Archivi tag: Harper’s Bazar

I giornali per tablet sono un flop? – Sondaggio di Hearst Uk

Un sondaggio di Hearst sulla lettura dei giornali su tablet dà indicazioni su questioni in questi giorni molto dibattute. Le edizioni digitali delle riviste hanno un futuro sui nuovi apparecchi mobili? Oppure le applicazioni di settimanali e mensili sono poco friendly, rendono difficile la lettura, impediscono la condivisione degli articoli e lo scambio di commenti e di “like”? E per questo sono un fallimento? Domande che sono state sollevate da un articolo su GigaOM, sito americano d’informazione sulle nuove tecnologie.

SONDAGGIO SUL TABLET Un sondaggio condotto in Gran Bretagna da Hearst, che nel Paese pubblica Harper’s Bazaar, Men’s Health, Cosmopolitan, Esquire, Elle, Red, aggiunge informazioni utili per chiarirsi le idee. L’indagine è in-app, ovvero è stata fatta coinvolgendo 500 lettori che si sono abbonati alle edizioni digitali delle riviste della casa, o le hanno acquistate nelle edicole digitali. Il valore scientifico non è quindi eccelso ma le conclusioni sono comunque utili in dispute in cui, a ben guardare, si mettono a confronto punti di vista e impressioni soggettive.

SI LEGGE COME SULLA CARTA Dal sondaggio, che riguarda copie arricchite e ridisegnate per tablet del giornale e non semplici Pdf, viene fuori che il 31,4% dei lettori legge l’edizione digitale dalla prima all’ultima pagina, in modo lineare.
Il 7,3% scorre il numero del giornale attraverso le miniature delle pagine.
Il 6,4% si muove tra i contenuti utilizzando gli strumenti di navigazione che si trovano all’inizio del giornale: ricerca mirata.

Continua a leggere

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Record di pubblicità sulle riviste fashion americane – Formule giornalistiche che funzionano

I giornali fashion americani fanno il pieno di pubblicità sui numeri che usciranno in settembre. Per le riviste di Hearst, Time Inc., Condé Nast la raccolta di pagine registra numeri da record, riportando ai tempi di prima della crisi. Una notizia che contrasta con le difficoltà dei newsmagazine.
 
Il meteo della carta stampata è fatto di improvvisi cambiamenti di umore. Solo la scorsa settimana si diceva che i newsmagazine americani, le riviste di attualità politica ed economica, registrano un preoccupante calo nelle pagine di pubblicità. Il più pesante dopo il 2009, annus horribilis dei giornali. Ma se passiamo alle riviste di moda e lifestyle il panorama è completamente diverso. Si passa dalla tempesta al sole splendente. La notizia è stata riportata da tutte le riviste che si occupano di editoria (per i dati, potete leggere gli articoli del sito di Adweek, riportati in link alla fine di questo post). Le riviste sono conosciute anche in Italia: Vogue, Elle, Marie Claire, Glamour, InStyle.
 
Quali conclusioni ricavarne? Che la crisi colpisce in modo differente le pubblicazioni, mettendo sotto pressione formule come i newsmagazine e dando invece una prospettiva di recupero per i giornali del lusso, di lifestyle, femminili? Lo abbiamo sentito dire spesso.
 
O siamo di fronte a dinamiche tutte statunitensi? Non sembra, anche se ogni Paese ha le sue caratteristiche (per cui la ripresa arriverà più rapidamente negli Usa che in Europa, con l’Italia fanalino di coda).

Adweek: Condé Nast fa il pieno di pubblicità per settembre 2013.

Adweek: Vogue fa il pieno di pubblicità per settembre.
Adweek

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La crisi dei periodici e la risposta di un editore in Gran Bretagna

Trainata dal mensile femminile Good Housekeeping, Hearst in Gran Bretagna regge bene alla crisi della carta stampata. Nel suo arco ci sono tre armi: giornali di gamma alta che non perdono pubblicità, un amministratore delegato “sgamato” e un uomo che viene da Microsoft, proprio come Pietro Scott Jovane.

