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Trend Nei Periodici 2013-2014 (Rapporto Fipp)

Per capire come stiano cambiando i rapporti di forza nel mondo dei media basta vedere le considerazioni sulla pubblicità contenute nel World Magazine Trends 2013/14 di Fipp, la federazione mondiale dei media magazine (si trova a Londra). Un rapporto di 444 pagine, descritto in un articolo dell’Huffington Post (della ricerca vengono rilasciati gratuitamente solo alcuni estratti).

Perché la pubblicità è presto detto: è la benzina con cui si alimentano i giornali, a corto di ricavi per la caduta nelle copie vendute.

Nel 2013 la pubblicità raccolta su Internet ha superato per la prima volta quella dei quotidiani: è un dato mondiale.

Nel 2015 la raccolta su Internet supererà quella di quotidiani e periodici insieme.

È utile specificare che entro il 2015 un quarto della pubblicità su Internet riguarderà il mobile: smartphone ma soprattutto tablet.

Non in tutto il mondo la carta stampata boccheggia. Regala ancora soddisfazioni nelle economie in forte crescita e in Africa e Medio Oriente. L’Europa, definita un mercato maturo, anzi “vecchio”, fatica a riprendersi dalla crisi.

Gli editori stanno investendo nel digitale e un quinto della pubblicità raccolta su Internet riguarda i siti e le pubblicazioni digitali.

Ma questa crescita non compensa le perdite della carta. Un problema ampiamente delineato e approfondito.

Futuro dei Periodici

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In Uk la Pubblicità Torna ai Livelli Pre-Crisi

La pubblicità in Gran Bretagna è tornata a livelli di prima del 2007. Quando la crisi non era ancora esplosa. Ne beneficia anche la carta stampata. Che però deve fare innovazione

Sì, in Gran Bretagna c’è il boom della pubblicità. I dati del Rapporto This Year, Next Year UK di GroupM, società che si occupa di investimenti nei media, dicono che nel 2013 la spesa dovrebbe essere del 7%, il doppio di quanto previsto a maggio.

Complessivamente, la somma spesa dovrebbe raggiungere 13,9 miliardi di sterline, superando il picco raggiunto nel 2007, prima della crisi. Ben oltre quel che si registra in altri paesi europei. Nel 2014 si prevede che gli investimenti arrivino a 14,8 miliardi: +6%. Spettacolare ma non fenomenale, è il commento di GroupM, se si considera che il prodotto interno lordo della Gran Bretagna è cresciuto del 9% dal 2008.

Il digitale pesa ormai per il 44% sugli investimenti pubblicitari nel paese. E la carta stampata? Tra crescita della tv e del digitale, i giornali lottano per ridurre le perdite temute e contenere i danni sotto il 10%: perdite in investimenti pubblicitari a una sola cifra.

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Maxim in vendita: come cambia la geografia degli editori

La parabola del mensile americano Maxim, non ancora conclusa, sembra all’autore di questo blog, giornalista digiuno di economia, marketing e comunicazione pubblicitaria, una storia che, nel suo piccolo, riflette molto dello scenario generale. Provo a spiegare perché, con parole semplici: da inviato in un Paese straniero.

1) Il mensile, pubblicato anche in Italia, con modelle ammiccanti in copertina, è al diciassettesimo posto nella classifica delle riviste più vendute negli Usa. E la seconda per copie digitali. Sottolineo: la seconda per copie digitali. Maxim è il più popolare periodico maschile. Le copie vendute nella seconda metà del 2012 sono state 2,54 milioni al mese, con un più 1,4 per cento. Di cui 259 mila digitali, con un meno 8,9 per cento.

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I periodici spiegati ai pubblicitari

I periodici reggono alla crisi della carta stampata meglio dei quotidiani. Questi sono a rischio di estinzione. I magazine, invece, conservano una maggiore presa sui lettori. La rapida diffusione dei tablet ha ricreato una prospettiva di sopravvivenza per settimanali e mensili. E la pubblicità sulle riviste rimane molto efficace. Un solo problema: gli inserzionisti lo sanno?

Questo il punto di vista di Marketing Mag che offre, con l’articolo riportato in link alla fine di questo post, alcuni spunti di riflessione. Naturalmente la discussione avviene in Australia, in Italia siamo invece travolti da una crisi che ha cause molto endogene, interne. E il tema di questi giorni è il tracollo della pubblicità nel 2012, scesa di quasi il 18% nel 2012.

Marketing Mag ragiona intorno al valore della pubblicità sui magazine. E gli inserzionisti, come sapete, sono una delle due gambe su cui si regge la sopravvivenza delle testate (l’altra sono le copie vendute. E qualche editore aggiunge i ricavi da oggetti allegati ai giornali).

I magazine, si spiega, conservano una grande efficacia per la pubblicità. Nei siti i lettori sono infastiditi da banner, finestre che si aprono all’improvviso, video sovrapposti per lunghi secondi sugli articoli da leggere o messi in testa a filmati.

Invece i periodici sono l’unico mezzo su cui la pubblicità viene guardata con lo stesso interesse degli articoli, e il fluire delle pagine di Vogue ha solo da guadagnare dalla presenza delle inserzioni degli stilisti.

