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Ipc Media: tagli anche per il grande editore inglese

Ipc Media è il principale editore di settimanali e mensili in Gran Bretagna, 60 titoli tra cui Marie Claire, InStyle, e prodotti molto di nicchia, da Country Life alle riviste sulle fotocamere digitali, al giardinaggio.

The Guardian ne parla nella rubrica settimanale sui media perché la casa editrice che ha gli headquarters sulle rive londinesi del Tamigi fa parte del network internazionale di Time Inc., il colosso americano dei magazine che starebbe trattando la vendita di 21 testate, praticamente tutte tranne Time, Fortune e Sport Illustrated. Un affare da oltre 2 miliardi di dollari che vede come potenziale acquirente Meredith.

I dipendenti inglesi, che già due settimane fa hanno ricevuto l’annuncio che l’azienda vuole tagliare 150 posti, equivalenti all’8% dei giornalisti, temono altri interventi. Ma la cosa più interessante dell’articolo riguarda l’analisi di come va il business della casa editrice, e il giudizio che se ne dà.

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Riflessioni su Rcs, 640 esuberi, 10 periodici da vendere (o chiudere)

Il maggiore editore italiano affronta la crisi di Gruppo e della carta stampata annunciando interventi straordinari e d’emergenza. In Italia saranno tagliati 640 posti di lavoro, una parte dei quali tra i giornalisti, e si prevede la vendita, o, in alternativa, la chiusura, di dieci testate periodiche. Trasferimento in arrivo per i quotidiani del Gruppo, Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport: si avvicina l’addio alla storica sede di Via Solferino del più prestigioso giornale del nostro Paese.

La notiza era da tempo nell’aria. Ma il colpo è stato più forte del previsto. Rcs Mediagroup ha annunciato interventi durissimi sulle proprie testate come misura per fronteggiare la crisi della carta stampata.

Naturalmente sono molte le inquietudini che accompagnano queste notizie: se uno dei principali attori abbandona il campo dei periodici, o quasi, quale futuro si può immaginare per settimanali e mensili? Osservo che crescono solo gli editori che fanno della gestione “all’osso” una filosofia: Cairo Communication e Guido Veneziani. Probabilmente l’editoria low cost vivrà una stagione di espansione, perché, tra l’altro, si approprierà delle testate messe in vendita da editori in difficoltà. Hanno ancora uno spazio i giornali di Condé Nast, che occupano la fascia alta, quella che punta su prodotti di altissima qualità per un lettorato ambizioso o elitario. Ma una stagione del giornalismo italiano sembra volgere al tramonto. E poiché Mondadori ha annunciato da settimane tagli e chiusure di giornali, viene da pensare che la sofferenza degli editori che un tempo si dividevano il mercato nazionale corrisponda alla crisi non solo delle testate pensate e realizzate per il ceto medio, ma del ceto medio stesso. Sì, diranno. Ma c’è anche il cambiamento delle abitudini di consumo, le novità nella tecnologia, l’offerta infinita di contenuti nel digitale.

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Giornali che cambiano sede e periodicità

La crisi obbliga gli editori a fare economie. Sia nella revisione dello “stile di vita” delle società (Condé Nast negli Usa ostentava fino al 2009 una proverbiale grandeur) sia nella fattura dei giornali. E non si tratta solo di tagli al numero di giornalisti e ai loro stipendi.

Proprio Condé Nast, racconta questo pezzo di WWD, ha deciso l’altro giorno di ridurre la frequenza di uscita di uno dei suoi mensili, W, da 12 a 10 numeri. La notizia ha qualcosa di sorprendente perché lo scorso anno la raccolta pubblicitaria era cresciuta del 10%. Le copie sono ferme a 450 mila al mese. Ma il giornale è uno dei più sottili di Condé Nast. E cambiare la periodicità permette all’editore di fare più profitti, nel gioco tra costi e ricavi. Un segno della crisi.

Non è la prima pubblicazione a diminuire le uscite. Nel settembre del 2011 era toccato ad Harper’s Bazaar di Hearst.

Ma tra gli editori in crisi c’è un’altra strada al risparmio spesso imboccata. Parlo del cambio di sede. In questi giorni il Washington Post sta valutando se vendere la prestigiosa sede nel centro della capitale federale. Il palazzo dove si è scritta la storia dello scandalo Watergate. Non è l’unico giornale. Mentre i giornali sono in crisi e le redazioni dimagriscono, il valore degli immobili è in crescita (dice un pezzo dello stesso Washington Times).

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Il New York Times si è trasferito nel 2007 nel bellissimo grattacielo disegnato da Renzo Piano, ma due anni dopo è stato costretto a vendere l’edificio e a firmare un contratto di affitto, per non abbandonarlo. Stesso copione nel settembre del 2010 per Forbes, sulla quinta Avenue di Manhattan.

In Italia hanno cambiato sede, negli anni, il Gruppo L’Espresso a Roma, e, tra gli altri, Hearst Magazines a Milano. Ogni tanto ritornano le voci un trasferimento di Mondadori, che lascerebbe il palazzo di Oscar Niemeyer a Segrate, e sono soggete a stop and go quelle che prevedono un trasferimento dei giornalisti del Corriere della Sera, che abbandonerebbero lo storico palazzo milanese di Via Solferino.

Il Punto: come risparmiano gli editori di giornali.

Wwd: periodici che cambiano frequenza di uscita

Washington Post: il giornale cambia “casa”

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Che tempo che fa/ Lunedì 13 novembre sciopero in Rcs Mediagroup

Scioperano lunedì 13 novembre i giornalisti dei settimanali e dei mensili di Rizzoli. La società che pubblica i periodici si chiama Rcs Mediagroup. Scioperano i giornalisti in concomitanza con la convocazione del Consiglio di amministrazione che deve leggere, valutare e approvare la relazione trimestrale sui risultati del Gruppo al 30 settembre 2012. La ragione dell’agitazione dei dipendenti è legata alla ormai vicina presentazione da parte della dirigenza della società di un piano di ristrutturazione che potrebbe prevedere, tra le altre, l’uscita di giornalisti dai periodici e dai quotidiani (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport) e la chiusura di alcune testate. Il piano verrà presentato agli azionisti a dicembre inoltrato (leggo il 19 dicembre). Quanti siano gli esuberi e quali le testate da chiudere (o vendere) non si sa, anche se le voci sono numerose e le indiscrezioni ricche di particolari. Ma, da giornalista che lavora nel settore, trovo di pessimo gusto fare pronostici e mettere in giro voci. E’ il lavoro dei giornalisti? A me risulta che il lavoro dei giornalisti consista nel fare una distinzione tra ciò che è certo, probabile, possibile, inesistente. Altrimenti siamo tutti giornalisti.

M’interessa perché: 1) si avvicina lo scontro tra giornalisti ed editori.

Il punto: come uscire dalla crisi: solo tagli?

La fornte: primaonline.it

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