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Bombardato dai fan del native advertising

Aiuto, oggi il mio blog è stato preso di mira dai sostenitori del native advertising. Hanno commentato post come questo. E come questo.
Riporto quel che scrivono sul loro blog, creato sulla piattaforma di WordPress. E alcune osservazioni che mi sgorgano dal cuore.

In altre parole la Native Advertising è una sorta di pubblicità integrata all’interno dei contenuti di un sito, in modo che non risulti interruttiva agli occhi del lettore.

La vera motivazione per cui oggi siamo qui a parlare di Native Advertising è  perchè la banner blindness è ormai dilagante, soprattutto tra le persone “giovani” che sono nate e cresciute con il web. La percentuale di click (CTR) sugli annunci pubblicitari sta drasticamente calando giorno per giorno.

Secondo dati di Google nel 2010 il CTR è sceso allo 0,09% (rispetto allo 0,10% del 2009), quindi significa che meno di una persona su 1.000 clicca su un annuncio pubblicitario.

E quindi i brand si sono ingegnati ed anziché promuoversi sempre nei classici spazi riservati all’advertising PPC tradizionale, lo fanno all’interno degli stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.

Cari amici di “native advertising”, siete sul pezzo. Sulla mia pelle, scambiando alcuni post di siti americani per giornalismo, anziché coglierne la natura promozionale, ho provato cosa vuol dire la confusione tra pubblicità e informazione sul Web. E se ci casca uno che fa il giornalista da molto, molto tempo, temo possa cadere nell’equivoco anche un lettore. Al tempo stesso, sapete far leva su qualcosa di drammaticamente vero: nel digitale la pubblicità vale poco, gli editori guadagnano poco e per alimentare la produzione giornalistica ci sono risorse limitate. Un bel guaio.

M’interessa perché: 1) aiuta a riflettere sull’importanza di garantire l’autonomia del giornalismo anche nel Web; 2) pone in modo sensato il problema del finanziamento del giornalismo nell’era digitale.
Futuro dei Periodici

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Gli inserzionisti pagano per avere articoli online, non pubblicità

Molto ripreso un pezzo pubblicato due giorni fa dal New York Times:

Sponsors Now Pay for Online Articles, Not Just Ads

Gli sponsor pagano per avere articoli online, non della semplice pubblicità.

Mi sono interrogato altre volte sulla mescolanza tra contenuti editoriali e pubblicitari nel digitale e sulla carta stampata.

La pubblicità, soprattutto nel digitale, ha perso efficacia, o non ne ha mai avuta di paragonabile a quella dei giornali di carta. Ora gli inserzionisti vogliono di più.

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Washington Post: la rivista di Red Bull è giornalismo?

«Il Red Bulletin è un bel print e web magazine». Inizia così l’articolo del Washington Post sul branded journalism, un’etichetta che indica la miriade di pubblicazioni sfornate da Red Bull, Coca Cola, Boeing, General Electric, Pepsi, American Express, Burberry e decine di altri brand e aziende. Giornali, e non foglietti promozionali, dalla prima all’ultima pagina.

Il Red Bulletin ha una bella “apertura” (l’articolo di copertina) sul batterista dei Roots, gruppo hip hop di culto, e articoli saporiti ed esclusivi.

Naturalmente lo scopo della pubblicazione è di rendere più popolare il marchio e di farlo apparire vicino, per spirito e passioni, a quello dei clienti reali o potenziali.

Ma è giornalismo?

La domanda riflette una mentalità europea. Nell’articolo del Washington Post si riponde in tutt’altro modo. Dando un saggio di pragmatismo americano, l’esperto sentito per l’articolo, l’acting director del Project for Excellence in Journalism, dice che la cosa fondamentale è la trasparenza. Chiarire chi produce i contenuti del giornale, quali possono essere i suoi interessi, chi lo finanzia. Dopodiché il lettore è libero di decidere se gli articoli sono di suo gradimento.

In fondo, conclude l’intervistato, «everyone is a media company now», oggi siamo tutti delle media company. Senza distinzione tra riviste e riviste delle aziende.

Nei vari passaggi dell’articolo si dicono un paio di cose da annotare, in vista dei cambiamenti che avverranno anche in Italia.

La prima è che i compensi per gli articoli dei freelance sui giornali delle marche variano notevolmente, e si va da 150 dollari per un post di 500 batture a 3 dollari a parola per gli articoli che hanno la qualità delle riviste. Un compenso, quest’ultimo, paragonabile a quel che pagano i giornali tradizionali (da 50 centesimi a 2 dollari a parola, a seconda della reputazione dello scrivente).

L’altra cosa riguarda le redazioni dei giornali brandizzati. La Verizon (compagnia americana che fornisce banda larga, servizi wire less e apparecchi mobile) ha messo in piedi una rivista con uno staff di 75 giornalisti a tempo pieno. Paragonabile, per organico, a quella di un quotidiano di medie dimensioni.

Ma il dubbio rimane.

Il Punto: se il futuro dei giornalisti sia quello di lavorare nei giornali delle grandi società e aziende. Ma come giornalisti, non come pr.
Washington Post: Red Bullettin

Futuro dei Periodici: branded journalism, ovvero il giornalismo della Coca Cola

Washington-post-150x150Futuro dei Periodici

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I guai di un giornale americano con la pubblicità occulta

Grane per The Atlantic a causa di un articolo a pagamento e sponsorizzato uscito sul sito del prestigioso mensile americano. Una volta erano chiamati advertorial, publiredazionali. Oggi nel mondo dei nuovi media si preferisce dire: native advertising. Ma la storia è la stessa e ci siamo dentro anche noi. Ecco come è stato risolto l’incidente che ha fatto infuriare i lettori. Un apologo su come viene affrontato il problema del rapporto tra informazione e pubblicità nel mondo anglosassone.

The Atlantic, come ho avuto occasione di raccontare, è uno dei più antichi e prestigiosi periodici americani d’informazione e cultura, divenuto una case history di come una testata in difficoltà possa reinventarsi nell’epoca della transizione al digitale. Da fine gennaio è al centro di un vivace dibattito generato dalla protesta dei lettori del giornale per la pubblicazione di un articolo elogiativo di Scientology, un pezzo sponsorizzato, pagato, che celebra una serie di inaugurazioni di sedi, sparse nel mondo, della nuova organizzazione religiosa.

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La pubblicità c’è ma non si vede: native advertising

Vi consiglio di dare un’occhiata a questo articoletto, riguarda il fenomeno del native advertising.

Ne siamo circondati.

I marketers la presentano come una cosa nuova, legata allo sviluppo della comunicazione digitale, imposta dalla difficoltà di far digerire ai lettori banners e altri strumenti pubblicitari che proprio non vanno giù: quando entriamo in un sito scartiamo mentalmente qualsiasi forma di pubblicità ci piombi addosso, ci ostacoli nella lettura, si faccia avanti con aggressività. Tutta, o quasi.

Ecco l’esigenza, per il marketing, di cambiare strada.

Il native advertising si pone l’ambizioso obiettivo di proporre contenuti e offerte così interessanti (pensate a Groupon) che il lettore neppure percepisce più la differenza tra informazione e pubblicità.

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