti quotidiani e riviste, non fa più acquisti d’impulso, a causa degli smartphone. Sì, i telefonini intelligenti, tutti ne hanno uno in tasca, distraggono, ti metti a scrivere messaggi, commentare su Facebook, navigare alla ricerca di qualcosa per scacciare la noia. E i periodici rimangono lì, in bella vista, ma invenduti. Per questo grandi editori, a partire da Hearst, provano qualcosa di nuovo. Seguendo l’esempio di Coca Cola.

L’articolo di Bloomber descrive il fenomeno, gli effetti e le possibili contromisure: parlo del mobile blinder, la “distrazione da cellulare”, di cui qualche tempo fa si è occupato questo blog.

Hearst, che vende il 15 per cento delle copie nei supermercati americani, sta programmando di aggiungere punti di esposizione e vendita delle testate in angoli dei negozi diversi dalla cassa. Come ha fatto Coca Cola, su consiglio della società di consulenza Leo Burnett/Arc Worldwide.

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Il prossimo lavoro di noi giornalisti? Nei siti dei brand

Se la Coca Cola non compra spazi per inserzioni sui giornali ma crea il proprio sito di contenuti giornalistici, su cui c’è anche la pubblicità e la comunicazione aziendale, allora bisogna alzare le orecchie.

Un articolo del New York Observer racconta le storie di giornalisti americani, tra cui un’ex redattrice di Newsweek iPad edition, Melissa Lafsky, o Michelle Kessler, ex redattrice tecnologia di USA Today, che hanno lasciato testate prstigiose ma in crisi nera per diventare direttori di siti di importanti brand o di società che si occupano di attività tra le più disparate, come il dating online.

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