Archivi tag: crisi economica

Rcs e la crisi della carta stampata: in Italia va peggio che altrove

Frasi della settimana scorsa, sulla crisi dei periodici, che continuano a ronzarmi nelle orecchie.

«Riteniamo -dice Federico Silvestri, amministratore delegato di Prs Mediagroup, che ha presentato un’offerta per rilevare i 10 periodici messi in vendita da RCS Mediagroup – che il problema del cartaceo così grave sia tutto italiano. In tutti gli altri Paesi la stampa europea flette, ma non a livelli come quelli visti nel nostro Paese. Ed è quindi qui, sui modelli di business, che vale la pena di fare dei ragionamenti».
In un’intervista a Italia Oggi l’ad di Hearst Magazines Italia ha parlato anche della crisi dei periodici. All’estero, in Francia, Germania, Gran Bretagna, l’avanzata del digitale erode del 5%, del 10% al massimo il mondo dei periodici. In Italia, così come in Spagna e Grecia, si paga la crisi del Paese. Che costa un 10% in più.

Credo che tra qualche mese, forse tra molti mesi, rileggeremo con uno sguardo più obiettivo quel che sta avvenendo nella carta stampata. Crisi strutturale, crisi dell’economia italiana: sappiamo che le due cose si sommano. Ma in che misura?

Il Punto: se la crisi è soprattutto italiana, allora i giornali hanno una prospettiva di ripresa, passata l’onda di piena.

AdnKronos: parla l’ad di Prs Mediagroup.

Italia Oggi: parla l’ad di Hearst Magazines.

adnkronos

ItaliaOggiTestata

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità e il New York Times (2)

Continua (vedi la prima parte).

A: «Passata la crisi torneranno anche le pagine di pubblicità, magari sul digitale».

B: «Non capisci. Ti sto dicendo che i cambiamenti sono strutturali, destinati a durare. Digitale o non digitale. Tu continui a immaginare che la pubblicità sia come un lago artificiale che alimenta alcuni canali, sempre e solo quelli. Qualcosa di statico. Passata la crisi, si torna come prima. Ma chi te lo garantisce?».

A: «Eh eh, sei un disfattista. Grazie per l’iniezione di fiducia».

B: «No. Io mi sforzo di capire. Altrimenti come fai a raddrizzare la situazione? Leggevo che i grandi gruppi internazionali, come Unilever, L’Oreal, Mercedes-Benz, preferiscono investire nei Paesi emergenti, quelli dove la crescita economica avanza a doppia cifra. Turchia, Argentina, Nuova Zelanda, Brasile, Filippine, Hong Kong… Tu continui a considerarli dei poveracci! Ma con la crisi economica del 2008 il mondo è cambiato! La ricchezza si è spostata, l’Europa è il malato dell’economia mondiale e alle grandi società e alle multinazionali conviene mettere un dollaro in uno dei paesi che ti dicevo piuttosto che nella parte declinante del pianeta. Torneranno? Sì, in parte torneranno, leggo. Ma una parte consistente degli investimenti andrà dove ti dicevo e la parte destinata a noi si dividerà tra mille rivoli, perché non ci sono solo tv, periodici, quotidiani, radio e cinema in cui fare pubblicità ma anche nuove “vetrine”. I media digitali, gli aggregatori di news, i social network, i canali televisivi digitali, i videogiochi e le aziende stesse, che possono farsi pubblicità da sole attraverso nuove modalità, meno propagandistiche e più “informative”….. Ecco perché la raccolta pubblicitaria del New York Times è calata, per la prima volta, del 2,2%».

A: «Wow, che bella spiegazione. Ma quando si parla di digitale non ci sono certezze. Le cose possono cambiare. Preparati a cambiare idea anche tu».

(Fine).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità, il New York Times (1)

A: «Bisogna fare le app dei nostri giornali. C’è la crisi dell’editoria, ma la situazione non sarebbe così preoccupante se ci fosse una crescita nel digitale e si vendessero più copie digitali dei giornali. Compenserebbero le copie perse in edicola. Guarda l’esempio del New York Times: in tre mesi sono stati sottoscritti 57 mila abbonamenti digitali. Oggi sono 566 mila i lettori del giornale nella versione per l’online, il tablet, il mobile in tutte le sue declinazioni».

B: «(Declinazioni…!) A sentire te sembra tutto facile…».

A: «Grazie alle copie digitali e a un ritocco del prezzo del giornale di carta, i ricavi diffusionali del New York Times sono aumentati del 7%».

