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Cosa sta succedendo alle concessionarie della pubblicità

Publikompass, Mondadori, Prs, Visibilia… Il mondo della pubblicità legato ai giornali sta cambiando. Perché i ricavi nella carta stampata sono collassati e il passaggio al digitale è pieno di incognite

CAMBIANO TUTTI Molti si chiedono cosa sta succedendo alle concessionarie di pubblicità, ovvero a quella parte delle case editrici di giornali, o società collegate, che raccolgono la pubblicità per le pagine di quotidiani e periodici.

Se lo chiedono a una settimana dalla notizia che Publikompass, una delle maggiori concessionarie italiane, si preparerebbe a lasciare a casa un’ottantina di dipendenti. Se lo chiedono all’indomani della indiscrezione secondo cui la concessionaria di un grande editore di periodici, Mondadori, dovrebbe presto essere accorpata a Publitalia di Mediaset (notizia che ha preso consistenza il 14 ottobre).

Ma movimenti nel mondo della pubblicità hanno riguardato Prs e Visibilia, entrambe in corsa, fino allo scorso giugno, per i periodici ceduti da Rcs Mediagroup.

Che cosa sta accadendo?

UN GRAFICO PER CAPIRE Mi è tornato in mente uno studio sui quotidiani italiani condotto da un’importante società di consulenza, Bain & Company, uscito nel 2012, nel quale erano ipotizzati alcuni cambiamenti che, in parte, sono avvenuti o stanno riguardando i giornali. Struttura delle case editrici, lavoro nelle redazioni, filiera della distribuzione, edicole incluse. Trovate qui un estratto. Ricordo di aver trovato questo studio nel blog il giornalaio (giornalaio.wordpress.it), sempre ricco di notizie preziose.

Nella parte dello studio dedicata alle concessionarie di pubblicità compariva questo grafico, già pubblicato in questo blog: contiene domande sul futuro della pubblicità e suggerisce ipotesi di accorpamento. Quel che sta accadendo in queste settimane a 360 gradi.

I MOTIVI Le ragioni del cambiamento, per quel che può capire un “profano”, sono: il crollo dei ricavi pubblicitari, la prospettiva di minori ricavi futuri dal mondo del digitale, il ridimensionamento del mondo dei giornali.

Futuro dei Periodici

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Editori in transition 2: a che punto siamo (mappa del cambiamento)

La trasformazione dei periodici in realtà multimediali, le redazioni integrate, i nuovi giornalisti: continua la rilettura del piano di sviluppo di un grande editore, uscito 5 mesi fa. Può aiutare a capire i cambiamenti nel mondo dei quotidiani e dei periodici.

NON CHIAMATELI PERIODICI Il piano strategico di RCS Mediagroup, che rileggiamo a 5 mesi dalla pubblicazione, cambia il nome dei periodici. Il passaggio dedicato alle trasformazioni delle riviste usa un termine nuovo: verticali. Si dice esplicitamente che si passerà da un portafoglio di testate periodiche a “ecosistemi” editoriali, strutture di produzione multimediali, specializzate in uno specifico target (verticali, appunto): donna, lifestyle, casa/design, bambino.

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Editori di giornali in transition: a che punto siamo (mappa del cambiamento)

Il piano per i prossimi anni di un grande editore di giornali aiuta a capire quale percorso è stato intrapreso da chi nel mondo pubblica quotidiani e periodici. Con stati di crisi, riduzioni di organico, ridefinizione dell’organizzazione redazionale, taglio dei costi, trasformazione dei prodotti, nuovi contenuti.

RILEGGERE UN PIANO Sì, rileggere serve non solo a capire meglio. Se fatto a giusta distanza di tempo, le esperienze arricchiscono di significato la prima lettura. Posso così dire che riprendere in mano e sfogliare a 5 mesi dalla diffusione il Piano 2013-2015 di Rcs Mediagroup mi ha dato una maggiore profondità di visione. È come avere una mappa che ti dice dove ti trovi. Sto parlando del piano proprio di questo editore non per giudicarne le scelte ma semplicemente perché la società ha reso pubbliche le sue strategie nella fase della ricapitalizzazione.

Riporto alcuni punti del piano, quelli più vividi alla luce degli avvenimenti di questi mesi. Mesi in cui Rcs, ma non solo, ha chiuso testate, rivisto l’offerta di prodotti, avviato tagli dei costi e novità digitali.

