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Le montagne russe dei settimanali – Dati di vendita maggio 2013

Provo a fare qualche minima osservazione sui dati Ads, usciti lunedì, che dicono quante copie vendono i quotidiani e i periodici italiani. I settimanali mostrano finalmente qualche segno positivo dopo molti mesi di risultati deludenti, una conferma di quanto si era iniziato a vedere in giugno. C’è movimento anche nelle copie digitali. Ma il confronto con un anno fa fotografa la gravità della crisi dell’editoria.

Naturalmente non parlerò dei quotidiani e delle 75 mila copie digitali del Sole 24 Ore, le 61 mila del Corriere della Sera, 49 mila di La Repubblica.

Mi concentro sui settimanali.

Prendiamo i dati di vendita in edicola di maggio e confrontiamoli con aprile 2013.
Ci sono alcuni interessanti segnali di risveglio. Chi vende il 5,9 % in più, Diva e Donna fa +13,9%, Donna Moderna +10%, F +26,1%, Grazia +30,1%, Oggi +5,4%.

Invece il confronto maggio 2013 con maggio 2012 fa accapponare la pelle.
Espresso perde il 70%, il Mondo il 68%, Oggi il 39%, Panorama il 57%, Di Più Tv il 56%, perfino Vanity Fair, da un decennio gallina dalle uova d’oro, cala del 39,8%: segno che non si poteva proprio fare di meglio?

Nel digitale vedo che, mese su mese, alcune testate registrano forti incrementi.

Primaonline: dati vendita maggio 2013.

Primaonline

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11 notizie su come è cambiato il giornalismo

Ho letto a fondo il Digital News Report 2013 del Reuters Institute, importante rapporto su come cambia il consumo di notizie  nell’era del digitale. Computer, smartphone, tablet e carta stampata messi a confronto in un’indagine condotta in Europa, Stati Uniti, Brasile, Giappone. Viene fuori anche una descrizione dell’Italia come Paese votato alla dimensione social della comunicazione.

Non ho chiuso bottega, come temeva un amico che mi ha scritto ieri. Anzi, approfittando di qualche giorno di maggiore tranquillità estiva ho trovato utile rileggere uno degli studi sul giornalismo più interessanti e approfonditi della prima parte del 2013. Fare la sintesi di qualcosa che un lettore non ha il tempo di andarsi a vedere: ecco un compito del giornalista che non sarà mai superato. Vale anche per un blogger a tempo perso.

Il Rapporto sulle news digitali del Reuters Insitute risponde ad alcune domande che tutti i giornalisti si fanno.

1) Quando si pensa al modo in cui consumiamo informazione, dobbiamo ricordare che esistono ancora grandi differenze tra Paese e Paese: la cultura nazionale, il reddito, la composizione sociale, le infrastrutture della comunicazione, la politica e la legislazione creano paesaggi diversissimi. Se ne deve ricordare anche un blogger quando è tentato di vedere in una tendenza locale un fatto globale.

2) La carta stampata sta morendo e sarà sostituita dalla distribuzione digitale? La fruizione delle notizie giornalistiche è sempre più multipiattaforma: non c’è il lettore di carta stampata o del digitale. E il 33% dei lettori che legge news digitali utilizza 2 device (es. computer e smartphone), altri (il 9%) ne usano tre (il tablet si aggiunge ai primi due).

3) Il tablet è una novità dirompente nel mondo del giornalismo o solo uno dei tanti strumenti per leggere notizie? Il numero di coloro che usano il tablet per cercare e leggere notizie è raddoppiato nel giro di dieci mesi in molti dei Paesi europei passati al setaccio dal Reuters Institute. In Danimarca siamo al 25% dei lettori complessivi.

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La fuga dei lettori italiani da quotidiani e periodici – Dati Audipress sul lettorato

Calano i lettori di quotidiani, settimanali, mensili. Con punte negative, nelle riviste, del 26%. Poche le eccezioni positive, nessuna nei settimanali. Il Corriere della Sera scende del 6,7%, la Repubblica del 5,8%.

Questi numeri riguardano naturalmente non le copie vendute ma i lettori complessivi, incluse le persone che non comprano il giornale perché lo trovano a casa o nei luoghi pubblici. Per questo sono dati più alti delle cosiddette diffusioni.

