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Le parole che non mi hai detto/ Earned advertisement

Earned, guadagnato.
Giovanni si è guadagnato la promozione. Vuol dire che ha lavorato sodo, con ottimi risultati. E’ bravo.
Ma come fa la pubblicità a essere guadagnata, sudata, non “pagata”? Perché questo significa earned advertisement, pubblicità conquistata, un’espressione che trovo spesso nelle mie peregrinazioni nel web, una parola di moda, frequente, una di quelle di cui si riempiono la bocca le persone che amano farvi sentire inadeguati, impreparati, arretrati: behind the curve. Loro sì che sono avanti.
Sono così avanti da ritenere che i giornali debbano percorrere senza esitazione la strada della earned advertisement. Sai che novità?
La differenza con la pubblicità normale è che quest’ultima viene pagata e occupa nella pagina un posto diverso, distinto dai contenuti giornalistici. Anche un bambino si accorgerebbe che è una pubblicità e non un articolo.
Mentre l’earned advertisement, la pubblicità guadagnata, conquistata, è dentro agli articoli.
Vi è mai capitato di leggere un pezzo di costume sulle abitudini sessuali degli italiani e di trovare un passaggio in cui si dice che “una ricerca condotta su 1500 italiani dalla marca di preservativi XY… “? O che i comportamenti alla guida degli italiani sono cambiati così e cosà, come risulta da “un sondaggio della casa automobilistica Opanz…”? Questa non è pubblicità pagata ma è, talvolta, earned advertisement.
Piace molto agli inserzionisti, un po’ meno ai giornalisti. Ai marketers, ai pubblicitari, l’earned advertisement piace perché è molto efficace, fa presa sul lettore più di una pubblicità dichiarata. Basta guardare la tabella dell’Istituto Nielsen (questa non è earned advertisement, giuro) qui accanto. Ingranditela.
nielsen_advertising
L’earned advertisement è, innanzitutto, il passaparola. Tra amici, parenti, conoscenti ci si consiglia un certo prodotto. Qualche volta anche un giornale, nella sua libertà di scelta, consiglia prodotti. Succede che di questi prodotti si parli perché sono diventati un fenomeno così ampio, popolare, significativo, da costituire una notizia. Non parlarne vorrebbe dire vivere fuori dal mondo. Ecco perché l’earned advertisement è la più ambita dai pubblicitari: è un attestato di rilevanza. Non è pagata, se la sono guadagnata.
Peccato che non funzioni sempre così. L’earned advertisement viene spesso contrattata, è oggetto di scambio.

Vi consiglio di leggere l’articolo riportato in link, descrive bene cos’è questa forma di pubblicità ricercata, studiata, in crescita.

Ma se è guadagnata, perché tenerlo nascosto?

(Risposta: perché a nessuno piace essere preso in giro).

Estratto dalla ricerca Nielsen:
  • le raccomandazioni di amici e conoscenti sono considerati dal 92% del campione la forma di advertising più performante
  • al secondo posto, con il 70% del gradimento globale, troviamo le opinioni dei consumatori postate online
  • …….
  • la credibilità diminuisce, solo il 47% ne ha fiducia, quando si arriva a parlare di spot pubblicitari in TV, pagine Ads nei magazine, campagne di sponsorizzazione dei marchi e cartelloni pubblicitari.

M’interessa perché: in tempi di crisi, è un fenomeno in crescita.

smallbusiness: cos’è l’earned advertisement

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«La crisi dell’editoria non esiste!»/2 – Pubblicità

E quando mi dicono che la crisi dell’editoria non c’è, penso anche ai dati sulla raccolta pubblicitaria e sulle pagine con inserzioni. Negli Stati Uniti, che, a differenza dell’Italia, appaiono più reattivi davanti alla crisi economica (gli Usa, a differenza del nostro paese, non hanno rischiato il default o di uscire dall’euro), la raccolta pubblicitaria, secondo quanto riportato dall’Associazione dei magazine media (Mpa), ammontava nel 2011 a 20 miliardi 86 milioni di dollari, in lenta ripresa rispetto al 2010 e al 2009, ma lontana dai valori di sei anni fa. Ancor più impressionanti sono i dati sulle pagine pubblicitarie pubblicate. 164 mila nel 2011: per trovare un numero inferiore bisogna tornare al 1994.

M’interessa perché: 1) facendo la differenza tra Usa e Italia si ricava un’idea, seppur approsimativa, di quanto grave sia la crisi strutturale dell’editoria, al netto della crisi economica. Anche in America i dati sono negativi, nonostante la maggior capacità di rispondere alla congiuntura non favorevole (diciamo così).

Il punto: come sopra: aprire gli occhi davanti alla realtà per cercare una via d’uscita vera.

La fonte: «La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Magazine Usa, pubblicità dal 1960 al 2011

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