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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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Rcs, presentato il piano industriale: ristrutturazione e sviluppo digitale

Rcs Mediagroup ha presentato il piano triennale per il rilancio della casa editrice. Al primo posto lo sviluppo digitale, la valorizzazione delle riviste forti (power brand), la chiusura o vendita delle testate che non sono leader, i contenuti editoriali digitali di alta qualità, un’organizzazione delle redazioni innovativa, flessibile, più produttiva.

Non è facile spiegare cos’è il piano triennale di una società. In sostanza, Rcs Mediagroup, il secondo editore italiano nell’area delle riviste (ma il primo se si considera il quotidiano di cui è proprietario: il Corriere della Sera), prova a disegnare un futuro di sviluppo, con riorganizzazione e investimenti, per reagire al declino che ha investito da quasi dieci anni la carta stampata.
Il piano mette al primo posto il digitale. Significa che, oltre alla difesa dei giornali di carta (e dei libri), Rcs concentrerà gli investimenti soprattutto sui contenuti e i servizi da consumare e fruire su computer, tablet, cellulari intelligenti (gli smartphone), e gli ebook. La società punta a ottenere dalle attività digitali il 25 % del fatturato nel 2015, contro il 14% attuale. Per arrivarci, pensa di investire circa 300 milioni di euro. Da spendere anche in acquisizioni, l’acquisto di società o attività nel settore.
Importantissima la pubblicità. Si prevede di avere una crescita nella raccolta digitale del 18% in tre anni, contro una media attesa per gli editori (il mercato) dell’11%.
Naturalmente questo blog è concentrato sulle riviste, i periodici, in cui Rcs (“la Rizzoli“), è una presenza importante in Italia, sia per la storia del Gruppo sia per i risultati attuali.
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Periodici / Non solo tagli e chiusure: si fa la guerra a Google e alle edicole pirata per lanciare il digitale

L’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del Gruppo Editoriale Espresso, ha confermato ieri sera in tv che nel 2013 Repubblica.it diventerà un sito a pagamento. Sarà introdotto un paywall, cioè un sistema di accesso alle notizie online che costringe ad abbonarsi per leggere i contenuti o a pagare per i singoli articoli (il più famoso esempio di paywall è del New York Times, un sistema “poroso” che permette di leggere gratuitamente un numero massimo di articoli per utente: poi si paga). «Penso che il futuro sia la carta e il digitale. Le due cose. Indubbiamente la crescita avviene sul digitale, non certo sulla carta. Repubblica.it è il primo sito di news in Italia ed ormai il 20% della pubblicità di Repubblica è sul sito. Quindi per noi è una fonte di profitto» ha detto De Benedetti a La7.

Pagare per l’informazione online. Gli editori italiani, per quanto divisi negli affari e in politica, sembrano aver imboccato tutti insieme, in modo concorde e spesso concordato, la strada della guerra ai contenuti free.
Gli editori in queste ultime settimane hanno detto basta a Google e alle edicole pirata. E’ una controffensiva che mira a contrastare la diffusione gratuita su internet di contenuti giornalistici copiati da testate cartacee (spesso riprodotte per intero in pdf) e da siti d’informazione. Non si vuole fare la fine dell’industria musicale, le case discografiche messe in ginocchio dalla pirateria e dagli mp3.A parte un articolo di Repubblica, dal quale si riceve quasi l’impressione che qualche editore voglia limitare la libertà di espressione sul web (un colpo partito per sbaglio), tutti concordano sul fatto che l’informazione giornalistica sia il prodotto di una attività che richiede impegno, fatica, esperienza, tempo, investimenti, un prodotto che merita quindi di essere protetto e valorizzato. Pagato. Stiamo parlando non delle notizie diffuse dal servizio pubblico, ma di un settore industriale che dà lavoro a migliaia di italiani (dei quali solo una piccola parte ha stipendi stellari, gli altri percepiscono retribuzioni ben al di sotto di quelle di altre professioni con iscrizione all’albo).

Ma non mi voglio limitare a notizie come la denuncia presentata da Mondadori contro il portale russo Avaxhome, dal quale si può accedere gratuitamente ai pdf di quotidiani e periodici italiani e non. La denuncia ha poi portato al sequestro d’urgenza del portale.