I dati di Audipress dicono che gli italiani in età adulta sono 51 milioni 623 mila, di cui circa 24 milioni 700 mila uomini e 26 milioni 800 mila donne.

Leggono quotidiani circa 21 milioni d’italiani, in calo, rispetto alla precedente misurazione, del 6,7%: mancano all’appello un milione 500 mila lettori.

Leggono settimanali quasi 21 milioni d’italiani, di cui 7 milioni 700 mila uomini e 13 milioni di donne. Queste riviste sono dunque prevalentemente rivolte al pubblico femminile. Le riviste con questa periodicità hanno perso un milione e mezzo di lettori, il 6,9%. Sono lettori persi in pochi mesi, perché si mettono a confronto sondaggi fatti tra settembre e dicembre 2012 con i primi tre mesi del 2013 (lo stesso vale per i mensili). Il calo maggiore riguarda il femminile A-Anna, una delle 10 testate messe in vendita da RCS Mediagroup, che cala del 19%.

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Il giorno del trasloco – Editori che cambiano sede e… tenore di vita

Il palazzo del Miami Herald era diventato il simbolo del crepuscolo del giornalismo nell’era del digitale. Due giorni fa il quotidiano americano ha cambiato sede, mettendo fine a un’agonia raccontata anche sui media italiani. Ma la tendenza al trasloco non è solo americana. Come raccontano articoli di questi mesi.

Alla fine il Miami Herald, storico quotidiano della Florida, con mille dipendenti, ha traslocato. Ecco una foto della cerimonia d’addio, dopo la riunione di redazione delle 3 del pomeriggio, il 16 maggio.

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Il progressivo impoverimento del giornale è stato oggetto di articoli in tutto il mondo. La sede aveva una bellissima vista sul mare. Ma per tirar su qualche soldo un enorme cartellone pubblicitario era stato appeso alla facciata principale, oscurando le finestre di parte della redazione, proprio quelle che davano verso l’oceano. L’episodio è stato narrato in apertura di un importante rapporto del 2012 sulla transizione dei media, The Story so Far, della Columbia University. Non era sfuggito un diabolico dettaglio: la pubblicità che copriva il palazzo era di iPad di Apple, simbolo del digitale che avanza e manda in crisi i media tradizionali.

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“Quel che è gratis non vale niente” (nel Web)

Le ultime parole famose?

Carlo De Benedetti, nell’articolo de la Repubblica riportato in link, interviene sul pagamento nel web. “Entro l’anno, alcuni contenuti aggiuntivi al sito di Repubblica verranno offerti a pagamento, mentre il sito generale resterà gratuito… Utilizzeremo il sistema scelto da testate come il New York Times”, ha spiegato il presidente del gruppo, ricordando quello che diceva sempre suo padre: “Tutto quello che è gratis non vale niente”. E aggiunge: “Non ci aspettiamo grossi risultati oggi, ma è la premessa in direzione della non gratuità”.

Il Punto: prosegue il confronto tra contenuti gratuiti e a pagamento nel digitale.

Repubblica: una frase di Carlo De Benedetti

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Copie digitali vendute dei periodici: 3 ragioni per non strapparsi i capelli

Poche sono poche. Ma così poche che viene voglia di guardare più da vicino i dati sul numero delle copie digitali dei settimanali e dei mensili italiani vendute nel febbraio 2013. L’occhio lungo di chi lavora da molti anni nei periodici insegna a veder cose che a voi umani…

I dati Ads sulle copie digitali dei settimanali e mensili, appena usciti, sono deludenti, come avevo scritto senza grande fantasia un mese fa parlando della rilevazione relativa al gennaio 2013, la prima in assoluto fatta in Italia: fino ad allora non erano mai state contate. Sinceramente non era poi un gran problema: prima di quella data erano pochissimi i periodici con un’edizione digitale.

Ecco una prima ragione per non pensare che i periodici abbiano più difficoltà dei quotidiani a vendere copie online: gli editori sono appena entrati nel ring, hanno appena iniziato a proporre questo servizio.

Ma ci sono altre cose che molti non hanno visto. Guardate i titoli dei periodici più venduti nel digitale.