LA PREMESSA: C’E’ UN VALORE DA DIFENDERE 1) I cambiamenti aziendali sono dettati non solo dalla crisi che ha colpito il settore della carta stampata ma anche dalla comparsa di concorrenti non tradizionali che non stampano giornali ma offrono contenuti e servizi nel digitale. Con la conseguenza di togliere pubblicità e audience agli editori. Come scritto su questo blog, perdi un lettore anche se questo decide di passare il suo tempo libero non leggendo giornali ma cazzeggiando sui social network. 2) Un editore di giornali importante (nel caso di Rcs, un leader) parte dalla consapevolezza di possedere attività ritenute ancora autorevoli, forti, popolari, utili e interessanti per milioni di persone, testate capaci di fornire contenuti di valore. 3) L’obiettivo è dunque conservare rilevanza. Lo si fa, a leggere il Piano, offrendo al pubblico nuovi prodotti, anche digitali; riorganizzando le attività per dare più agilità ai processi; riducendo i costi, soprattutto nelle aree che stanno sperimentando una caduta dei fatturati e degli utili; cambiando cultura aziendale. Si dice che bisogna farlo in modo “rapido” e “radicale”.

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Rcs, presentato il piano industriale: ristrutturazione e sviluppo digitale

Rcs Mediagroup ha presentato il piano triennale per il rilancio della casa editrice. Al primo posto lo sviluppo digitale, la valorizzazione delle riviste forti (power brand), la chiusura o vendita delle testate che non sono leader, i contenuti editoriali digitali di alta qualità, un’organizzazione delle redazioni innovativa, flessibile, più produttiva.

Non è facile spiegare cos’è il piano triennale di una società. In sostanza, Rcs Mediagroup, il secondo editore italiano nell’area delle riviste (ma il primo se si considera il quotidiano di cui è proprietario: il Corriere della Sera), prova a disegnare un futuro di sviluppo, con riorganizzazione e investimenti, per reagire al declino che ha investito da quasi dieci anni la carta stampata.
Il piano mette al primo posto il digitale. Significa che, oltre alla difesa dei giornali di carta (e dei libri), Rcs concentrerà gli investimenti soprattutto sui contenuti e i servizi da consumare e fruire su computer, tablet, cellulari intelligenti (gli smartphone), e gli ebook. La società punta a ottenere dalle attività digitali il 25 % del fatturato nel 2015, contro il 14% attuale. Per arrivarci, pensa di investire circa 300 milioni di euro. Da spendere anche in acquisizioni, l’acquisto di società o attività nel settore.
Importantissima la pubblicità. Si prevede di avere una crescita nella raccolta digitale del 18% in tre anni, contro una media attesa per gli editori (il mercato) dell’11%.
Naturalmente questo blog è concentrato sulle riviste, i periodici, in cui Rcs (“la Rizzoli“), è una presenza importante in Italia, sia per la storia del Gruppo sia per i risultati attuali.
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The Guardian taglia costi, giornalisti e spera nel tablet

The Guardian, quotiano britannico di grande successo sul web ma contrario finora alla politica dei contenuti a pagamento, affronta con taglio dei costi e di 68 giornalisti il problema ormai cronico delle perdite in bilancio. La speranza? Il boom dei tablet nel 2013.

Le perdite di Guardian ammontavano qualche tempo fa a 44,2 milioni di sterline, con la revisione dei costi si pensa di recuperare almeno 7 milioni. Al tempo stesso è necessario investire, dicono gli analisti sentiti in questo articolo pubblicato dallo stesso The Guardian.

In Gran Bretagna si prevede un calo nel mercato dei magazine del 7% e non c’è crescita dal 2005. In dieci anni i top 100 tra i periodici inglesi sono crollati nelle diffusioni del 31%, da 31 milioni di copie a 21 milioni. Anche i magazine devono sviluppare il digitale, al pari dei quotidiani.

Come? I tablet possono essere la chiave, ma bisogna capire come far soldi con questi device mobili. Così dicono gli analisti ed esperti di media sentiti nell’articolo riportato qui sotto in link. Buona lettura.

The Guardian: tagli ai costi e speranze nel tablet

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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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