Archivi tag: giornalismo

Magazine: chi vende, chi compra nel 2018

Negli Stati Uniti l’editore Time Inc. ha venduto, oltre un anno fa, i periodici del gruppo. Parliamo di testate che riempiono le case degli americani e che hanno fatto la storia del giornalismo: Time, People, Fortune, Sports Illustrated.

A un anno di distanza, l’editore che ha comprato quei magazine, Meredith Co., proprietario della rivista Better Homes and Gardens e di tanti titoli che vendono milioni di copie, ha tenuto alcune delle testate comprate da Time Inc. e ha ceduto Time al magnate americano di internet Marc Benioff per 190 milioni di dollari e Fortune all’uomo d’affare thailandese Chatchaval Jiaravanon  per 150 milioni di dollari.

Contemporaneamente, in Francia, il gruppo Lagardère ha ceduto i suoi titoli. Così ha fatto anni fa l’editore tedesco Axel Springer.

Editori di magazine che vendono, editorio o magnati che comprano magazine.

Per capire che cosa stia accadendo bisogna quindi abbandonare l’idea che i magazine stiano solo vivendo una stagione di chiusure e dismissioni e iniziare a farsi domande sulle caratteristiche di chi vende e di chi acquista.

Eviteremmo di cadere in discorsi generici, qualunquistici, da bar, e potremmo capire meglio quale sia il nuovo panorama dei media, le sue logiche, il valore dei brand (Time? 190 milioni di dollari, e non zero dollari. Fortune? 150 milioni di dollari, e non zero cents) e le possibilità di sviluppo di nuovi contenuti, anche in chiave digitale.

 

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Notizie Dell’Ultima Ora O Contesto?… Last Week Tonight

«Viviamo in tempi turbolenti.

Abbiamo bisogno di uno show che si muova alla velocità delle notizie.

Uno show che tenga il passo del nostro mondo concitato.

Uno show che va in onda una volta alla settimana, la domenica sera, dopo le 23.

Un colpo di stato il lunedì? Crolla la Borsa di mercoledì? Il Governo dà le dimissioni il venerdì?

Ne parleremo la domenica sera dopo le 23. A meno che il fatto non avvenga all’ora della messa in onda. In questo caso…. ce ne occuparemo la prossima settimana. Di domenica».

E’ quel che dice il video di lancio di un programma d’informazione satirico del network televisivo statunistense Hbo, Last Week Tonight (ne parla con acutezza il designer Mario Garcia nel suo blog dedicato ai cambiamenti nel mondo del giornalismo).

Un titolo che fa riflettere sul nostro bisogno di avere notizie sempre aggiornate ma anche sulla richiesta  di una selezione delle notizie rilevanti, di approfondimento, di contesto per comprendere i fatti. E forse è questo il vero lusso in tempi di notizie incalzanti.

Context is the new king: oggi ci pensa la tv. Ma una volta non era il mestiere dei periodici?

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24 Siti D’Informazione Che Hanno Cambiato Il Giornalismo

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Da segnalare:

1) Il mondo del digitale ha dimensioni ancora ridotte rispetto all’industria dell’informazione. Prendiamo i fatturati pubblicitari. Il Pew Research Center stima che i quotidiani statunitensi abbiano raccolto nel 2013 ricavi pubblicitari per 25 miliardi di dollari. I siti d’informazione for profit si fermerebbero a non più di 500 milioni di dollari.

Ma la rilevanza del mondo online sta crescendo. Time Inc, la principale casa di periodici americana, fatturava nel 2012 meno di 600 milioni di dollari. Più o meno negli stessi mesi, la media company digitale Vice Media avrebbe fatturato circa 175 milioni di dollari (100 milioni Huffington Post, 10-15 milioni Mashable, 20 milioni Business Insider).

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Cambiamenti Culturali: Il Feedback Loop del Giornalista Web

La differenza tra giornalista della carta stampata e giornalista digitale? Ecco alcune frasi di chi sta guidando il cambiamento nelle redazioni. Il capo del digitale di Hearst Usa. E il direttore delle attività digitali della rivista Forbes (segue grafico)

VADO BENE? Intervista al capo del digitale nei periodici di Hearst negli Stati Uniti (Cosmopolitan, Esquire, Harper’s Bazaar). Troy Young parla della differenza tra giornalisti digitali e giornalisti tradizionali, della carta stampata. Un tema già trattato da questo blog, in modo più approfondito (ma sempre non sistematico: questo è una specie di diario).

