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Columbia/ Come gli editori dovrebbero ristrutturare i giornali

Ne parla uno studio della School of Journalism della Columbia University. Dice: ristrutturare le redazioni è una mossa obbligata. La produzione giornalistica deve diventare meno costosa. E i tagli devono essere accompagnati da una revisione dei modelli organizzativi e dei processi. La parola d’ordine è “fare di più con meno”. Ma perché questo avvenga le ristrutturazioni dovrebbero essere “strategiche”. Ridurre tutto a tagli e risparmi significa, altrimenti, “fare meno con meno”.

Leggendo le notizie sulla crisi degli editori italiani di periodici, zeppe di chiusure di testate, vendite di riviste, tagli alle redazioni, esuberi, riorganizzazioni, ristrutturazioni, mi è tornato in mente uno studio della School of Journalism della prestigiosa Columbia University di New York, uscito qualche mese fa, di cui questo blog si era occupato in occasione della pubblicazione.Titolo: Post-Industrial Journalism – Adapting to the Present.

Me lo sono riguardato (lo trovate in link alla fine del post).

Come prevedibile ho trovato indicazioni e parole che oggi, alla luce di quel che è accaduto nel frattempo in Italia, acquistano un significato maggiore. Il classico esempio di maturazione del lettore.

M’interessa soprattutto un paragrafo nell’introduzione intitolato: Restructuring Is a Forced Move (ristrutturare è una mossa obbligata).

I cambiamenti negativi che hanno investito i print media (la carta stampata) portano, per gli autori dello studio, a due conclusioni: la produzione di news deve diventare meno costosa e la riduzione dei costi deve essere accompagnata da una ristrutturazione dei modelli organizzativi e dei processi.

C’è una parola che è come uno squillo di campanella: sveglia! È là dove si dice che la riduzione dei costi dovrebbe essere strategica.

Vuol dire che i risparmi e i sacrifici (eufemismo: posti di lavoro persi) almeno centretanno l’obiettivo di rimettere in carreggiata gli editori in difficoltà solo se il ridimensionamento sarà accompagnato da un’efficace ridefinizione del lavoro nei giornali. Altrimenti, appunto, non si farà di più con meno ma: meno con meno.

Riporto alcuni passaggi.

We do not believe the continued erosion of traditional ad revenue will be made up on other platforms over the next three to five years. For the vast majority of news organizations, the next phase of their existence will resemble the last one–cost reduction as a forced move, albeit in a less urgent (and, we hope, more strategic) way, one that takes into account new news techniques and organizational models.

(Traduzione libera e selettiva) Per i prossimi 3, 5 anni i media digitali non compenseranno le perdite della stampa. Bisogna pertanto prepararsi ad altre ristrutturazioni. Ma che almeno siano strategiche.

Post-industrial journalism assumes that the existing institutions are going to lose revenue and market share, and that if they hope to retain or even increase their relevance, they will have to take advantage of new working methods and processes afforded by digital media.

Calano i ricavi e gli editori dovranno compensare la situazione adottando nuovi metodi di lavoro e rivedendo i processi (con le modalità rese possibili dai media digitali).

This restructuring will mean rethinking every organizational aspect of news production–increased openness to partnerships; increased reliance on publicly available data; increased use of individuals, crowds and machines to produce raw material; even increased reliance on machines to produce some of the output.

These kinds of changes will be wrenching, as they will affect both the daily routine and self-conception of everyone involved in creating and distributing news. But without them, the reduction in the money available for the production of journalism will mean that the future holds nothing but doing less with less. No solution to the present crisis will preserve the old models.

Saranno cambiamenti che incidono pesantemente sulla quotidianità di chi lavora e l’identità professionale; ma senza di essi la mancanza di risorse economiche si risolverà inevitabilmente nel far meno con meno. Nessuna soluzione per questa crisi potrà conservare i vecchi modelli.

Il Punto: le ristrutturazioni, se dobbiamo subirle, siano almeno utili a ridare una prospettiva ai giornali e a chi ci lavora.

Columbia School of Journalism: post-industrial journalism – Adapting to the present

columbia_3.25.10

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L’editore tedesco dove il digitale supera la carta

L’editore tedesco Axel Springer, di cui abbiamo parlato più volte, ha comunicato ieri che i ricavi dalle attività digitali del gruppo hanno superato per la prima volta quelli della carta stampata. Springer è il principale editore di quotidiani in Germania ed è una multinazionale presente in numerosi Paesei europei (e non) tra cui Francia, Belgio, Polonia.