Non mi voglio neppure limitare alla notizia della guerra dichiarata a Google dagli editori francesi e italiani e alla proposta di legge in discussione al Parlamento tedesco che propone di introdurre l’obbligo per Google di pagare specifici diritti di copyright per le notizie dei giornali riprese dal servizio Google News.

Osservo un quadro più ampio. Vedo editori che lanciano versioni interattive dei loro giornali da leggere con i tablet, come ha fatto ieri Condé Nast Italia. C’è Mondadori che presenta e promuove un tablet con il marchio Kobo per la lettura su “tavoletta” dei periodici della casa. Più in generale ho l’impressione che l’industria dei periodici abbia deciso finalmente di muoversi verso il digitale e stia preparando il terreno a investimenti in prodotti da distribuire magari nelle edicole virtuali legali come il Newsstand Apple ed Lekiosk, l’edicola virtuale nata in Francia e arrivata qualche mese fa in Italia (tra i primi periodici italiani a essere distribuiti in formato digitale c’è Focus di Gruner und Jahr / Mondadori). Aggiungo infine la notizia che anche il Corriere.it, oltre a Repubblica.it, si starebbe preparando ad adottare un accesso a pagamento ai contenuti giornalistici del sito.

M’interessa perché: 1) si inizia a intravedere una strada per lo sviluppo digitale nei periodici; 2) ipotesi su quel che accadrà nei prossimi mesi.

International Business Times: Repubblica.it a pagamento

Il Sole 24 Ore: guerra alle edicole pirata

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La pubblicità nei periodici: il crollo italiano

I periodici continuano a perdere pubblicità.

Soffrono i settimanali. Soffrono i nostri mensili.

Sono usciti i dati dell’Osservatorio Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) sui primi dieci mesi del 2012. Complessivamente gli investimenti in pubblicità sulla stampa sono calati del 16,3%. Lo scorso anno erano stati raccolti, nello stesso periodo, 1,6 miliardi di euro. Nel 2012 ci si ferma a 1,3 miliardi.

Ma il settore più in difficoltà nei media è quello dei periodici. Perdiamo il 16,4% a fatturato e il 12,7% a spazio (da qui le foliazioni ridotte dei giornali e la riduzione anche del numero di articoli: del contenuto giornalistico).

I settimanali perdono moltissimo a fatturato, il 19,2%, cedono l’11,6% a spazio: sapevamo che sono la parte più esposta alla crisi.

I mensili cedono il 13,2% di fatturato e il 14,4% nello spazio.

Ho ben presente questo: da qualche mese gli editori, quando si presentano davanti ai giornalisti per chiedere nuovi tagli agli organici e sacrifici, altri stati di crisi, mostrano il dato del calo della pubblicità. E le previsioni per il 2013, negative, seppur meno del 2012.

Ritorna la domanda su cui ho costruito questo blog. C’è un futuro per i periodici oppure questa formula giornalistica è esaurita e deve affrontare un declino a volte rapido e distruttivo altre volte estenuante e lunghissimo come un’agonia?

Post dopo post, ho oscillato tra la prima e la seconda. All’inizio mi sembrava che il declino fosse inevitabile. Poi ho temuto che potesse essere rovinoso e rapidissimo. Ultimamente inizio a pensare che la formula dei periodici possa invece avere sbocchi futuri molto interessanti, grazie alle piattaforme digitali e, soprattutto, alla diffusione dei tablet. Anche se so benissimo che è iniziata una nuova stagione di ristrutturazioni per gli editori.

Ma l’Italia si differenzia dal resto del mondo, ed è questo l’elemento che davvero mi preoccupa.

All’estero si respira un’altra aria. C’è maggiore fiducia nel futuro dei periodici nonostante la crisi. Una delle ragioni della differenza con il nostro paese è semplice. Banale.

Guardate la mappa che è contenuta nel Wordl Digital Media Factbook 2012-2013, pubblicato qualche settimana fa da Fipp, l’associazione mondiale degli editori di magazine.

