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Gli Editori Tradizionali Nella Morsa Del Debito

Gli editori tradizionali combattono nella morsa del debito. Una situazione che rende difficile investire nel digitale. Anche attraverso acquisizioni

Gli editori digitali italiani (i cosiddetti pure player) sono in rosso, come ha riportato Italia Oggi, ripresa da Data Media Hub.

Gli editori tradizionali italiani sono in rosso (ma vediamo se le semestrali, in arrivo nelle prossime settimane, riservano qualche sorpresa).

Non c’è differenza, dunque, tra i due mondi, tra vecchio e nuovo?

No, una differenza c’è, grande come una casa: è il debito.

Da una parte abbiamo piccole realtà nate digitali che aumentano il fatturato ma rimangono in rosso. Lottano per trovare la sostenibilità.

Dall’altra ci sono grandi editori, nati nella carta, che hanno fatturati in contrazione (prima differenza) e lottano per ripagare il debito (seconda differenza).

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Anche La Pubblicità Fugge All’Estero

Gli investimenti in pubblicità calano nella carta stampata anche perché i top spender spostano le risorse verso altri Paesi: quelli che garantiscono un ritorno superiore all’Italia

Uno degli articoli che più mi hanno colpito in queste settimane, per le chiavi di lettura che fornisce sulla crisi dei media, è uscito il 6 marzo sul Sole 24 Ore (pagina 37, a firma Andrea Biondi).

Si parla di pubblicità. E delle scelte fatte dai player più importanti del settore, i 10 top spender: le 10 aziende che più investono in spot e marketing in Italia, con una quota pari al 15% su un totale di 6,4 miliardi di euro.

Nelle parole degli intervistati, tra cui Roberto Binaghi, Ceo del centro media Mindshare, un’autorità nel campo, viene fuori un quadro preoccupante per tutti i media, ma soprattutto per la carta stampata.

Non solo un’interminabile crisi economica iniziata ormai 5 anni fa ha portato a un taglio negli investimenti.

Il fenomeno più preoccupante è nel cambiamento delle strategie. I 10 top spender sono esemplari, in questo. Non solo in un anno le società hanno ridotto complessivamente del 16% la spesa (contro il 12% circa del mercato). La cosa più grave, per chi vive nei media, è che gli investimenti maggiori si stanno spostando verso Paesi che garantiscono un ritorno maggiore.

Un cambiamento di lungo periodo.

Consiglio di recuperare l’articolo. I tagli maggiori riguardano gli investimenti nei quotidiani a pagamento.

Futuro dei Periodici

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Il calo della pubblicità nei giornali italiani – Previsioni fino al 2017 di PwC

I segnali di ripresa della pubblicità in luglio riguardano tv e internet. Ma i periodici e i quotidiani continuano ad andare male. Un trend che potrebbe proseguire

UN PROBLEMA DELLA CARTA STAMPATA In luglio i periodici hanno perso a valore (quanto s’incassa) il 24,1% rispetto allo stesso mese del 2012. Come i quotidiani. Peggio fa solo il cinema. Sono numeri diffusi ieri dall’istituto Nielsen. Il dato complessivo del calo degli investimenti in pubblicità è invece “solo” del 5,4%, e da inizio anno il mercato ha perso il 16%. Le buone notizie sono limitate alla tv, che torna a vedere una crescita (1,6%) al termine di 21 mesi di risultati negativi (2 anni!). Mentre internet, dopo 4 mesi in calo, segna una crescita del 5%.

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Il power brand, Rcs Mediagroup e altri stati di crisi nei periodici

Non è facile discutere dei periodici di Rcs e di altri giornali in crisi senza urtare la sensibilità di chi ci lavora.

Provo a fare una riflessione limitata, per mettere in luce qualche aspetto che penso valga per tutti.

Non mi soffermo sulle situazioni specifiche, come le ragioni che in Rcs hanno portato alla decisione di cedere o vendere dieci testate, limitandomi a notare che comunicare da subito l’intenzione di vendere o chiudere è il miglior strumento per bruciare i ponti: un giornale perde all’istante pubblicità.

Lo abbiamo sentito:

Rizzoli intende rinunciare a una decina di testate, tra cui A – Anna, Bravacasa, Max, Novella 2000.

Continuerà le pubblicazioni, tra gli altri, di Oggi e Amica.

Rizzoli, soprattutto, è un editore che ha la proprietà di due quotidiani leader, Il Corriere dela Sera e la Gazzetta dello Sport.

Alla luce di questo assetto è possibile provare a capire il senso del piano dell’Ad Pietro Scott Jovane, nella parte che riguarda i periodici.

Gli editori devono investire nel sostegno dei giornali e nello sviluppo del digitale, ma le risorse a disposizione sono limitate: la tentazione di ridurre il numero di giornali per concentrare gli investimenti è fortissima.