L’articolo del Guardian, che ogni domenica fa l’esame del sangue a un editore britannico, parte dall’ottima performance di Good Housekeeping, il mensile femminile di servizio pubblicato in Gran Bretagna da Hearst, editore americano presente in tutto il mondo, Italia compresa.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Rodale entra nell’e-commerce

Negli Stati Uniti l’editore Rodale, quello che pubblica (anche in Italia con Mondadori) Men’s Health, annuncia l’ingresso dalla prossima primavera nell’e-commerce come retailer. Il sito si chiamerà Rodale’s e venderà prodotti di qualità e alto prezzo, ma al tempo stesso ecosostenibili, per la casa e la bellezza. Di recente altre riviste ed editori hanno deciso di sviluppare l’e-commerce, da Lucky a Shopbazaar, il sito di Harper’s Bazar. Ma Rodale persegue una politica più aggressiva perché vuole fare tutto in casa, senza mediazione: venderà i prodotti ai propri lettori, mentre gli altri editori Usa si limitano ad aprire una vetrina virtuale e a mettere in contatto venditore e potenziale cliente. La differenza sta nei margini di guadagno: l’editore che si limita a fare da mediatore incassa il 7 per cento della transazione, chi diventa retailer trattiene per se il 50 per cento del prezzo pagato.

In Italia è stata Mondadori, finora, a spingersi più avanti su questa strada, ma l’esperienza del sito di e-commerce Easyshop.it non ha avuto successo ed è stata chiusa a pochi mesi dal lancio.

Ad Week: Rodale entra nell’e-commerce

Contrassegnato da tag , , , , ,

Harper’s Bazar si butta nell’e-commerce: ShopBazaar

Hearst Magazines lancia negli Usa un sito di e-commerce, ShopBazaar, che è strettamente legato alle pagine di Harper’s Bazar, con continui rimandi tra oggetti e accessori fotografati e mostrati sulle pagine del giornale e opportunità di shopping nel sito. Leggete perché troverete dettagli di un certo interesse. Hearst Magazines sta cercando di spingere sull’e-commerce e di diversificare i ricavi, vista la debacle con edicola, abbonamenti e pubblicità normale.

Ma con questa iniziativa a Hearst si dice (leggete meglio nell’articolo): “This is our brand moment. We will be a brand you read about and a brand you shop”. Lo stesso brand è un giornale da leggere e un luogo dove acquistare.

Chi se ne occupa è una manager di Hearst che ha già lanciato, in una precedente esperienza lavorativa, Elle Shop nel 2002, sul sito della rivista.

Critico il ruolo dei giornalisti in questa stretta relazione tra testi informativi e necessità di vendere. Se ne parla qui ma anche nell’altro post di Futuro dei Periodici di oggi, 16 settembre 2012, riguardante le strategie di Time Inc. per il digitale.

Harper’s Bazaar diventa ora un… bazar!

M’interessa perché: 1) fa capire che i periodici devono d-i-v-e-r-s-i-f-i-c-a-r-e; 2) il brand, ah il brand; 3) il futuro dei giornalisti: commessi intelligenti? (ma lo sono già, si parla infatti di giornalismi, da Repubblica ad Harper’s Bazaar).

Il punto: sotto il cappello del brand giornalistico, della testata, si possono far crescere attività che non hanno nulla di giornalistico ma portano ricavi. Diranno che è sempre stato così. No, non in modo così diretto.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

Laura Lang, Ceo di Time Inc. (ne ho già parlato in un post del 22 agosto di Futuro dei Periodici), è stata chiamata alla guida del gigante dei periodici americani perché ha un’esperienza di pubblicià nel web. Non di editoria. Si è messa al lavoro per ridisegnare le strategie del gruppo con attenzione soprattutto verso il passaggio al digitale e le esigenze degli inserzionisti. In questo articolo di Bloomberg si spiega quali passi sta per intraprendere. E’ un articolo chiave perché contiene molti nodi su cui stanno ragionando gli editori. E perché si riporta anche il pensiero di alcuni grandi inserzionisti relativi ai magazine, al digitale e ai lettori dei magazine.

