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Cosa succede se non leggi più il giornale a colazione – Lo stato dei media nel 2013

Il giornalismo sta attraversando un periodo di grandi opportunità, non solo di bilanci in rosso? Alan Murray, ex giornalista del Wall Street Journal e presidente del Pew Research Center, spiega invece qual sia l’esatta condizione dei giornali. Si va al punto: la perdita di pubblicità, l’irrilevante crescita delle copie vendute, la frammentazione dei new media.

Prima di lasciare spazio all’entusiasmo per il digitale, bisognerebbe capire cosa sta succedendo al giornalismo e quali saranno le conseguenze per le testate e per chi ci lavora. Una sintesi viene fatta da Alan Murray, per cinque anni responsabile dello sviluppo digitale del Wall Street Journal, presidente da alcuni mesi del prestigioso Pew Research Center, organizzazione no profit che ogni anno rilascia un rapporto sullo Stato dei media. Potete ascoltare l’intervento di Murray alla George Washington University School of Media and Public Affairs. Ma ho selezionato alcuni punti e li ho sintetizzati in italiano. Potete leggerli qui sotto.

Sì, anche al Wall Street Journal, grazie al digitale, l’audience complessiva non è mai stata alta come in questi anni. 10, 15 volte superiore a quella che il giornale ha avuto nel periodo d’oro. Questo significa che il Wall Street Journal è in grande salute? Purtroppo no. In tutto il mondo avanzato, a causa dell’esplosione della comunicazione digitale, non c’è più un modello di business per i giornali, non si è ancora trovato il modo per ripagare e tenere in piedi il business.

 

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La pubblicità cala ancora, siamo tornati indietro di 10 anni

La pubblicità è una delle gambe su cui si regge la carta stampata, le altre sono le diffusioni, cioè i ricavi dalle copie vendute, e le vendite congiunte, vale a dire tutti i prodotti venduti con le riviste (libri, cd, dvd, borsette, collane). Ma:

su borsaitaliana.it si racconta oggi di come ci sia la previsione di un ulteriore calo della pubblicità nel 2013, una possibile flessione del 2,5% che farebbe scendere gli investimenti complessivi in inserzioni a 7,5 miliardi di euro. Nel 2012 ci si potrebbe attestare sui 7,6-7,7 miliardi di euro.

Borsaitaliana.it ricorda che tra 2001 e 2003 gli investimenti pubblicitari oscillavano tra 7,67 e 7,59 miliardi di euro. In altre parole, il nostro Paese è tornato indietro di 10 anni.

Il calo nei periodici italiani è stato devastante. Per questo nel mondo dell’editoria si preannunciano grandi manovre di accorpamento o sinergia tra le principali concessionarie.

Ma per saperne di più rinvio all’articolo di borsaitaliana.it, nel link qui sotto.

M’interessa perché: 1) continua la discesa della pubblicità; 2) viene ridimensionata una voce di fatturato che tiene in piedi i giornali.

borsaitaliana.it: calo della pubblicità anche nel 2013

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