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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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Riflessioni su Rcs, 640 esuberi, 10 periodici da vendere (o chiudere)

Il maggiore editore italiano affronta la crisi di Gruppo e della carta stampata annunciando interventi straordinari e d’emergenza. In Italia saranno tagliati 640 posti di lavoro, una parte dei quali tra i giornalisti, e si prevede la vendita, o, in alternativa, la chiusura, di dieci testate periodiche. Trasferimento in arrivo per i quotidiani del Gruppo, Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport: si avvicina l’addio alla storica sede di Via Solferino del più prestigioso giornale del nostro Paese.

La notiza era da tempo nell’aria. Ma il colpo è stato più forte del previsto. Rcs Mediagroup ha annunciato interventi durissimi sulle proprie testate come misura per fronteggiare la crisi della carta stampata.

Naturalmente sono molte le inquietudini che accompagnano queste notizie: se uno dei principali attori abbandona il campo dei periodici, o quasi, quale futuro si può immaginare per settimanali e mensili? Osservo che crescono solo gli editori che fanno della gestione “all’osso” una filosofia: Cairo Communication e Guido Veneziani. Probabilmente l’editoria low cost vivrà una stagione di espansione, perché, tra l’altro, si approprierà delle testate messe in vendita da editori in difficoltà. Hanno ancora uno spazio i giornali di Condé Nast, che occupano la fascia alta, quella che punta su prodotti di altissima qualità per un lettorato ambizioso o elitario. Ma una stagione del giornalismo italiano sembra volgere al tramonto. E poiché Mondadori ha annunciato da settimane tagli e chiusure di giornali, viene da pensare che la sofferenza degli editori che un tempo si dividevano il mercato nazionale corrisponda alla crisi non solo delle testate pensate e realizzate per il ceto medio, ma del ceto medio stesso. Sì, diranno. Ma c’è anche il cambiamento delle abitudini di consumo, le novità nella tecnologia, l’offerta infinita di contenuti nel digitale.

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Un piano B per i periodici e quotidiani di Rcs

Cessione o chiusure di giornali, esuberi tra i giornalisti, prepensionamenti: un articolo di Milano Finanza riporta indiscrezioni su un possibile Piano B di Rcs Mediagroup. L’editore del Corriere della Sera deve affrontare il problema dei debiti e decidere cosa fare delle sue riviste. Pare che anche il piano di sviluppo nel digitale, presentato appena un mese fa, sia stato messo in discussione.

L’articolo riporta anche ipotesi che riguardano alcune testate della casa editrice, ma per una clausola morale sottoscritta idealmente dall’autore di questo blog (non voglio alimentare inutilmente le preoccupazioni dei colleghi), voglio sottolineare che non sono notizie ma indiscrezioni, per quanto avanzate da un giornale di una certa autorevolezza.

Il piano industriale di Rcs, finalizzato anche a ottenere la ricapitalizzazione da parte degli azionisti, prevederebbe chiusure di testate e prepensionamenti di decine di giornalisti. Oltre all’uscita dalla società di altri dipendenti per un numero complessivo che si aggirerebbe intorno a 500 persone su 5000. Tra le voci c’è anche quella che ipotizza la creazione di una bad company in cui far confluire i settimanali e i mensili.

Naturalmene nel mirino ci sarebbero anche i giornalisti del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, sempre secondo quanto afferma l’articolo di MF, peraltro nel solco delle notizie che da mesi circolano su Rcs.

Si fa la lista di periodici che potrebbero essere ceduti a editori concorrenti, dunque Cairo e Guido Veneziani, società in forte crescita, spesso nominate anche quando si parla della crisi in Mondadori, la quale, secondo quel che raccontano gli articoli di Italia Oggi, avrebbe sposato per il futuro un modello di gestione low cost, ispirato proprio a Cairo: redazioni con pochi giornalisti, molti collaboratori, minore investimento sui contenuti.

Il Punto: viene ridisegnato il panorama dell’editoria italiana dei periodici.

Prima online: Rcs, aleggia lo spettro del piano B

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Il piano di un editore di periodici americano: carta e digitale, insieme

Intervista al presidente dei periodici nazionali di Meredith, casa editrice americana che assomiglia ad alcune società editoriali italiane: pubblica riviste per un pubblico femminile composito, dalle casalinghe alle donne in carriera, e crede nella carta. Ma, a differenza degli italiani, ha un portafoglio ricchissimo di pubblicazioni specializzate e investe nel digitale.

Parla Tom Harty, presidente della divisione National Media di Meredith, storica casa editrice americana, fondata nel 1902 (il quartier generale si trova nello Stato dello Iowa: non è il solito editore newyorkese), per molti aspetti somigliante ad alcuni editori italiani. Sia nell’offerta di periodici: circa 20 testate in prevalenza femminili, per casalinghe e donne in carriera, giovani e meno giovani, con contenuti generalisti. Sia nella missione, fortemente ancorata alla carta, difesa e sostenuta, ma, a differenza degli italiani, molto aperta al digitale, anzi, rivolta agli investimenti in quest’area, dove già sono attivi decine di siti web e di siti per mobile, più un’offerta di decine di applicazioni. Meredith si distingue dagli italiani anche perché non ha sfoltito il proprio portafoglio di testate ma ha creato una rete a maglie strettissime di oltre 120 pubblicazioni specializzate, rivolte agli interessi femminili e alla casa, dal giardinaggio ai menu per specifiche occasioni. Insomma, un buon cocktail con due terzi di carta e un terzo di digitale.

