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I numeri di Vanity Fair in Francia – Strategia del debutto

Il 26 giugno è uscito il primo numero di Vanity Fair in Francia, celebre rivista di Condé Nast, che avrà cadenza mensile, venduto a 3,95 euro, stampato in 85.000 copie ma con l’obiettivo di 100.000 per il 2016.

La testata, che festeggia i 100 anni nel 2013, mescola anche nella edizione transalpina glamour e informazione. In copertina compare l’attrice Scarlett Johansson, incarnazione di brillantezza e impertinenza, due qualità che Vanity rivendica come distintive.

Per la campagnia di lancio sono stati stampati 8.000 cartelloni, come per il debutto di un nuovo profumo, di gran lunga superiori ai consueti 500 di un lancio standard. Complessivamente sono stati investiti 5 milioni di euro in promozione e 15 milioni nel giornale fino al 2016, momento del possibile break even (pareggio di bilancio dopo il rosso dell’investimento iniziale).

Il modello economico prevede che il 70% dei ricavi provenga dalla pubblicità, che nel numero ora in edicola conta 93 pagine sul totale di 266 della pubblicazione.

Il digitale? 500.000 visitatori unici al mese per il sito gratuito. È l’aspettativa. L’edizione per iPad costa 3,59 euro.

Esce Vanity Fair France.

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Lancio di nuovi periodici: arrivano 195 riviste nelle edicole di Usa e Canada

Nel 2012 gli editori americani e canadesi, vecchi e nuovi, hanno lanciato un totale di 195 nuove riviste di carta, più dell’anno scorso, quando ci si era fermati a 181.

Solo 74 titoli hanno chiuso le pubblicazioni rispetto ai 142 del 2011.

MediaFinder.com ha anche censito 32 nuove pubblicazioni native digitali, prive di un equivalente per l’edicola, mentre nel 2011 se ne erano contate 58. Quest’anno sono stati chiusi 7 giornali digitali contro i 10 di un anno fa. L’ultima vittima è stato il quotidiano di Rupert Murdoch, The Daily.

Secondo MediaFinder il minor numero di lanci digitali è legato alla difficoltà per gli editori di fare ricavi con queste pubblicazioni: manca un business model.

Ci sono stati 24 titoli che sono passati dalla carta al digitale, come Newsweek e Spin. Nel 2011 questo percorso era stato seguito da 29 magazine.

Qual è la morale? Viviamo in una fase di transizione. Il passaggio al digitale è, sul lungo periodo, inevitabile. E un editore che trascuri questo cambiamento è destinato a soccombere. Ma per il momento chi pubblica periodici (il discorso vale anche per i quotidiani) continua a fare la parte più consistente dei ricavi con le copie vendute in edicola o spedite a casa in abbonamento. E grazie alla pubblicità raccolta per le edizioni cartacee. Rinunciare a queste voci di entrata significa condannarsi a morte. Anche condurre male la transizione al digitale, sbagliando i tempi e i modi, comporta esiti letali. Penso all’avventura de Il Nuovo, il primo quotidiano digitale dell’editoria italiana, la cui parabola, all’inizio degli anni 2000, è stata brevissima. L’assunto che il futuro dell’editoria fosse nel digitale era giusto, completamente sbagliati i tempi.

Senza contare che alcuni editori (come raccontano gli articoli in inglese che ho riportato nei link qui sotto), soprattutto quelli che entrano per la prima volta nel mercato dei periodici, vedono nella stampa e nell’inchiostro qualcosa che ha maggior peso e sostanza di un sito web o una applicazione per iPad.

M’interessa perché: 1) è un controcanto rispetto alle sirene della fascinazione tecnologica: oltre alle novità digitali c’è la logica del business, senza la quale non si creano giornali di successo e posti di lavoro; 2) il ragionamento deve farsi più sottile, l’entusiasmo per le novità porta con se una grossolanità di pensiero.

 

Ne parlano:

«The Verge was founded in 2011 in partnership with Vox Media, and covers the intersection of technology, science, art, and culture».

«Crain’s New York Business thoroughly covers NYC’s major industries, including Wall Street, media, the arts, real estate, retail, restaurants and more».

Crain’s New York.com; più lanci che chiusure nei periodici

The Verge: 195 magazine pubblicati nel 2012

Crain's Nwe York

Crain’s Nwe York

The Verge

The Verge

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Condé Nast annuncia il lancio di Vanity Fair in Francia

La domanda è quando, esattamente. E perché annunciarlo ora, molti mesi in anticipo rispetto all’estate, stagione prima della quale (un po’, molto…) dovrebbe avvenire, dunque, alfine, il lancio di Vanity Fair in Francia.

Ma sono domande che forse interessano meno di tutte le altre considerazioni fatte dal New York Times. Si riflette sull’andamento del mercato francese dei magazine (che quest’anno cresce lievemente, ma cresce, mentre i quotidiani perdono pesantemente), sul perché Condé Nast abbia atteso anni prima di pianificare il lancio di Vanity in Francia, su come è cambiato il rapporto dei politici con la stampa e come gli inserzionisti non ritirino più la pubblicità da quei giornali che frugano nella vita privata dei politici (un mutamento avvenuto sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy e balzato all’occhio un anno fa, con lo scandalo di Dominique Strauss-Kahn), del perché ci sia preoccupazione nel settore editoriale del lusso sulla tenuta di una raccolta pubblicitaria finora non anticiclica ma quasi.

M’interessa perché: 1) permette un confronto indiretto con il mercato italiano, molto più in difficoltà di quello francese.

Il punto: anche nel mezzo di una crisi si può lanciare un prodotto editoriale forte?

(leggete qui l’articolo) The New York Times: Condé Nast lancerà la versione francese di Vanity

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