Investimenti pubblicitari 2011 - 2012

La mappa mette a confronto le previsioni di crescita della pubblicità nel 2012.

L’Italia è colorata di blu, blu notte. E’ il colore con cui sono stati segnalati i paesi, gli unici, che non hanno crescita nella raccolta pubblicitaria (non solo sulla stampa). L’Italia è blu notte come Spagna, Ungheria, Grecia, Egitto e Giappone. L’Egitto, si specifica, è stato investito da un rivolgimento politico che ha provocato una profonda crisi economica. Il Giappone è in difficoltà a causa di un disastro naturale, il terremoto dell’anno scorso, da cui l’industria fatica a riprendersi.

L’Italia è dunque un’eccezione nel mondo più avanzato e con questo abbiamo e avremo a che fare quando si parla di stati di crisi nei periodici.

In altre parole, il futuro dei periodici potrebbe non essere compromesso a livello globale. Ma l’Italia paga la crisi del sistema paese.

Allego un’altra grafica del rapporto di Fipp. Indica la raccolta pubblicitaria prevista per il 2012, un dato che stima i miliardi di dollari degli investimenti pubblicitari.

Con mia grande sorpresa scopro che la Cina è al secondo posto. Ingenuo! dirà qualcuno. Sì, so che l’economia cinese cresce a tassi incredibili. Ma mai avrei pensato che, in cifra assoluta, gli investimenti pubblicitari fossero superiori a quelli di Germania e Gran Bretagna. Parliamo di 33 miliardi di dollari di pubblicità (totali, non solo sulla carta stampata).

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

M’interessa perché: 1) i periodici hanno un futuro o la formula è superata? 2) i periodici hanno un futuro ma l’Italia affronta una crisi più grave che altrove, la ripresa sarà lentissima e per questo la nostra visione è particolarmente pessimistica, se non disperata? 3) si segnala l’importanza della pubblicità nel tenere in vita la stampa periodica: senza è difficile sopravvivere.

Fipp World Digital Media Factbook

Crollo della pubblicità sulla stampa

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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Giornalisti, crisi, esuberi, licenziamenti: un quadro completo

Questa volta non è necessario tradurre in italiano l’articolo: è un rapporto del sindacato dei giornalisti sulla crisi nell’editoria, e il taglio dei posti di lavoro, a tutto settembre 2012.

58 le aziende che hanno presentato un piano di stato di crisi, 1139 i giornalisti coinvolti tra prepensionamenti, pensionamenti anticipati, contratti di solidarietà e cassa integrazione. In Lombardia (l’articolo riguarda in particolare questa Regione) i giornalisti interessati sono 720.

Sono? No, erano. Perché da fine settembre a oggi si sono aggiunti altri stati di crisi, altri tagli.

Faccio riferimento al piano di crisi dell’editore di periodici Gruner und JahrMondadori, che, nelle dichiarazioni dell’azienda, vuole lasciare a casa 36 giornalisti, la metà dei dipendenti. Vedremo se le trattative porteranno a un numero più basso, numero di eseuberi che però rimane preoccupante perché non si vedono grandi possibilità di evitare il ricorso ad ammortizzatori sociali traumatici (cassa integrazione). Speriamo che non sia così.

Si sono poi aggiunti gli stati di crisi di Telelombardia (nel settore televisivo non sono previsti per legge i prepensionamenti) e l’agenzia giornalistica locale del Gruppo L’Espresso, Agl (crisi che però ha una dimensione nazionale, non regionale), dove sono stati individuati dall’azienda 9 esuberi.

M’interessa perché: 1) questa è la realtà, al di là di qualsiasi ragionamento su dove il mondo dell’editoria vuole andare; 2) tagliare per recuperare risorse e poi investire nel digitale, è questo il senso? 3) non converrebbe riqualificare i giornalisti già assunti? O, forse, gli editori dovrebbero porre in modo più trasparente il tema del costo del lavoro giornalistico in Italia? 4) si rischia un disastro sociale: i giornalisti che escono dalla professione non ci rientraranno più.

Il sindacato dei giornalisti: i numeri della crisi dell’editoria.

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