I ricavi del 2012 sono stati pari a 3 miliardi 310 milioni di euro, in crescita del 3,9%. Ma l’utile, dopo le tasse, è sceso del 4,7%, per cui l’editore guadagna “appena” 275,8 milioni di euro. La previsione di un dividendo più basso dell’atteso ha fatto scendere ieri in Borsa le azioni di Axel Springer del 6,7%. Eppure…

Eppure il gruppo dovrebbe gioire. Perché il calo dell’utile è legato agli investimenti nelle pubblicazioni e attività digitali, una transizione intrapresa a tappe forzate. Con una forza e convinzione che fanno riflettere sull’immobilismo e i ritardi degli editori italiani.

Dagli assett digitali, cresciuti del 22% in un anno, provengono ricavi per 1,17 miliardi di euro.

Dichiarano i vertici di Axel Springer:

“Although our print media will continue to make an important contribution to the success of our business for a long time, our goal is clear: we want to become the leading digital media group.”

Axel Springer: il digitale supera la carta

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Quanti tablet e smartphone sono stati venduti in Italia

AGGIORNAMENTO – L’8 maggio 2013 e’ uscito su questo blog un post con i dati aggiornati sui tablet venduti in Italia. Il post del 21 dicembre 2012 (quello che state vedendo) va dunque letto tenendo conto di questa precisazione.

Il boom di acquisti di smartphone e tablet in Italia può essere la base per uno sviluppo digitale delle riviste, una strada che gli editori di giornali dovranno percorrere per provare a frenare e compensare il crollo di vendite e ricavi in quotidiani, settimanali, mensili.

Per valutare quanto sia decisivo per gli editori di periodici puntare sull’offerta di contenuti su più piattaforme (nella carta e nel digitale, scritto e video) è utile conoscere quanti smartphone e tablet sono stati venduti in Italia e quanti ne entreranno nelle nostre case nei prossimi anni. Non voglio attribuire al digitale un potere salvifico per la carta stampata, sappiamo tutti che gli editori dovranno ancora per molti anni cercare di guadagnare dalle copie vendute in abbonamento e, soprattutto, in edicola. Ma la tendenza per il futuro è chiara, e bisogna investire in questa direzione. Ho cercato a lungo dati affidabili e gli unici che ho trovato sono quelli (autorevoli) della School of Management del Politecnico di Milano, diffusi lo scorso 10 ottobre.
Si calcola che nel nostro Paese saranno venduti, complessivamente, entro la fine del 2012 circa 32 milioni di cellulari intelligenti (quelli che consentono di connettersi a internet ovunque ci si trovi) e 2,9 milioni di tablet, le cosiddette tavolette, che offrono un’esperienza di fruizione (parola orribile 1) diversa dal telefonino, più adatta, penso, alla lettura di articoli lunghi e al consumo (parola orribile 2) di contenuti multimediali articolati (al riguardo vi invito a leggere il bellissimo post uscito oggi su Il Giornalaio).
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Manifesto dell’editoria ultracompatta: come deve essere un giornale digitale

Un blogger americano spiega le regole per realizzare un giornale digitale di successo, facile da leggere, poco costoso, flessibile, libero dai condizionamenti del passato: Manifesto dell’editoria ultracompatta.

Craig Mod, blogger, scrittore e designer che ha pubblicato sul The New York Times e il sito di CNN, ex componente dello staff di Flipboard, ha scritto il Manifesto del Subcompact Publishing, l’editoria ultracompatta. Il riferimento del titolo è alle auto di piccole dimensioni, le utilitarie, e il paragone implicito rinvia all’arrivo a fine anni Sessanta sul mercato americano delle prime macchine giapponesi di piccole dimensioni, così diverse dalle auto a cui si era abituati eppure capaci di conquistare parte degli americani e di cambiare il mercato, mandando in crisi i produttori dei macchinoni a stelle e strisce.

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Honda , auto ultracompatta

Craig Mod è un creativo, non a caso è un ex fellow della MacDowell Colony, prestigiosa istituzione culturale, nata per sostenere e fare incontrare gli artisti emergenti. E come succede con i creativi, il discorso può sembrare poco ancorato alla realtà e visionario. In realtà contiene spunti di riflessione e qualche risvolto pratico.

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