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Scrivere per una redazione rimasta senza giornalisti

Il contrastato rapporto tra giornalisti che scrivono e giornalisti del desk. Se ne parla negli Stati Uniti dove i tagli hanno ridotto all’osso le redazioni. Ma dinamiche simili si vedono in Italia. Dove il confronto è inesistente

Sono idee che mi vengono in mente leggendo un articolo pubblicato dal Poynter Institute, una scuola di giornalismo degli Stati Uniti (molto più di una scuola, in realtà).

Il confronto sul rapporto tra chi scrive i pezzi e chi fa editing nel nostro Paese è inesistente perché avviene su un altro piano, quello delle tutele per i precari. Uno degli argomenti scottanti nei giorni in cui sembra vicino il nuovo contratto dei giornalisti.

Invece se ne può discutere da molteplici punti di vista. Collaboratori versus redattori, scriventi versus desk (soprattutto nei quotidiani), esecuzione versus concepimento del pezzo, confronto con la realtà versus confronto con i risultati di mercato.

del Poynter Institute, un esperto di formazione, si chiede come sia possibile costruire un rapporto migliore tra chi scrive e chi fa desk.

Date un’occhiata. Mi limito a riportare gli aspetti  positivi di un rapporto sano, professionale, non mortificante. Non di potere ma di collaborazione. Di rispetto.

Clark spiega che il coaching sugli scriventi si distingue dal mero correggere i pezzi.

Ecco le differenze, che io ho riassunto introducendo la definizione di “penna rossa”.

Il coach c’è dall’inizio alla fine / La penna rossa si fa viva quando bisogna chiudere la pagina

Il coach forma lo scrivente / La penna rossa corregge lo scrivente

Il coach fa crescere lo scrivente / La penna rossa mette il pezzo in pagina

Il coach crea fiducia / La penna rossa mortifica chi scrive

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Il Tramonto dell’Organizzazione A Silos Nei Giornali

Nuova struttura, nuovo modo di lavorare, di scambiare conoscenze, nuovo modo di comunicare con i lettori (utenti/clienti)?

Ne ho sentito parlare spesso: le aziende di molti i settori, non solo dell’editoria, stanno cambiando il loro modo di funzionare. Stanno abbandonando strutture, organizzazioni diventate silos per passare a strutture aperte, organizzazioni che qualcuno definisce ad alveare. Un rimescolamento portato dal digitale.

Il pensiero mi è venuto leggendo una notizia di queste settimane, apparentemente molto, molto lontana dall’argomento: negli Stati Uniti l’editore Condé Nast ha lanciato un nuovo sito, House, su arredamento, cibo, stili di vita.

Un sito che la società definisce come un’evoluzione dei siti di due riviste esistenti, House & Garden e Easy Living. House, leggo, mescola ai contenuti di House&Garden nuovi articoli su cibo, viaggio, design. I lettori di Easy Living saranno reindirizzati nel nuovo portale.

Ecco, mi sono detto, l’evoluzione di certi magazine su altre piattaforme: anziché conservare le testate cartacee come prodotti distinti anche nel digitale, si va verso una convergenza dei contenuti, una condivisione, un allargamento all’interno di un nuovo media.

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Quel Vecchio Modo Di Gestire Le Redazioni

Una frase. Sull’organizzazione dei giornali. Sulla gestione delle persone nelle redazioni. Tira fuori qualcosa che abbiamo tutti in testa

Leggevo ieri dei progetti di Pier Luca Santoro, l’autore del blog Il Giornalaio, esperto di media, che insieme ad altri professionisti della comunicazione si appresta a lanciare DataMediaHub, sito che si dà il compito di raccogliere e analizzare informazioni e dati sul mondo, tra l’altro, di quotidiani, periodici, social media, comunicazione aziendale (il sito sarà attivo nei prossimi giorni).