C’è poi una parola chiave: powerbrand. Nella dimensione digitale i marchi più forti prendono tutta la posta. Chi arriva, non dico secondo, ma terzo, ha perso. Il lettore cerca la voce più conosciuta. Il divario tra i titoli più forti e quelli di media caratura, di conseguenza, si allarga, rispetto al mondo della carta stampata. Per dire: La Stampa, in edicola, ha retto per anni alla potenza di fuoco di Corriere e Repubblica. Nel digitale, invece, il quotidiano di Torino rischia di perdere terreno e di essere più vicino, per risultati, a Messaggero e Giornale. In altre parole, un editore è portato a investire sui marchi forti, sacrificando le testate che non sono leader nel loro segmento di mercato.

Infine, la crisi ha lasciato il segno. Nella pubblicità è cambiata la mappa degli investimenti e l’arredamento, per dire, non è un settore che possa più alimentare il numero di riviste che si sono viste fino a oggi in edicola. Un discorso simile vale per la pubblicità e le riviste di turismo (ne ho parlato in post su Condé Nast Traveller e sulla crisi in Mondadori). L’affermarsi invece dei media digitali ha tagliato le gambe ai giornali di gossip. Qualsiasi notizia in esclusiva delle riviste patinate viene immediatamente ripresa e consumata su Internet. Non c’è match e bisogna inventarsi un’altra formula, se ci si riesce.

Il Punto: cosa c’è nella testa degli editori.

Futuro dei Periodici

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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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Pubblicità / I periodici sopravviveranno grazie ai tablet

Stati Uniti. Previsioni sulla raccolta pubblicitaria nei media. Ci sono buone notizie.

Un attimo. Nel 2012 magazine e quotidiani perderanno ancora: del 3 per cento i magazine, dell’8 i newspapers.

Ma si pensa che la diffusione dei tablet darà possibilità di riprersa ai periodici nei prossimi anni.

Oltre il 30 per cento degli accessi a contenuti dei magazine avviene infatti già ora attraverso tablet, e questa è una opportunità per gli editori per incrementare le diffusioni attraverso le edicole digitali.

 

M’interessa perché: 1) dice che i tablet sono una risorsa, non un concorrente, per i periodici; 2) indica le prospettive di ripresa per i prossimi anni.

Il punto: come immaginare il futuro dei magazine e il modo in cui usciranno dalla crisi economica.

Ecco le previsioni di spesa pubblicitaria negli Usa per il 2012.

U.S. Ad Spending

Year-on-year % Change
Current Prices

MEDIA

2012 vs. 2011

TELEVISION
Network

1.0

National Cable

8.0

Spot

12.0

Syndication

1.0

Total TV

7.0

RADIO
Network Radio

3.0

Local Radio

2.0

Total Radio

2.1

MAGAZINES
Consumer Magazines

-3.0

B2B Magazines

-3.0

Total Magazines

-3.0

NEWSPAPERS

-8.0

OUTDOOR
Billboards

3.0

Other Out-of-home

5.0

Total Outdoor

4.3

INTERNET
Display

11.5

Video/Rich Media

29.0

Classifieds

5.0

Paid Search

15.0

Internet Radio

11.0

Podcast

2.0

Social Media

37.0

Mobile

49.0

Total Internet

17.9

CINEMA

5.0

TOTAL MAJOR MEDIA

4.3

 Source: ZenithOptimedia

Media Life: la diffusione dei tablet rilancerà i magazine.

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Una indagine sul futuro dei periodici

Succosa ricerca di IbisWorld sull’industria dei periodici. Lo scenario è mondiale ma troviamo tante delle angosce che agitano i sonni in Italia e la ricerca fornisce una cornice nella quale inquadrare tanti problemi che, da una prospettiva unicamente nazionale, rimangono nebulosi.

E’ succoso. Declinano i ricavi dei magazine nei Paesi occidentali, ma si apre una finestra per crescere nel digitale e compensare le perdite nella carta, che continueranno negli anni a venire. Il digitale può ridare un senso alle testate tradizionali, a patto che ci sia una conversione alle nuove logiche comunicative e di business; altre testate nasceranno, solo digitali, anche di nicchia, e si potranno fare utili. A livello globale è in corso un processo di concrentrazione che porterà molti piccoli editori a sparire, perché in difficoltà di fronte al digitale e privi della liquidità necessaria per fare un salto in avanti. Vi ci ritrovate? Bene.

Il primo articolo presenta la ricerca, il secondo link porta al sito di IbisWorld e ai risultati riportati in modo ampio. Buona lettura. E non buttatevi troppo giù.

Daily Markets: indagine sulle trasformazioni nell’industria dei mag.

IbisWorld: indagine sull’industria dei magazine

M’interessa perché: 1) è una guida alle trasformazioni che ci hanno presi in pieno.

Il punto: i periodici (pare, speriamo) non moriranno ma per adattarsi al nuovo mondo servono soldi e investimenti che pochi, al momento, si possono permettere. Ripeto, i periodici probabilmente sono ora investiti da processi di concentrazione come è avvenuto nelle banche e nelle auto.

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