Archivi tag: pubblicità nel digitale

Il futuro dei periodici fino al 2017 – Entertainment & Media Outlook di PwC

Una ricerca importante, l’Entertainment & Media Outlook di PricewaterhouseCoopers (PwC), descrive il futuro economico dei periodici americani da qui al 2017. Il calo dei ricavi da copie vendute, il calo della pubblicità, la crescita del digitale, non sufficiente. E qualche sorpresa.

La crisi continua. L’articolo di Adweek che sintetizza l’Outlook di PwC dice che non c’è alcuna ripresa dietro l’angolo per i periodici. Il mercato continuerà a scendere nei ricavi da copie vendute e nella raccolta pubblicitaria. Questa previsione vale per gli Stati Uniti, Paese che ha risposto meglio e più rapidamente dell’Italia alla crisi economica. Il declino dei periodici si conferma, dunque, strutturale. Non abbiamo ancora visto tutte le conseguenze. Viene confermata la “narrativa” corrente secondo cui i lettori e gli inserzionisti grandi e piccoli stanno migrando verso il digitale e verso altre modalità di accesso all’informazione.

Il mercato dei periodici consumer americani (le riviste come Time e Cosmopolitan) vale nel 2012 24 miliardi di dollari ma scende a 23 miliardi di dollari nel 2017. Dalla crisi del 2009 si è registrata una lieve ripresa, ma il mercato continuerà nel suo complesso a calare con l’abbandono della carta da parte di lettori e inserzionisti.

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Qual è la forza dei giornali nel digitale – I conti del primo trimestre 2013 dei quotidiani Usa

C’è una frase che infonde ottimismo in un articolo piuttosto negativo sulla sfida tra giornali e digitale. Si parla di come sono andati i quotidiani americani nel primo trimestre del 2013. Non bene, naturalmente, perdono pubblicità anche nell’online. E il New York Times è in affanno. Ma ci sono potenzialità inesplorate.

Infatti i primi tre mesi del 2013 si sono chiusi per il quotidiano più famoso del mondo con una perdita del 4% nella raccolta pubblicitaria nel digitale. La raccolta complessiva del New York Times, carta stampata inclusa, va indietro dell’11%, a 191 milioni di dollari. Una doccia fredda per il giornale che più ha innovato il prodotto. E che aveva chiuso il 2012 con una crescita dell’1,9%, la prima inversione di tendenza dal 2006.

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L’Era di Google: dove e quanti soldi investe la pubblicità sui media digitali

Dove e quanto la pubblicità investe nei media digitali. Ovvero, l’Era di Google: presto il gigante di Mountain View supererà News Corp e diventerà il primo media per raccolta pubblicitaria nel mondo.

Sir Martin Sorrell, Ceo di una delle tre maggiori società internazionali di pubblicità, la WPP, ha spiegato mercoledì 24 aprile alla FT Digital Media Conference di Londra dove e quanto investe in pubblicità. Dove viene speso il budget di cui dispone.

Sorrell ha precisato che il digitale rappresenta il 34% degli investimenti della società da lui fondata. Pari a 72 miliardi di dollari.

«Da zero a più di un terzo degli investimenti in dieci anni: è l’Età di Google» ha commentato il Ceo di WPP.

Ma dove vanno i soldi? Vediamo i dati sugli investimenti di WPP nell’ultimo trimestre.

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E-commerce, salvagente dei giornali in difficoltà

E-commerce: è la parola d’ordine tra gli editori di quotidiani e periodici. Vendere prodotti di ogni tipo, dai vestiti di marca ai viaggi, per compensare i bilanci in affanno soprattutto a causa del calo della pubblicità. Ne ha parlato Maria Rodale, editrice di Men’s Health. E il Sole24 Ore, in un pezzo dedicato agli acquisti da tablet e smartphone.

Maria Rodale, terza generazione degli editori che pubblicano Men’s Health e riviste sulla salute e il benessere, uno dei maggiori gruppi americani, dove si pretende che i giornalisti consumino solo prodotti biologici tra le pareti delle redazioni e che partecipino a lezioni di yoga per i dipendenti, ha parlato di e-commerce mentre si trovava in Australia per incontrare i partner locali. Iniziando da una provocazione: c’è un nuovo trend, piuttosto radicale, che si sta diffondendo tra gli editori di periodici, il trend del ritorno alla carta.

Significa che la transizione al digitale non sarà rapida come si pronosticava fino a pochissimo tempo fa.

Lo consiglia anche la situazione della pubblicità. «Le agenzie pubblicitarie» ha spiegato Maria Rodale «si sono tutte buttate sul digitale ma i risultati sono stati deludenti rispetto alle attese. Gli user digiali non sembrano così interessati alla pubblicità come quando sono coinvolti in un’esperienza di lettura del giornale di carta».