«Un giornalista digitale non pensa solo al contenuto ma al contenuto e alla distribuzione, insieme. Quando ti siedi con i giornalisti giovani, senti che dicono cose come: “Oh, sì: quel post ha funzionato, fantastico; l’altro, invece, non ha funzionato per niente”. Quando invece ti siedi con gli altri giornalisti, senti questo: “Questa è una buona idea”. La differenza tra i due atteggiamenti è enorme».

«The young, modern digital editor doesn’t just think about content, they think about content and distribution. When you sit with a group of young editors, you’ll hear them say, “Oh yeah, that worked, that was cool; that didn’t work at all.” When you sit with other editors, it’s like, “That’s a good idea.” The difference between those two things is massive».

MISURA IL TUO SUCCESSO Ieri il sito Journalism.co.uk, miniera di informazioni e tutorial sul digitale, ha ripreso le parole del capo del digitale di Forbes, Lewis DVorkin. E il concetto di feedback loop, messo a punto da DVorkin e già presentato su questo blog quasi un anno fa.

A Forbes i dati sugli utenti che visitano il sito e il numero di visualizzazioni di un post sono visibili a tutti, non un segreto tra redattore e direttore. Il giornalista si confronta con un “giudizio” trasparente sul successo del suo lavoro. DVorkin dice che inizialmente i redattori e collaboratori (un esercito di 1200 giornalisti) erano poco convinti di questa soluzione. Oggi, sostiene il capo del digitale di Forbes, sono loro stessi a chiedere un continuo miglioramento del “contatore”. Chissà…

«Every contributor should know, and every staffer should know, how am I doing? I publish a post, how’s it doing? Where’s the traffic coming from? Do people care? Are they interested? How does it compare with the other posts that I’ve done? So we really strongly believe that data is a feedback loop that helps power what we do».

«Ciascun collaboratore dovrebbe conoscere, e qualsiasi redattore dovrebbe sapere, se il suo lavoro viene letto. Pubblico un post, com’è andato? Da dove proviene il traffico? Alla gente interessa? Quale risultato ha raggiunto rispetto agli altri post da me realizzati? E così  noi siamo decisamente convinti che i dati di traffico siano un “feedback loop” che aiuta a rafforzare quel che facciamo».

Sento che manca qualcosa.

«The data is to help inform their journalism, not rule it».

«I dati di traffico danno informazioni al giornalista. Non gli dicono cosa deve fare».

Segue l’esempio di un giornalista che si occupa di informatica incapace di fare traffico. DVorkin dice che la soluzione non è far caricare foto di animali, ma trovare la chiave per avere più lettori/utenti nell’area tematica di competenza.

Speriamo sia sincero.

Il feedback loop di Forbes

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Il Racconto Multimediale del Datagate (E Altro Storytelling Digitale)

Quattro esempi di racconto multimediale. Recenti. Proposti da giornali di carta: The Guardian, The New York Times, L’Equipe, il norvegese Aftenposten. Ripresi dal blog di Mario Garcia, designer di quotidiani, periodici, media. La nuova frontiera del racconto giornalistico. Con tecniche che tutti devono conoscere

STRETTA ATTUALITÀ Il primo novembre è stato pubblicato dal Guardian, quotidiano inglese con diffusione e rilevanza planetaria (il superamento dei confini nazionali è uno dei fenomeni resi possibili dal digitale), un racconto multimediale dello scandalo Datagate (Snowden/Nsa). Straordinario. Nelle interviste video le persone sono “scontornate” e iniziano a parlare non appena il lettore, facendo scroll sul racconto, arriva al punto. Ci sono documenti da sfogliare come se fossero fascicoli che ti vengono messi in mano. Grafiche sofisticate, animazioni. Giornalismo orientato a spiegare, passo a passo, una vicenda di spionaggio di massa che ha implicazioni sulla privacy di ciascuno di noi.

SUCCESSO NEL WEB  Il quotidiano norvegese Aftenposten ha pubblicato il 2 novembre un racconto multimediale, Hooked on Yoga, di grande successo nel Paese: la quarta “notizia” più letta, la più condivisa nel giorno dell’uscita. È la storia di un ex tossicodipendente tornato a una vita normale grazie allo yoga. Un esempio seguito da un gruppo di persone, tutte con la stessa dipendenza. Tre giorni per girarlo, tre per scriverlo, cinque per documentarsi, cinque per fare il montaggio e l’editing video.

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Lo Stato e la Chiesa – I Cambiamenti di Time Inc.

