Archivi tag: Harvard Business School

Due risposte sul futuro dei periodici

Come sarà il futuro della carta stampata nell’età digitale? Come il digitale è stato d’aiuto a una rivista di successo, molto conosciuta, diventata un modello della transizione alla nuova epoca dei periodici?

Riprendo un’intervista a Lewis D’Vorkin, Chief product officer di Forbes Media, la casa editrice della rivista Forbes. Non è una persona qualsiasi. D’Vorkin è alla guida dello sviluppo digitale di una rivista che è diventata un modello di reazione alla crisi della carta stampata e di espansione sulle nuove piattaforme. Non solo. Forbes è un esempio della nuova organizzazione del lavoro nelle redazioni, come spiegato nel celebre saggio «Breaking News» del professore Clayton M. Christensen della Harvard Business School (ampiamente ripreso da Futuro dei Periodici).

L’intervista, divisa in due domande, ciascuna delle quali contenuta in un video caricato su YouTube, è stata realizzata da un personaggio di cui si è parlato in questo blog, il professore Samir Husni, che si è dato il nome di Mr. Magazine, direttore del Magazine Innovation Center della School of Journalism all’Università del Mississipi.

Prima domanda: come immagina il futuro della carta stampata nell’era digitale?
(How do you see the future of print in a digital age? Listen to Mr. D’Vorkin’s answer to this question in this Mr. Magazine™ minute).

D’Vorkin spiega che c’è un futuro per le riviste che sapranno costruire un pubblico motivato, realmente interessato al contenuto, grazie a un giornale che sa essere focalizzato, sa darsi una precisa identità, sa cosa vogliono i suoi lettori. Ci saranno invece tempi difficili per le riviste troppo generaliste, ampie, confuse, poco bene indirizzate sui bisogni e le richieste dei potenziali lettori.

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Rcs, presentato il piano industriale: ristrutturazione e sviluppo digitale

Rcs Mediagroup ha presentato il piano triennale per il rilancio della casa editrice. Al primo posto lo sviluppo digitale, la valorizzazione delle riviste forti (power brand), la chiusura o vendita delle testate che non sono leader, i contenuti editoriali digitali di alta qualità, un’organizzazione delle redazioni innovativa, flessibile, più produttiva.

Non è facile spiegare cos’è il piano triennale di una società. In sostanza, Rcs Mediagroup, il secondo editore italiano nell’area delle riviste (ma il primo se si considera il quotidiano di cui è proprietario: il Corriere della Sera), prova a disegnare un futuro di sviluppo, con riorganizzazione e investimenti, per reagire al declino che ha investito da quasi dieci anni la carta stampata.
Il piano mette al primo posto il digitale. Significa che, oltre alla difesa dei giornali di carta (e dei libri), Rcs concentrerà gli investimenti soprattutto sui contenuti e i servizi da consumare e fruire su computer, tablet, cellulari intelligenti (gli smartphone), e gli ebook. La società punta a ottenere dalle attività digitali il 25 % del fatturato nel 2015, contro il 14% attuale. Per arrivarci, pensa di investire circa 300 milioni di euro. Da spendere anche in acquisizioni, l’acquisto di società o attività nel settore.
Importantissima la pubblicità. Si prevede di avere una crescita nella raccolta digitale del 18% in tre anni, contro una media attesa per gli editori (il mercato) dell’11%.
Naturalmente questo blog è concentrato sulle riviste, i periodici, in cui Rcs (“la Rizzoli“), è una presenza importante in Italia, sia per la storia del Gruppo sia per i risultati attuali.
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Manifesto dell’editoria ultracompatta: come deve essere un giornale digitale

Un blogger americano spiega le regole per realizzare un giornale digitale di successo, facile da leggere, poco costoso, flessibile, libero dai condizionamenti del passato: Manifesto dell’editoria ultracompatta.

Craig Mod, blogger, scrittore e designer che ha pubblicato sul The New York Times e il sito di CNN, ex componente dello staff di Flipboard, ha scritto il Manifesto del Subcompact Publishing, l’editoria ultracompatta. Il riferimento del titolo è alle auto di piccole dimensioni, le utilitarie, e il paragone implicito rinvia all’arrivo a fine anni Sessanta sul mercato americano delle prime macchine giapponesi di piccole dimensioni, così diverse dalle auto a cui si era abituati eppure capaci di conquistare parte degli americani e di cambiare il mercato, mandando in crisi i produttori dei macchinoni a stelle e strisce.