Al tempo stesso, la signora Rodale ha indicato nell’e-commerce la strada per compensare nel digitale il calo dei ricavi pubblicitari. Un motivo che spinge in questa direzione è l’alto livello di fiducia che i lettori hanno verso i periodici di loro scelta e, di conseguenza, verso la pubblicità e le esperienze di acquisto proposte dalle riviste. I periodici sono uno dei pochi media in cui la pubblicità non viene percepita come una fastidiosa distrazione ma come un’esperienza positiva. E i quotidiani hanno dimostrato che si possono vendere ai lettori pacchetti vacanze, assicurazioni, vino, libri. Lo fanno con successo gli editori tedeschi Burda e Axel Springer oltre agli americani di Condé Nast con il recente investimento di 20 milioni di dollari nel sito di e-commerce Farfetch.

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Periodici vs digitale: la vita breve della pubblicità online

Ho trovato una breve riflessione sull’utilità dei periodici. Riguarda la pubblicità.

So che oggi il mondo cade a pezzi e la pubblicità scende in picchiata soprattutto nei print media. Ma, come altre volte ho avuto l’opportunità di leggere e riferire, quasi sfidando il senso comune, le riviste sono considerate molto efficaci come veicolo pubblicitario. Guardate qui per scoprire perché. Il boom dei media digitali ha messo in discussione questa verità. Anzi, il fioccare di portali e siti web, con la velocità di produzione e distribuzione, ha fatto dimenticare il valore stesso delle inserzioni sui magazine.

Ma nell’era dei social media inizia a farsi strada qualche ripensamento.

La pubblicità su Twitter perde rapidamente efficacia. Guardate la tabella qui sotto ripresa di Minonline.com. In pochi minuti gli utenti del social media dimenticano le inserzioni viste. l'”impressione” dura poche ore, a volte pochi minuti.

Certo, Facebook aziona meccanismi di moltiplicazione, vendono creati contenuti dall’effetto “virale”, condivisi migliaia di volte. Ma la durata dell’effetto rimane insoddisfacente. Bisogna programmare campagne su campagne, martellare il lettore.

Per questo c’è chi torna alla carica sbandierando le qualità della pubblicità sulle riviste di carta (o digitali). L’impatto sul lettore è più lento, la penetrazione avviene nell’arco di una settimana o di un mese. Ma dura di più. Lascia un’impressione più forte. Si accumula nel tempo. La stessa pagina viene guardata più volte e da più persone.

I periodici riportano a terra la comunicazione, la ràdicano al suolo, diventano strumento complementare allo sfrecciare di portali, siti, social media.

Il Punto: ragioni di utilità dei giornali.

La vita di un tweet

Minonline: Half a life

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Smartphone, pubblicità e i problemi di editori e Google

Serio e ampio articolo dell’Atlantic sulle incognite della pubblicità sugli smartphone: la nuova frontiera della pubblicità.

Un americano su due possiede uno smartphone, in Italia ne sono stati venduti oltre 20 milioni: insieme ai tablet, i cellulari intelligenti saranno il supporto su cui leggere e per cui ridisegnare contenuti informativi, news, giornali, periodici. Ma il passaggio digitale, come sappiamo, risulta problematico quando si parla di ricavi per le società, a partire dagli editori.

Perfino due giganti del digitale, Google e Facebook, temono impatti negativi e potenzialmente catastrofici per il loro business.

Il punto è questo: gli smartphone, insieme ai tablet, sono destinati a diventare il principale punto di accesso per informazione, news, servizi vari. Ma la raccolta di pubblicità sul mobile presenta problemi ancora irrisolti. Non piace alla gente perché è fastidiosa, invadente, poco leggibile. Le dimensioni dello schermo di un cellulare intelligente sono davvero ridotte e inserzioni e spot, per farsi notare, devono essere aggressivi. Ma proprio per questo la gente non li ama. E le aziende non sono disposte a pagare molto per la pubblicità via mobile. A questo si aggiunge la difficoltà di misurare il rendimento e il livello di interazione dell’utente, rilevazioni più complicate rispetto alla fruizione sul computer di casa.

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La pubblicità c’è ma non si vede: native advertising

Vi consiglio di dare un’occhiata a questo articoletto, riguarda il fenomeno del native advertising.

Ne siamo circondati.

I marketers la presentano come una cosa nuova, legata allo sviluppo della comunicazione digitale, imposta dalla difficoltà di far digerire ai lettori banners e altri strumenti pubblicitari che proprio non vanno giù: quando entriamo in un sito scartiamo mentalmente qualsiasi forma di pubblicità ci piombi addosso, ci ostacoli nella lettura, si faccia avanti con aggressività. Tutta, o quasi.

Ecco l’esigenza, per il marketing, di cambiare strada.

Il native advertising si pone l’ambizioso obiettivo di proporre contenuti e offerte così interessanti (pensate a Groupon) che il lettore neppure percepisce più la differenza tra informazione e pubblicità.

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Andrew Sullivan, i blog e la qualità dei giornali

Uno dei più noti blogger degli Stati Uniti, Andrew Sullivan, lascia The Daily Beast/Newsweek, torna in proprio e adotta il paywall. Paghino i miei lettori, dice, perché avere pubblicità è più un problema che un vantaggio. Secondo Ken Doctor, autore di Newsonomics, la scelta di Sullivan conferma che i giornali digitali devono vivere soprattutto dei ricavi da abbonamenti e copie vendute.