Lo Stato è la pubblicità: profana. La Chiesa è il contenuto giornalistico: sacro. La loro separazione aveva figure di garanzia. Che sono state cancellate dal più grande editore di periodici Usa. Per pensare allo sviluppo digitale. Ai bilanci. Alla sopravvivenza

C’ERA UNA VOLTA Ti racconto una storia. Quella dello Stato e della Chiesa. Vivevano nella stessa casa, ma in stanze diverse. Una, la Chiesa, si preoccupava di fare bei giornali (erano giornali importanti, sai!). L’altro, lo Stato, doveva badare al sostentamento. Non potevano vivere l’una senza l’altro. Ma un bel giorno quella divisione è stata cancellata…

COME CAMBIA È saltata perché la Chiesa e lo Stato rispondono alla stessa persona. La scorsa settimana il più grande editore di periodici americano, Time Inc., ha annunciato un grande cambiamento nella struttura di comando. Una svolta epocale, per i veterani del mestiere. Finora i direttori delle riviste rispondevano a un direttore editoriale: un esperto di contenuti giornalistici. Era lui a discutere con chi si occupava del business: un confronto alla pari. Da oggi, invece, l’interlocutore dei singoli direttori di testata, a cui rendere conto dei risultati, è una figura di business (il presidente di divisione), che deve garantire il successo economico delle testate quanto a vendite e pubblicità raccolta. Tra i suoi poteri, la possibilità di licenziare i direttori. Una cosa simile era stata sperimentata da Condé Nast per la rivista Lucky. Ma è seguito un rapido dietrofront.
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Dall’obiettività al giornalismo dell’interpretazione – Una ricerca della Columbia sull’era digitale

Una ricerca della Columbia University mostra come il giornalismo che riporta i fatti stia lasciano il posto al giornalismo che interpreta la realtà. C’è uno spostamento dal resoconto degli avvenimenti, nel nome dell’obiettività, all’analisi di quel che accade. Un processo iniziato negli anni Novanta e accelerato dal digitale. Perché nel web si celebra l’orgia delle notizie. Ma la gente ha bisogno di significato.

Lo abbiamo detto mille volte, il Web è il regno della notizia ridotta a commodity, qualcosa che viene riportato e copiato mille volte, senza valore aggiunto, un moltiplicatore che toglie valore al lavoro di chi raccoglie i fatti e li riferisce. Per questo, si dice, l’informazione è diventata gratuita e i giornali sono entrati in crisi. Encefalogramma piatto.

Ma nell’epoca dei reporter della porta accanto (il citizen journalism, il giornalismo partecipativo) si sente la mancanza di qualcuno che sappia spiegare il significato dei fatti, che li interpreti e dia una bussola alle persone.

Da qui l’analisi della Columbia University di New York che ha provato a quantificare le notizie presenti sui giornali americani, dal 1955 a oggi, dividendole in quattro categorie: coventional news, cioè il resoconto di qualcosa che è accaduto nelle ultime 24 ore; contextual news, storie che contengono analisi, interpretazione, spiegazione; investigative journalism, che mette sotto la lente i poteri e i potenti; social empathy, storie di persone interessanti.

Il risultato è la crescente importanza delle contextual news, dunque le analisi e le interpretazioni, rispetto alle conventional news, il semplice resoconto. Cliccate sulla tabella per ingrandirla e vedere i risultati dello studio della Columbia.

tipologie di giornalismo

Perché questo sta avvenendo?

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Bombardato dai fan del native advertising

Aiuto, oggi il mio blog è stato preso di mira dai sostenitori del native advertising. Hanno commentato post come questo. E come questo.
Riporto quel che scrivono sul loro blog, creato sulla piattaforma di WordPress. E alcune osservazioni che mi sgorgano dal cuore.

In altre parole la Native Advertising è una sorta di pubblicità integrata all’interno dei contenuti di un sito, in modo che non risulti interruttiva agli occhi del lettore.

La vera motivazione per cui oggi siamo qui a parlare di Native Advertising è  perchè la banner blindness è ormai dilagante, soprattutto tra le persone “giovani” che sono nate e cresciute con il web. La percentuale di click (CTR) sugli annunci pubblicitari sta drasticamente calando giorno per giorno.

Secondo dati di Google nel 2010 il CTR è sceso allo 0,09% (rispetto allo 0,10% del 2009), quindi significa che meno di una persona su 1.000 clicca su un annuncio pubblicitario.

E quindi i brand si sono ingegnati ed anziché promuoversi sempre nei classici spazi riservati all’advertising PPC tradizionale, lo fanno all’interno degli stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.

Cari amici di “native advertising”, siete sul pezzo. Sulla mia pelle, scambiando alcuni post di siti americani per giornalismo, anziché coglierne la natura promozionale, ho provato cosa vuol dire la confusione tra pubblicità e informazione sul Web. E se ci casca uno che fa il giornalista da molto, molto tempo, temo possa cadere nell’equivoco anche un lettore. Al tempo stesso, sapete far leva su qualcosa di drammaticamente vero: nel digitale la pubblicità vale poco, gli editori guadagnano poco e per alimentare la produzione giornalistica ci sono risorse limitate. Un bel guaio.