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Rcs, Mondadori, Repubblica e i numeri della crisi dei giornali

Le preoccupazioni in Rcs Mediagroup per l’arrivo di un piano di crisi che potrebbe colpire duramente i periodici. I tagli annunciati in Mondadori, dove saranno chiusi quattro mensili. La ristrutturazione a l’Espresso, Radiocor, la Stampa. I tuoni su altre società. L’editoria è nella bufera. E i giornalisti sanno che le difficoltà sono moltiplicate dalla fragilità di chi dovrebbe sostenere i lavoratori che perdono il posto.

Da varie parti (ne cito una: Reuters) si ricorda che domani in Rcs Mediagroup inizia un percorso che dovrebbe portare, per l’inizio di marzo, alla presentazione da parte dell’azienda di uno stato di crisi per le proprie testate, quotidiani e periodici, nel quale sarebbero previsti sacrifici pesanti soprattutto per i secondi.

In questi giorni in Mondadori si procede all’analisi interna della situazione e ogni giorno escono i numeri degli esuberi tra i redattori di testate grandi e piccole, da Panorama a Ciak (sono numeri certi? Lettera43 e Italia Oggi li rivedono ogni giorno).

Nel frattempo all’agenzia del Sole24Ore, Radiocor, c’è fibrillazione, come riporta Franco Abruzzo, per la modifica al contratto di solidarietà: il taglio alle retribuzioni dei giornalisti dovrebbe passare dal 9% al 35% dello stipendio (il contratto di solidarietà applica il principio “lavorare meno, lavorare tutti”: non si licenzia nessuno ma si riduce il reddito dei lavoratori per un certo periodo, nella speranza che basti a superare le avversità).

Una situazione molto seria, perché, come racconta un articolo di Lettera43 che riprendo dal sito di Franco Abruzzo e riporto in link (trionfo del gioco degli specchi su internet e dell’aggregazione moderna: ma credo che qualche pezzo originale di Futuro dei Periodici, farina del sacco, abbia ispirato articoli di apprezzate testate online), dicevo, situazione molto seria perché cigola sotto il peso della crisi l’istituto di previdenza dei giornalisti, Inpgi, che sostiene il costo dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione, gli strumenti con cui le aziende e i giornalisti cercano di alleggerire l’impatto della crisi sui lavoratori e di conservare i posti di lavoro.

Dal 2009 sono 37 le aziende per cui è stata riconosciuta la crisi, 591 giornalisti sono stati pensionati, 1210 sono finiti in cassa integrazione, 1019 hanno contratti di solidarietà.

Il Punto: è in discussione la tenuta del sistema. Il sistema creato da editori e giornalisti.

Lettera43 feat. Franco Abruzzo: crisi dell’editoria 2013

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Gli editori italiani vogliono far pagare Google

Ovvero, ritornare al concetto che le notizie sui giornali sono frutto del lavoro di qualcuno e, in quanto tali, prodotti che vanno pagati da chi li consuma. Come un romanzo. Come la musica registrata. Al servizio pubblico pensa, o dovrebbe pensare, la Rai. Nelle biblioteche, luoghi bellissimi dove vorrei passare le giornate, si può leggere gratuitamente, e anche nei bar, pagando un caffè per sfogliare i giornali e accedere alle notizie intese come commodity, «ovvero un bene che può essere fruito, senza differenze sostanziali, da più fonti informative» (news come commodity).

E’ sempre stato così (con l’eccezione delle tv generaliste e della radio). Ma internet ha distrutto questa semplice verità

Grazie ai motiri di ricerca possiamo accedere alle notizie dei giornali senza pagar nulla. Possiamo leggere estratti dei principali articoli pubblicati online dai quotidiani. I motori di ricerca, Google in testa, aggregano notizie e traggono enormi profitti dal lavoro di editori e giornalisti, grazie alla pubblicità.

In Italia Google ha superato quest’anno in settembre la Rai nella raccolta pubblicitaria. Già due anni fa internet, nel nostro paese, faceva ricavi pubblicitari equivalenti a quelli dell’intero settore dei periodici, e la metà veniva intascata da Google. Se Fabio Vaccarono ha lasciato lo scorso luglio Manzoni advertising, concessionaria di pubblicità de L’Espresso, per diventare country manager di Google Italia, un motivo c’è. Ed il motivo è che il gigante dei motori di ricerca vuole crescere ancora e raggiungere in pochi anni un fatturato pubblicitario equivalente a quello di Mediaset. In altre parole, Google vuole diventare Mediaset, quel che il principale gruppo televisivo privato italiano è stato nei passati 30 anni.

