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I giornali italiani iniziano a guadagnare con i tablet e gli smartphone

Dove si parla di tablet, smartphone, Internet e della crisi dei media tradizionali. Delle prospettive di crescita per gli editori nel digitale. E delle potenzialità della smart tv, la televisione che si collega alla Rete.

«Gli algebristi, gente sempre utile al pubblico» scriveva Voltaire. Viene da pensarlo leggendo alcuni virgolettati sui dati presentati in questi giorni dall’Osservatorio New Media & New Internet del Politecnico di Milano. Ma dalla nuvola di numeri, percentuali e sigle in Inglese per definire come cambia il mondo della comunicazione, emergono notizie che s’inseriscono nel flusso di riflessione ad alta voce di questo blog.

Ho capito che:

1) Il mondo digitale, sia quello più consolidato dei siti web (Old Internet) sia quello nuovo legato agli smartphone, ai tablet e alle smart tv (le televisioni che si collegano alla rete: ne sono state vendute in Italia 2,5 milioni), il cosiddetto New Internet, il mondo digitale, si diceva, continua a crescere e a far soldi. Togliendo però spazio e risorse ai media consolidati: televisione, radio, carta stampata, calati in cinque anni del 25%.

Media tradizionali e New Media

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Piani di crisi, editori, giornali e l’entusiasmo degli italiani per i tablet

Piani di crisi, riorganizzazione delle redazioni, cessioni e chiusure di testate, esuberi tra i giornalisti, licenziamenti. Ma cosa c’è davvero nella testa degli editori di periodici (e di quotidiani) che negli ultimi mesi, uno dopo l’altro, hanno avviato pesanti ristrutturazioni? (Prima parte).

Che cosa abbiano in mente lo spiegano le società di consulenza che hanno seguito, senza gridarlo in piazza, i progetti di riorganizzazione e le strategie per il futuro. Che i piani possano funzionare, lo vedremo. Che siano accettabili, lo dicano altri.

Riporto con una serie di post i contenuti di uno studio presentato alcuni mesi fa da una multinazionale di ricerca e, appunto, di consulenza: Boston Consulting Group.

La prima cosa che mi ha colpito è un passaggio sullo sviluppo digitale (un passo che tutti gli editori dovranno compiere). Si tratta di questo: l’entusiasmo del pubblico per i tablet.

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Intervista: le strategie del Guardian

Siti dei quotidiani, il modello Guardian, contenuti a pagamento o gratuiti, la crescita internazionale degli editori, le opportunità offerte dal mobile (smartphone e tablet): tutto questo viene discusso nell’intervista ad Andrew Miller, Ceo e guida di una delle società editoriali più “fighe” al mondo: quella che pubblica The Guardian.

Come ormai molti sanno, The Guardian non è soltanto un quotidiano inglese liberal ma il simbolo di una strategia per la crescita digitale dei giornali tradizionali. Nel mondo i due modelli contrapposti sono: The Guardian e il sito gratuito e The New York Times con il suo sito a pagamento. Due filosofie, due fazioni che si fronteggiano a volte in modo partigiano, prevedendo disastri per l’altra parte. The Guardian e la sua montagna di debiti, il New York Times e i licenziamenti nelle redazioni.

L’intervista approfondisce questi temi.

1) La strategia internazionale. The Guardian era una pubblicazione inglese, fino a pochi anni fa. Oggi, grazie al digitale e grazie alla lingua in cui è scritto il giornale, la più globale di tutte, The Guardian è un media internazionale con milioni di lettori negli Stati Uniti. I confini sono saltati e a breve l’editore ci proverà anche in Australia. C’è da essere invidiosi. L’italiano è parlato solo nel nostro Paese e questo è un insormontabile ostacolo all’espansione dei nostri giornali, un limite all’abbattimento dei costi fissi e alle economie di scala.

2) Miller, Ceo della casa editrice, torna sulla filosofia del sito ad accesso gratuito. Spiega che per raccogliere pubblicità bisogna avere una base molto ampia di visitatori. Se si mette uno sbarramento, un paywall, se si fa pagare, il numero dei visitatori crolla istantaneamente e restano solo il 15%, 20% degli utenti. A meno di non essere un giornale finanziario, ad alto contenuto aggiunto, il gioco non paga.

Ma c’è altro ancora. Buona lettura.

Il Punto: le strategie dei grandi editori internazionali e la trasformazione delle case editrici in media company.

Nieman Lab: parla il Ceo del Guardian

Nieman Lab

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Andrew Sullivan, i blog e la qualità dei giornali

Uno dei più noti blogger degli Stati Uniti, Andrew Sullivan, lascia The Daily Beast/Newsweek, torna in proprio e adotta il paywall. Paghino i miei lettori, dice, perché avere pubblicità è più un problema che un vantaggio. Secondo Ken Doctor, autore di Newsonomics, la scelta di Sullivan conferma che i giornali digitali devono vivere soprattutto dei ricavi da abbonamenti e copie vendute.

Ken Doctor, Andrew Sullivan, sono due nomi noti per chi si occupa di editoria negli Stati Uniti.

Il primo è un ex giornalista, consulente, esperto di media e autore di un citatissimo studio sull’editoria dell’era digitale, Newsonomics. Scrive anche per il prestigioso Nieman Journalism Lab, da dove riprendo alcune riflessioni per questo post.

Il secondo, Sullivan, è il blogger del momento. Il suo The Dish mescola politica, commenti alle notizie del giorno, riflessioni sulla società americana, suggestioni culturali, concorsi per i lettori (famoso View from my Window, foto scattate dalla finestra di casa) e momenti di relax. Una formula di straordinario successo, una voce unica, una mente stimolante, di un inglese trapiantato negli States, studi a Oxford, coinvolto in politica già nell’Inghilterra della Thatcher, cattolico, omosessuale dichiarato, voce repubblicana fuori dai ranghi in America, penna prima del New York Times Magazine, poi di Atlantic, infine blogger seguitissimo che entra nella eccentrica casa editrice che mette insieme Newsweek e The Daily Beast. Date un’occhiata ai suoi post, a volte anche un’infografica, una delle numerose che potere vedere ogni giorno, aiuta a inquadrare un tema. Anche le foto colpiscono.

Andrew Sullivan, lo staff di Daily Dish e i beagle simbolo del blog

Andrew Sullivan, lo staff del Dish e i beagle simbolo del blog

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