Meredith ha una divisione Nazionale, di cui Harty è presidente, e una locale. Possiede inoltre un network di televisioni e radio locali. Agisce sul mercato internazionale “esportando” i propri giornali, i brand, dandoli in licenza (licensing) ad editori di tutto il mondo, dalla Cina agli Emirati Arabi Uniti. C’è inoltre un’area marketing e pubblicità molto sviluppata. Complessivamente Meredith regeg bene alla crisi della editoria, quest’anno prevede ricavi per 1 miliardo 400 milioni di dollari, in calo dell’1,7% rispetto al 2011, per il 2013 gli analisti stimano una crescita a 1,5 miliardi di dollari (per una descrizione completa potete dare un’occhiata alla scheda che ho messo in link al termine di questo post).

Tom Harty

L’intervista, che rientra in un programma della rivista Folio, prende le mosse dalle difficoltà degli editori, alle prese con competitor rivoluzionari: disruptive.

FOLIO: La carta è ancora la priorità per la maggior parte degli editori. I quali, tuttavia, stanno chiaramente tentando di diversificare il più possibile. In termini di azioni, può descrivere come il National Media Group di Meredith sta affrontando il panorama dei media investiti da un cambiamento strutturale? Al riguardo, quali sono le vostre priorità?

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Rcs, presentato il piano industriale: ristrutturazione e sviluppo digitale

Rcs Mediagroup ha presentato il piano triennale per il rilancio della casa editrice. Al primo posto lo sviluppo digitale, la valorizzazione delle riviste forti (power brand), la chiusura o vendita delle testate che non sono leader, i contenuti editoriali digitali di alta qualità, un’organizzazione delle redazioni innovativa, flessibile, più produttiva.

Non è facile spiegare cos’è il piano triennale di una società. In sostanza, Rcs Mediagroup, il secondo editore italiano nell’area delle riviste (ma il primo se si considera il quotidiano di cui è proprietario: il Corriere della Sera), prova a disegnare un futuro di sviluppo, con riorganizzazione e investimenti, per reagire al declino che ha investito da quasi dieci anni la carta stampata.
Il piano mette al primo posto il digitale. Significa che, oltre alla difesa dei giornali di carta (e dei libri), Rcs concentrerà gli investimenti soprattutto sui contenuti e i servizi da consumare e fruire su computer, tablet, cellulari intelligenti (gli smartphone), e gli ebook. La società punta a ottenere dalle attività digitali il 25 % del fatturato nel 2015, contro il 14% attuale. Per arrivarci, pensa di investire circa 300 milioni di euro. Da spendere anche in acquisizioni, l’acquisto di società o attività nel settore.
Importantissima la pubblicità. Si prevede di avere una crescita nella raccolta digitale del 18% in tre anni, contro una media attesa per gli editori (il mercato) dell’11%.
Naturalmente questo blog è concentrato sulle riviste, i periodici, in cui Rcs (“la Rizzoli“), è una presenza importante in Italia, sia per la storia del Gruppo sia per i risultati attuali.
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Occhio alla Zeitungssterben, la «morte dei quotidiani». In Germania, Francia, Italia

Leggo sul Financial Times che in Germania la crisi dei quotidiana si è guadagnata un nome preciso: Zeitungssterben, «la morte dei quotidiani». Detto in tedesco ha un’icasticità che sarebbe vano tentare di riprodurre in italiano.
Naturalmente l’articolo (che potete leggere in inglese nel link riportato alla fine di questo post) racconta della chiusura del “cugino” Financial Times Deutschland, annunciata qualche giorno fa dall’editore Gruner und Jahr, divisione della stampa periodica del gruppo Bertelsmann, e riferisce della bancarotta della Frankfurter Rundschau.

Il discorso si allarga poi a Spagna e Italia. E si ricorda che l’Europa sta in realtà affrontando ora quella crisi che nel 2008 ha colpito i quotidiani negli Stati Uniti.

Ma quale è la responsabilità degli editori tedeschi? Con mia sorpresa si addita il ritardo nello sviluppo digitale (sorpresa perché tra gli editori tedeschi figura quell’Axel Springer considerato invece da molti un apripista e un modello di crescita nel digitale), ritardo rispetto alla Gran Bretagna, soprattutto quando si pensa alla diffusione dei tablet e alla possibilità di vendere i quotidiani in abbonamento sui nuovi device.

In Germania la diminuzione delle copie vendute dei quotidiani è stata del 17% tra 2005 e 2012. Meno di quanto accaduto in Gran Bretagna (cali tra il 40 e il 50 per cento).

Ma il problema vero è stata la flessione della pubblicità. Con il passaggio al web di molti inserzionisti, la raccolta complessiva in Germania ha perso in 12 anni il 45%. La pubblicità, tema su cui batte e ribatte questo blog come un tamburino sul suo tamburo.
Un passaggio del pezzo riporta delle voci in Italia di possibile fusione, smentita dagli editori, del Corriere della Sera con la Stampa. A me interessano soprattutto le considerazioni finali, non trascurabili da chi ha un occhio sui periodici.Un analista di Bernstein Research di Londra ritiene che il taglio dei costi non salverà gli editori tedeschi ed europei e ci saranno altre vittime.Per Claudio Aspesi, a livello globale probabilmente «solo una manciata di editori riuscirà a sviluppare modelli di business sostenibili e saranno, probabilmente, i grandi brand internazionali» come Financial Times o il New York Times. «Gli altri dovranno cercarsi un oligarca che li finanzi o trovare protezione sotto organizzazioni più grandi».Les Échos, in Francia, è di proprietà del gruppo del lusso LVMH: Le Monde è finanziato da un gruppo di businessmen vicini alla sinistra, Le Figaro è del gruppo Dassault.E l’Italia? We have run out of oligarcs.

M’interessa perché: spiega qual è l’impatto del digitale sui quotidiani tedeschi.

Financial Times: Zeitungssterben, la “morte dei giornali”

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