Dov’è il problema? Perché sappiamo in quale pantano siano piantati, da alcuni anni, i nostri giornali.

Secondo Marketing Mag le nuove leve di pubblicitari e di venditori, tradizionalmente giovani, non sono cresciute con i periodici in mano. E non ne riconoscono il valore. A questo si sommano i tagli dei budget delle società, che se devono rinunciare a parte della comunicazione, sacrificano per primi i vetusti prodotti di carta.

Dimenticano che il Roi della pubblicità sulla carta (un indice di efficacia sul lettore: guardate il link sotto) è tra i più alti. E amplifica la sua portata se associato ad azioni promozionali parallele in tv e sull’online.

Come rispondere? Rieducando i pubblicitari, cioè chi lavora nelle agenzie.

Naturalmente tutto questo non basta. I giornali dovrebbero sviluppare la parte digitale, stabilire una relazione su base quotidiana con il lettore attraverso siti, facebook, twitter, mobile. E aumentare la presenza nell’area degli eventi, necessari per sostenere e diffondere i brand dei periodici, e per avere una nuova voce di ricavo. Ma questa è un’altra storia.

Il Punto: ragioni per essere ottimisti sul futuro dei periodici.

Marketing Mag: il valore dei periodici

Roi ( argomento di cui mi sono già occupato)

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La pubblicità c’è ma non si vede: native advertising

Vi consiglio di dare un’occhiata a questo articoletto, riguarda il fenomeno del native advertising.

Ne siamo circondati.

I marketers la presentano come una cosa nuova, legata allo sviluppo della comunicazione digitale, imposta dalla difficoltà di far digerire ai lettori banners e altri strumenti pubblicitari che proprio non vanno giù: quando entriamo in un sito scartiamo mentalmente qualsiasi forma di pubblicità ci piombi addosso, ci ostacoli nella lettura, si faccia avanti con aggressività. Tutta, o quasi.

Ecco l’esigenza, per il marketing, di cambiare strada.

Il native advertising si pone l’ambizioso obiettivo di proporre contenuti e offerte così interessanti (pensate a Groupon) che il lettore neppure percepisce più la differenza tra informazione e pubblicità.

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Ecco i periodici americani che perdono più pubblicità

Ancora sulla pubblicità dei magazine negli Stati Uniti. Il 2013 si chiude con un calo complessivo dell’8,2% di pagine pubblicitarie raccolte dai periodici.

La flessione nell’ultimo trimestre, ottobre-dicembre, è stata inferiore al resto dell’anno, – 7,3%. Un dirigente di una casa editrice, citato nell’articolo del Wall Street Journal Blog, riportato in link, spiega l’attenuarsi del calo verso fine anno con il fatto che ci si è resi conto, nell’industria dei media, che vale più una inserzione sulla carta che un banner online.

Le perdite maggiori, confrontando l’ultimo trimestre 2012 con il 2011, hanno riguardato queste testate: All You, Ladies Home Journal, Lucky, Maxim, Martha Stewart Living, National Geographic, Saveur e Scientific American. Tutte hanno perso più del 20% delle pagine di pubblicità.

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Investimenti pubblicitari in crescita ma non nei periodici

A livello globale la raccolta pubblicitaria nei media, carburante indispensabile per mandare avanti i periodici, crescerà nei prossimi tre anni.

Ma gli editori di magazine non ne trarranno vantaggio. E l’Europa avrà risultati deludenti, se confrontati con il resto del mondo.

A queste conclusioni giungono le stime pubblicate ieri da ZenithOptimedia (Publicis Groupe).

Gli investimenti pubblicitari supereranno complessivamente i 570 miliardi di dollari in tre anni, con i media digitali e i mercati emergenti a beneficiarne maggiormente.

Nel 2012 si prevede una crescita del 3,3%, nel 2013 si salirà del 4,1%. Guardando ancora più avanti, si prevede un +5% nel 2014 e un ulteriore +5,6% nel 2015. Totale stimato: 574 miliardi di dollari.

Ma il mappamondo non è rotondo.

Per il 2015 l’Europa Occidentale registrerà una crescita degli investimenti di 4,7 miliardi di dollari, meno di quanto farà il Brasile da solo (5,6 miliardi di dollari).

Passando ai vari settori dei media, la televisione avrà una crescita e la sua fetta di investimenti pubblicitari resterà stabile al 40% dell’intera torta.

Il web passerà dal 18% al 23,4% nel 2015. E’ importante entrarci, se si è editori di giornali, periodici e non.

Si riduce invece la quota dei quotidiani, che scende dal 18,9% al 15,9%, e quella dei periodici (eccoci) che scenderanno un ulteriore scalino del loro (reversibile?) declino, passando da una raccolta pubblicitaria complessiva di 43,2 miliardi di dollari a 41,6 miliardi.

Urge rinnovare i giornali per intercettare sulle piattaforme digitali la pubblicità in fuga dalla carta stampata.

 

M’interessa perché: 1) spiega che i periodici possono reggere al calo dei fatturati soltanto se si espandono nel digitale; 2) comunque i periodici (e i quotidiani) diventeranno realtà economiche più piccole.

Warc: crescono gli investimenti in pubblicità

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