M’interessa perché: 1) aiuta a riflettere sull’importanza di garantire l’autonomia del giornalismo anche nel Web; 2) pone in modo sensato il problema del finanziamento del giornalismo nell’era digitale.
Futuro dei Periodici

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Se il Kenya insegna ai giornalisti il personal branding

Consigli e considerazioni su come rafforzare la propria immagine di opinionisti sui social media e nei blog giornalistici? Li fornisce un curioso sito web aggregatore di news kenyota. Perché, ammettiamolo: diventare un brand è il desiderio più o meno consapevole di molti colleghi che twittano a raffica. E una richiesta implicita degli editori. In ogni parte del mondo, anche in Africa.

Questo post si inserisce senza volerlo nella scia del precedente “Giornalista, mettici la faccia!“.

Essere rilevanti nel mondo digitale, raccogliere una pioggia di like e retweet, dispensare giudizi e analisi che pesano, almeno farsi notare per lo stile, la verve, il sarcasmo: sono il desiderio di molti colleghi.

L’articolo su Standard Media non dice molto ma ricorda due cose: 1) il digitale ha conferito valore all’individualità e ne ha tolto, per il momento, ai brand dei giornali; 2) il personal branding, fenomeno nuovo e profondamente in contrasto con parte della tradizione giornalistica (per il modo in cui viene concettualizzato: sei un brand e non un opinionista), è diventato quasi indispensabile.

Per parte mia sento tutto il fascino e tutto il rischio del processo che ingessa i giornalisti in marchi. Non perché sia un limite alla libertà di pensiero. Semplicemente presuppone che un redattore si occupi più o meno stabilmente di determinati argomenti. Ma è ancora possibile, cari amici proletarizzati delle redazioni? Largo ai collaboratori illustri e non assunti!

Standard Media: diventa il brand di te stesso

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Il boom di The Atlantic nel digitale: una buona notizia, ogni tanto

Sarebbe una bella storia da raccontare quella di The Atlantic, rivista letteraria statunitense nata oltre 150 anni fa, gioiello editoriale fondato da un gruppo di scrittori e intellettuali “liberal” del New England, che è diventata un caso grazie al successo nel digitale e ai suoi 12 milioni e mezzo di visitatori unici nell’ottobre 2012 (+45%).
Sarebbe una bella storia, perché fa vedere come un giornale che sembrava destinato alla chiusura dopo dieci anni di conti in rosso sia invece rinato e si sia imposto come uno dei siti di informazione e riflessione politica e culturale più autorevoli e soprattutto più letti degli Stati Uniti.
Nel secondo link trovate un articolo di due anni fa del New York Times. Racconta come abbia pagato, per The Atlantic, la strategia del “digital first“, prima di tutto il digitale. La dirigenza spiega qual è stato l’approccio al digitale. In sintesi: The Atlantic ha agito come se fosse una nuova realtà editoriale, una start-up della Silicon Valley foraggiata con venture capital,  decisa ad aggredire e sconfiggere… The Atlantic. «Che cosa avremmo fatto se il nostro obiettivo fosse stato quello ci cannibalizzare noi stessi?» dice il proprietario del giornale, David Bradley.

I primi passi sono stati: fondere la redazione del giornale di carta con quella digitale; rinunciare a far pagare la lettura delle notizie sul sito (buttato via il paywall); mettere insieme la raccolta pubblicitaria, senza distinguere tra i budget dei due canali.

The Atlantic ha anche organizzato eventi con il proprio brand: conferenze con il marchio del giornale con accesso a lezioni a pagamento. Un progetto realizzato con l’Aspen Institute ha raccolto l’adesione di 1200 persone, ciascuna delle quali ha pagato 2 mila 700 dollari per quattro giorni di seminario.

Sarebbe bello raccontare questa storia.

M’interessa perché: 1) fa vedere come anche una testata tradizionale-che-più-tradizionale-non-si-può abbia una chance di restare in vita, anzi, di prosperare, nell’era digitale; 2) “ragionare come una start-up, cannibalizzare se stessi”; 3) non c’è una strada uguale per tutti, ma c’è una strada; 4) il digitale non è solo informazione da due soldi.

Il punto: trovare la strada giusta per ridare un significato editoriale ed economico alle testate di carta.

foliomag.com: The Atlantic vola sul web

nytimes: il rilancio di The Atlantic

 

 

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