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Craig Mod è un creativo, non a caso è un ex fellow della MacDowell Colony, prestigiosa istituzione culturale, nata per sostenere e fare incontrare gli artisti emergenti. E come succede con i creativi, il discorso può sembrare poco ancorato alla realtà e visionario. In realtà contiene spunti di riflessione e qualche risvolto pratico.

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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Nieman Reports/1 – Come gli editori possono salvarsi

Nieman Reports. Una lettura rapida che consiglio a tutti. Ai giornalisti, perché fa capire cos’hanno in mente gli editori. E a chi i giornali li fa (se già non conosce questo testo), per invitalo a chiedersi se la ricetta proposta possa andar bene per i periodici e in Italia.

Sto parlando dei Nieman Reports, uno studio pubblicato dalla Nieman Foundation for Journalism dell’Università di Harvard.

L’autore è Clayton M. Christensen, docente alla Harvard Business School. Studioso di organizzazione aziendale, scrittore di bestseller, Christensen si è ritagliato il ruolo di superesperto che insegna alle aziende dei settori in crisi a reinventare il proprio business rispondendo alla sfida di nuovi, agguerriti, dirompenti competitor.

Tanto per spiegar meglio, Christensen in questo Rapporto si è occupato dell’industria dell’informazione per capire come gli editori possono rispondere alla sfida mortale lanciata da nuovi soggetti e, più in generale, dalla transizione al digitale. I nuovi arrivati sono, tra gli altri, l’Huffington Post, aggregatore di news, e BuzzFeed. «Questi siti fatti di notizie copiate e foto di gatti non potranno mai competere con il giornalismo di qualità» dicevano l’editore e i redattori di Newsweek. Sono le stesse, consolatorie risposte che si davano i costruttori di automobili statunitensi quando arrivarono le auto giapponesi, su tutte Toyota. Ma i giapponesi hanno imposto nuovi valori, come l’affidabilità dei prodotti, e si sono conquistati ampie fette di mercato. Poi hanno imparato a disegnare belle auto, e per Ford sono arrivati tempi duri. Del downsizing.

Lo stesso sta avvenendo nell’industria dell’informazione, dice il professor Christensen. Gli aggregatori di notizie hanno imposto nuovi valori, come la rapidità dell’informazione, la possibilità di ricevere news in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Con gli utili in rapida crescita, anche l’Huffington Post ha iniziato a proporre, infine, contenuti originali, di qualità. E, ci scommetto, si candida a scalzare in Italia L’Espresso, testata pubblicata dallo stesso editore.

Per restare sul mercato, per non chiudere decine di testate, gli editori dovrebbero rispondere, meglio dei loro concorrenti, a questa domanda: come posso soddisfare le richieste dei miei lettori? Qual è, nel lessico di Christensen, il job-to-be-done?

Nell’arredamento, un settore certo molto saturo, Ikea è riuscita a imporsi. Ce l’ha fatta perfino in Italia, paese di mobilieri. Ha infatti risposto meglio di altri al job-to-be-done. Oggi molte persone devono arredare casa rapidamente, perché rapidamente la cambiano. E vogliono un pizzico di design nelle abitazioni. Ikea ha risposto alla perfezione a questa domanda: «Devo arredare questo appartamento e devo farlo rapidamente ed efficacemente». Il marchio svedese si preoccupa perfino di consegnare i mobili nel giorno stesso dell’acquisto. Pù di così.

Quale richiesta rivolgono oggi i lettori a chi fornisce loro le notizie? Per Christensen è la seguente: «Ho dieci minuti liberi in cui far qualcosa ma non so cosa (perché sono in metropolitana o in attesa dal dentista etc etc). Aiutatemi a riempire il tempo con contenuti e informazioni interessanti e divertenti».

Voi come rispondereste?

(continua)

La fonte: «Nieman Reports di Clayton M. Christensen, docente alla Università di Harvard,David Skok e James Allworth».

M’interessa perché: 1) aiuta ad avere una mappa in questo casino; 2) aiuta a capire come ragionano gli editori; 3) dà qualche consiglio ai giornalisti.

Il punto: capire se gli editori, quelli per cui lavoriamo, possono salvarsi.

Harvard Business School: Nieman Reports

 

 

 

 

 

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