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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Quanto guadagnano i periodici con gli smartphone

Gli editori iniziano a fare qualche soldo con i contenuti per gli smartphone, ma devono ancora imparare e sperimentare. Lo racconta Minonline, citando il rapporto annuale di un importante provider americano.

I dati, relativi al mese di settembre, riguardano la capacità degli editori di incrementare i ricavi con le edizioni digitali, le app per i periodici, i siti web.

Ecco la tabella che accompagna l’articolo.

  • 88% degli editori vende pubblicità sulle proprie piattaforme digitali
  • 77% genera ricavi pubblicitari ma molti sottoutilizzano gli strumenti per incrementarli ancor di più
  • Gli editori sentiti nel sondaggio riconoscono l’importanza dei dati degli utenti ma il 75% non li usa correttamente
  • 3 editori su 5 registrano una crescita delle diffusioni e nella raccolta pubblicitaria
  • 38% pianifica di ridisegnare i siti o di intervenire sul software di gestione dei contenuti (CMS) per incrementare i ricavi
  • I grandi investitori pubblicitari vorrebbero essere presenti sulle varie piattaforme tuttavia i budget attuali sono ancora focalizzati sulla stampa (la carta),

Godengo+Texterity, il provider che ha condotto la ricerca (certificata da BPA audit) ha constatato che, per quanto le principali testate monitorate siano già attive su più piattaforme, il canale che ha la crescita più rilevante è il mobile. Gli editori, dal canto loro, stanno ancora lavorando per trovare un equilibrio tra contenuti gratuiti (free, liberi) e contenuti premium, a pagamento. E nella speranza di capire qual è il giusto rapporto tra le varie piattaforme.

Chi lo dice: «Min is the industry’s trusted source on the consumer and b2b magazine business, reaching thousands of media executives through print, online and in-person events. For more than 60 years, Min has been serving the magazine and media community».

M’interessa perché: 1) gli smartphone sono un’area di sviluppo per i contenuti digitali dei periodici (in Italia, un anno fa, si erano già venduti 20 milioni di smartphone).

Il punto: cosa possono dare i periodici sulle piattaforme digitali.

Minonline: come guadagnare dalle edizioni digitali

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I tedeschi di Bauer fanno razzia di magazine in Australia

Il gruppo Bauer, che nel mondo pubblica oltre 400 magazine, ha acquistato per 500 milioni di dollari ACP Magazines, il maggiore editore di periodici australiano. Bauer, fondata nel 1875, dichiara fiducia nel futuro dei magazine. E crede che i magazine asutraliani e neozelandesi di ACP siano una “piattaforma perfetta” per l’espansione in area digitale. Leggete bene: magazine piattaforma ideale per l’espansione in area digitale. Bauer possiede 100 website e 50 tra radio e tv in 15 paesi, inclusi Uk, Stati Uniti, Messico, Russia, Cina. Buona lettura.

Bauer fa shopping di periodici in Australia

M’interessa perché: 1) fa vedere come grossi gruppi editoriali si muovano sul mercato globale (do you remember Hearst e Lagardère?); 2) c’è chi investe nei periodici, ci crede; 3) i periodici vengono visti (lo dico per la terza volta, sarà vero?) come una perfetta posizione di partenza per la creazione di un business digitale.

Il punto: i periodici hanno (forse) un futuro ed è in atto un processo di concentrazione a livello globale (ma non è successo anche con le auto, le banche etc etc?).

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