Santoro, che non è giornalista, racconta di essere stato nominato “temporary manager” de La Stampa con il ruolo di social media editor (ne ha parlato anche il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi). Spiega che il mondo delle redazioni appare bisognoso di aggiornamenti. E aggiunge un’annotazione che qualsiasi giornalista interessato al buon funzionamento dei giornali, al lavoro come piena espressione delle proprie possibilità professionali (e non come status e potere), non può che condividere. Si va al punto.

«Quando circa 7 anni fa ho iniziato a conoscere da vicino il settore editoriale sono rimasto letteralmente esterrefatto nel constatare come sia caratterizzato, in buona parte ancor oggi, da logiche organizzative e gestionali che in altri settori/mercati sono state abbandonate almeno dalla metà degli anni ’90».

In questo periodo si parla molto della parte organizzativa (prendete il caso Wired Italia). Non va dimenticata quella gestionale.

Futuro dei Periodici

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Com’è la redazione giornalistica digitale (e il Feedback Loop)

Se siete giornalisti digitali, saltate questo post. Lo stesso se lavorate alla Stampa o al Sole24 Ore.

Lo schema che vedete qui sotto, infatti, per voi è vecchio.

Ma se siete dei comuni mortali, e il vostro tran tran si svolge in un qualsiasi periodico italiano, forse questo schema, tracciato prima del 2010 da Lewis DVorkin, mefistofelico e stimolante capo dei contenuti di Forbes, potrebbe farvi riflettere.

Come cambia il flusso del lavoro nelle redazioni, i processi, quali nuove figure devono affiancare i giornalisti, come viene valutato il nostro lavoro?

A tutte queste domande risponde Lewis DVorkin nell’articolo riportato in link.

Per ingrandire l’immagine basta cliccare sopra.

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È chiaro che il giornalista, oltre a scrivere in modo efficace e preciso, deve anche pagare grande attenzione alla scelta degli argomenti e all’interazione con il lettore. Per meglio centrare gli obiettivi di traffico nello staff giornalistico vengono inserite figure di specialisti di social media, analisti del traffico. A Forbes, anche figure del marketing.

E il giornalista, nel crescere come professionista, deve tenere conto del feed back di lettori e analisti. Ma, specifica DVorkin, la pioggia di dati, la visualizzazione dei risultati di traffico, aggiornati secondo per secondo, devono spingere a far meglio, non sono la legge del giornalista.

The data is to help inform their journalism, not rule it.

Forbes: come cambiano le redazioni dei giornali.

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Perché un articolo di giornale è diverso da un post

Come sarebbe un mondo senza giornalisti? Giornalisti veri, voglio dire. Sarebbe come viene descritto su In These Times.
L’articolo racconta di quanta cattiva informazione sia circolata negli Stati Uniti subito dopo l’attentato alla maratona di Boston. La colpa? Dello smantellamento del giornalismo. Colpa del trionfo dei blog, dice l’autore (ma io non condivido del tutto), nei quali si confondono i fatti con i commenti. Lo so è un discorso complicato. Ma chi lavora tutti i giorni in redazione conosce la differenza tra dire la prima cosa che viene in mente e controllare i fatti. È la fatica di fare i giornalisti. Ce lo dice l’articolo di In These Times, che richiama, con la definizione di New New Journalism, un’espressione coniata da Tom Wolfe.

The New ‘New’ Journalism

Il nuovo Nuovo giornalismo

Anyone can give their opinion, but to line up the facts behind that opinion—is Obamacare really going to kill your Grandma?—reporters have to read legislation. They have to interview key people. Their editors will have questions, and will send the reporter out to interview more sources, or clarify elements of the story for general readers.
Chiunque può esprimere la propria opinione. Ma per mettere insieme i fatti che permettono di formularla – la riforma della salute del presidente Obama costerà la vita a tua nonna? – i reporter devono guardare le leggi. I loro capiservizio faranno le pulci agli articoli e costringeranno i giornalisti a tornare fuori, a intervistare altre persone, perché il lettore possa capire meglio.

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