B: «Prima mi hai interrotto. Stavo per farti notare che proprio nel giorno in cui sono usciti i dati che dici tu, il New York Times ha perso il 22% in Borsa. Un tonfo così non si vedeva dal 1980. I ricavi complessivi del giornale, copie più pubblicità, sono scesi, seppur di poco, ma sono scesi. Anche per questo c’è stato il tracollo a Wall Street».

A: «Ma l’aumento delle copie digitali è inarrestabile, stupefacente. Vedrai».

B: «Non è la soluzione a tutti i mali. Si vendono un sacco di copie digitali ma i ricavi diminuiscono. Quale futuro ci può essere?».

A: «E allora, tu che te ne intendi, come spieghi questa discrepanza?».

B: «Non me ne intendo per niente. Ma noto alcune cose. Se il New York Times arretra è per colpa, innanzitutto, della pubblicità. Il giornale perde il 9 %. Nella carta, il calo della raccolta pubblicitaria è addirittura dell’11 %».

A: «Ma il digitale sta crescendo, passata la crisi, il giornale tornerà a guadagnare».

B: «Speriamo! Il guaio è che al momento il NYT perde soldi anche nella raccolta pubblicitaria per le edizioni digitali. Il digitale va male! C’è una piccola flessione, del 2,2 %, che non fa presagire niente di buono. Vendere più copie, di carta o nel digitale, non è sufficiente».

A: «………».

B: «Non per fare il pessimista, ma questa cosa è stata studiata e misurata. Pare che per ogni dollaro guadagnato dai giornali nel digitale se ne perdano sette nel cartaceo. Ma il NYT perde anche nel digitale».

A: «Mi piacerebbe capire perché».

B: «Bisognerebbe interpellare un esperto. Come sai, io non me ne intendo, anche se cerco di tenermi informato. E su un giornale ho letto che il mondo della pubblicità sta subendo cambiamenti profondi».

Continua (1).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

«La crisi dell’editoria non esiste!»/2 – Pubblicità

E quando mi dicono che la crisi dell’editoria non c’è, penso anche ai dati sulla raccolta pubblicitaria e sulle pagine con inserzioni. Negli Stati Uniti, che, a differenza dell’Italia, appaiono più reattivi davanti alla crisi economica (gli Usa, a differenza del nostro paese, non hanno rischiato il default o di uscire dall’euro), la raccolta pubblicitaria, secondo quanto riportato dall’Associazione dei magazine media (Mpa), ammontava nel 2011 a 20 miliardi 86 milioni di dollari, in lenta ripresa rispetto al 2010 e al 2009, ma lontana dai valori di sei anni fa. Ancor più impressionanti sono i dati sulle pagine pubblicitarie pubblicate. 164 mila nel 2011: per trovare un numero inferiore bisogna tornare al 1994.

M’interessa perché: 1) facendo la differenza tra Usa e Italia si ricava un’idea, seppur approsimativa, di quanto grave sia la crisi strutturale dell’editoria, al netto della crisi economica. Anche in America i dati sono negativi, nonostante la maggior capacità di rispondere alla congiuntura non favorevole (diciamo così).

Il punto: come sopra: aprire gli occhi davanti alla realtà per cercare una via d’uscita vera.

La fonte: «La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Magazine Usa, pubblicità dal 1960 al 2011

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

«La crisi dell’editoria non esiste!»/1 – Diffusioni

Quando si dice che la crisi dei giornali non esiste, bisognerebbe andare a vedere i dati sulle diffusioni, per ricevere una doccia fredda. Prendiamo quelli dei periodici Usa venduti in abbonamento o in edicola. Allego una tabella con i dati dal 1970 al 2010, anno per anno. Siamo tornati alle copie del 1980: una débacle! La Mpa, Associazione dei magazine media, regisstra sia le copie in abbonamento sia quelle vendute in edicola. Nel 2010 erano 312 milioni 478 mila. Il vertice era stato toccato nel 2000 con 378 milioni 918 mila copie vendute. Un’altra epoca. Ma guardate con attenzione il dato sull’edicola. Nel 2010 si sono vendute 29 milioni 558 mila copie. Mai così bassa. Nel 1980 erano 90 milioni 895 mila.

M’interessa perché: 1) al netto della crisi economica, si coglie il cambiamento strutturale: la gente non compra periodici; 2) nel declino c’è un punto di svolta, dopo il quale il calo di vendite diventa crollo.

Il punto: 1) qualsiasi ragionamento su come affrontare la crisi deve partire dalla consapevolezza della realtà, per quanto dura.

La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Dati diffusioni magazine Usa dal 1970 al 2011

Contrassegnato da tag , , , , , , ,
Annunci