Partiamo dalla fotografia dei magazine di Time Inc. quest’anno: il fatturato della raccolta pubblicitaria è sceso del 6 per cento, quello degli abbonamenti (rilevantissimi nel mercato Usa) del 7 per cento (guardate il post del 20 agosto di Futuro dei Periodici). Ma il gruppo editoriale conta comunque su 21 testate e una audience potenziale, tra carta e digitale, di 127 milioni di lettori. Su questo Laura Lang vuole far leva e ritrovare una presa sulla pubblicità.

“Advertisers I’ve met with have all said the same thing: ‘I love your print product, but find a way to let me do it with other channels.’”, dice la Ceo di Time Inc. «Gli inserzionisti mi dicono sempre la stessa cosa, che amano la carta ma hanno bisogno di operare anche su altri canali».

Da qui un cambio di strategia. Gli inserzionisti potranno sviuluppare le loro campagne su tutti i brand di Time e su tutti i media, carta e digitale insieme. Finora, invece, ciascun brand si muoveva da solo, spesso combattendo guerre pubblicitarie con altre testate del gruppo editoriale.

Punto secondo, delicato per noi giornalisti: gli inserzionisti, le aziende potranno comprare pagine dei giornali, articoli già usciti o in uscita intendo dire, allo scopo di ripubblicarle sulle proprie pagine Facebook e lanciarle su Twitter. Saranno articoli su commissione o almeno ispirati dalla pubblicità? Ovviamente Laura Lang dice di no. «Articles also won’t be produced at the behest of advertisers, Lang said. Given the depth of Time Inc.’s editorial well, sales executives should be able to find articles or features relevant to any campaign, she said».

I cambiamenti di Time Inc. rimandano subito alle trasformazioni avviate in queste settimane da Hearst Magazines. Qui si sta lavorando per ampliare il numero di abbonamenti alle edizioni dei giornali per tablet, arrivate già a 700,000. E la compagnia ha lanciato il sito di ecommerce ShopBazaar, un website che rinvia direttamente alle pagine di Harper’s Bazar. Quelli di Hearst (riporta l’articolo di Bloomberg) stanno rivisitando alcuni dei dogmi che per molto tempo hanno regolato i rapporti tra contenuti giornalistici e vendite di prodotti. Soprattutto nella chiave dello sviluppo digitale. Da questo punto di vista, sia a Time Inc. che ad Hearst, c’è la consapevolezza che il proprio database di lettori e clienti ha un grande valore commerciale ed è una assicurazione sul proprio futuro. Solo Time Inc. può offrire agli inserzionisti i dati su 65 milioni di abbonati, online e offline, sui quali i pubblicitari possono impostare campagne molto mirate.

Non a caso nell’articolo di Bloomberg si riporta una frase di Dionne Colvin, national media marketing manager di Toyota America: «Time Inc. ha una audience già in qualche modo selezionata, un magnifico, ricco database di potenziali clienti».
E tra i fan di Laura Lang c’è Johnson & Johnson, la multinazionale dei prodotti per l’igiene e la casa.

Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

M’interessa perché: 1) vede gli aspetti positivi delle riviste periodiche, ad esempio l’ampio lettorato, ghiotta preda degli inserzionisti; 2) riflette su come devono cambiare i confini tra informazione e pubblicità; 3) riporta il punto di vista di grandi inserzionisti, per niente negativi verso il futuro dei periodici.

Il punto: l’evoluzione della strategia sul digitale e una reale possibilità di sviluppo o almeno tenuta dei periodici.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,
Annunci