Non deve quindi stupire (arriviamo alla notizia di questo post, ci arriviamo dopo una lunga introduzione, trasgredendo alla regola numero uno del giornalismo: notizia nell’attacco) la richiesta avanzata in questi giorni dalla Fieg, la Federazione italiana editori giornali, che chiede una legge per tutelare il diritto d’autore verso Google, gli aggregatori di news online e internet nel suo complesso.

Gli editori italiani della Fieg annunciano che la loro azione averrà di concerto con gli editori francesi, i quali, bisogna dire, sono più avanti, perché hanno già ottenuto l’appoggio del ministro francese all’Innovazione e all’Economia digitale, Fleur Pellerin. Italiani e francesi si coordineranno con i tedeschi. In Germania la Federazione dedli editori di quotidiani e l’Associazione degli editori di periodici hanno lanciato un’iniziativa giudiziaria contro Google, ottenendo l’appoggio del cancelliere Angela Merkel.

Questa “guerra” per il diritto d’autore sta assumendo contorni globali. In Gran Bretagna la Newspaper licensing agency già chiede somme agli aggregatori di notizie online. Ed è notizia di questi giorni che gli editori di quotidiani brasiliani hanno deciso di abbandonare Google. A qualcuno farà ridere il fatto che siano brasiliani, ma Google non ride: si tratta di decine di milioni di lettori/utenti.

M’interessa perché: 1) si ristabilisce il principio che l’informazione industriale è un prodotto di processi lavorativi e sudor della fronte, da tutelare e remunerare; 2) sta prendendo forma uno scenario in cui internet viene scavalcato e si accede direttamente a siti e piattaforme digitali che hanno notizie, con l’url o attraverso applicazioni; 3) in altre parole, l’accesso potrebbe in futuro diventare controllato e sottoposto a condizioni, non più libero; 4) non a caso l’articolo di Lettera43 riporta un’indiscrezione, secondo cui Repubblica e Corriere della Sera vorrebbero far pagare dal gennaio 2013 l’accesso ai loro siti di new, con un sistema paywall forse simile al New York Times.

Il punto: dare una prospettiva di sopravvivenza e, si spera, sviluppo all’industria delle notizie, anche con la modernizzazione e innovazione di contenuti, modalità di fruizione, tecnologie.

Fieg: ditirro d’autore e aggregatori di news su internet

Lettera43: news online a pagamento

Wall Street Italia: Google supera la Rai nella pubblicità

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Perché lo sciopero nel gruppo L’Espresso-Repubblica

Riporto un articolo de L’Opinione che descrive i timori e le inquietudini che serpeggiano nelle redazioni del Gruppo Espresso-Repubblica.
La galassia editoriale di Carlo de Benedetti è in grave difficoltà, come altri gruppi editoriali, peraltro.
Le preoccupazioni partono da La Repubblica, dove si discute di possibili tagli agli organici, blocco del turn over, mancato inserimento dei collaboratori, revisione delle ribattute, e si irradiano verso le riviste (Velvet, XL), i quotidiani locali Finegil e l’agenzia d’informazione interna Agl. Qui la crisi è stata già dichiarata dall’azienda, che ha chiesto il dimezzamento dell’organico.
Si è così arrivati allo sciopero di oggi delle redazioni, deciso dopo che è stato costituito il coordinamento dei CdR di tutte le testate del Gruppo De Benedetti.
I giornalisti denunciano che, a fronte della richiesta di altri, pesanti sacrifici (ricordiamo che nel 2009 ci sono già stati prepensionamenti di giornalisti), l’editore non ha, o non condivide, una visione per il futuro, una prospettiva di rilancio, legata anche al digitale, una direzione nella quale muoversi con investimenti ingenti.
Su tutto questo le trattative proseguiranno.
M’interessa perché: 1) descrive i pericoli che l’editoria italiana corre nell’immediato futuro.
Il punto: pare che solo in Italia ci sia negli editori un atteggiamento così sfiduciato verso il futuro.

L’Opinione: i guai del Gruppo L’Espresso-Repubblica

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