Ken Doctor, Andrew Sullivan, sono due nomi noti per chi si occupa di editoria negli Stati Uniti.

Il primo è un ex giornalista, consulente, esperto di media e autore di un citatissimo studio sull’editoria dell’era digitale, Newsonomics. Scrive anche per il prestigioso Nieman Journalism Lab, da dove riprendo alcune riflessioni per questo post.

Il secondo, Sullivan, è il blogger del momento. Il suo The Dish mescola politica, commenti alle notizie del giorno, riflessioni sulla società americana, suggestioni culturali, concorsi per i lettori (famoso View from my Window, foto scattate dalla finestra di casa) e momenti di relax. Una formula di straordinario successo, una voce unica, una mente stimolante, di un inglese trapiantato negli States, studi a Oxford, coinvolto in politica già nell’Inghilterra della Thatcher, cattolico, omosessuale dichiarato, voce repubblicana fuori dai ranghi in America, penna prima del New York Times Magazine, poi di Atlantic, infine blogger seguitissimo che entra nella eccentrica casa editrice che mette insieme Newsweek e The Daily Beast. Date un’occhiata ai suoi post, a volte anche un’infografica, una delle numerose che potere vedere ogni giorno, aiuta a inquadrare un tema. Anche le foto colpiscono.

Andrew Sullivan, lo staff di Daily Dish e i beagle simbolo del blog

Andrew Sullivan, lo staff del Dish e i beagle simbolo del blog

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New York Times, Washington Post e il dilemma dei siti giornalistici a pagamento

Ieri sul New York Times è stata sviluppata una riflessione sui siti a pagamento dei quotidiani che prende spunto dalla notizia che il Washington Post presto adotterà questo sistema, chiamato paywall. Lo hanno fatto, con formule diverse, quotidiani famosi come Wall Street Journal e il Times stesso. Ma al Washington Post, un giornale che vende copie in edicola solo a Washington e dintorni ma ha un appeal internazionale, sembravano contrari. Invece arriva il dietrofront.

Ne parlo in questo blog sui periodici perché ci sono dati sulla pubblicità che indirettamente riguardano anche settimanali e mensili (anzi, molto direttamente ci riguardano).

Il Times osserva che la scelta del Washington Post è stata obbligata ma non promette alcun risultato, solo il tempo dirà se c’è ancora uno spazio sul mercato per questa come per altre testate.

Come tutti i quotidiani (e i magazine) il Washington Post sta affrontando ristrutturazioni e tagli di costi per far fronte al calo inarrestabile e inesorabile della pubblicità su carta stampata (e delle diffusioni in edicola). Diventa quindi obbligatorio trovare nuove fonti di ricavo. La pubblicità sul digitale sembra non crescere per i siti d’informazione e dunque è necessario introdurre il paywall, l’accesso a pagamento: si paga per leggere il sito (in realtà il Washington Post permetterà di vedere la home page gratuitamente, poi scatta il blocco). Ma riporto l’infografica citata dal New York Times sull’andamento della raccolta pubblicitaria nei quotidiani, nei siti dei quotidiani e nel digitale nel suo complesso. E’ una tabella di Alan D. Mutter.

Pubblicità su internet e quotidiani

Pubblicità su internet e quotidiani

Visto? Va a picco la pubblicità sui quotidiani. Non cresce la pubblicità sui siti dei quotidiani. Cresce la raccolta nelle altre aree, non giornalistiche, del digitale. A un quotidiano non rimane che mettere un paywall.

Ma l’articolo del New York Times ha un interesse per i periodici perché enuncia un dilemma.

«So, as newspapers all hold hands and begin to erect gated communities, will there be a new stability? Hardly.

What is under way is a reset. The trend in ad revenue in the newspaper industry is breathtaking — see a very scary chart here from Alan D. Mutter — and inexorable. The now hoary question of what part of the crater is cyclical, meaning temporary, and what part is secular, meaning a permanent disruption, has been settled. The advertising business is not coming back and there is every reason to believe that in the years ahead the shrinking will continue apace».

La domanda è se il calo della pubblicità sia ciclico, dunque reversibile e temporaneo, o se invece sia totalmente o in parte (e in quanta parte) irreversibile. Dunque dirompente. La pubblicità non tornerà sui giornali e c’è ogni ragione per credere che negli anni a venire la contrazione continuerà.

I quotidiani mettono il paywall, l’accesso a pagamento al sito. Ma quale lettore pagherà mai per entrare nel sito di un periodico? La soluzione sta forse nelle app, nei contenuti a pagamento scaricabili su tablet e smartphone? Questa è la mia impressione, riportata in precedenti post.

Buona lettura.

M’interessa perché: 1) spiega le difficoltà economiche dei giornali e la necessità di vendere i contenuti per tenere in piedi le testate; 2) fa riflettere sulle differenze tra quotidiani e periodici; 3) ma il problema è enorme: quante testate chiuderanno perché non c’è più carburante (pubblicità e copie vendute) per tutte?

New York Times: il dilemma del paywall

New York Times

New York Times

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