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Francia, l’Editore di “Elle” Vende 10 Giornali – Lagardère ristruttura

Ancora crisi dei periodici, testate che chiudono, ancora riduzione dei posti di lavoro. Succede in Francia, dove il gruppo Lagardère, gigante dei media, che pubblica Elle, ristruttura la divisione periodici. Saranno cedute 10 testate tra cui Psychologies

VISIONE COMUNE Ricordate cosa diceva l’altro ieri l’ingegner Carlo de Benedetti a proposito della decisione del New York Times di chiudere The International Herald Tribune dopo 126 anni di storia? Diceva che gli editori devono concentrarsi su poche testate, investire su queste e rinunciare a prodotti secondari che rischiano di far ombra a quelle che hanno un potenziale di sviluppo nell’era digitale.

Proprio quello che è stato annunciato oggi dal gruppo francese Lagardère, gigante dei media, che fa un quinto del fatturato con i periodici.

I TAGLI Una prima sforbiciata, grande, era arrivata nel 2011, quando il gruppo ha ceduto le attività internazionali, dagli Stati Uniti all’Italia, per 900 milioni di dollari al gruppo americano Hearst. Nel nostro Paese, come conseguenza, Hachette-Rusconi è diventato Hearst Magazines (pubblica Cosmopolitan, Elle, Marie Claire…).

Ora il secondo colpo. Saranno vendute 10 testate su 39. Parte una ristrutturazione dell’intera area. 350 posti sono a rischio.

CRISI DELLA STAMPA Lagardère Active, questo il nome della divisione periodici, ha preso questa strada per almeno 2 ragioni. La prima è la crisi: una forte contrazione delle copie e degli abbonamenti venduti, una riduzione della pubblicità (del 7% quest’anno), anche per la concorrenza di Internet.

POWER BRAND La seconda ragione dell’operazione sta nelle prospettive di rilancio. Il mercato è cambiato, un editore non può più portare avanti un portafoglio di riviste ricco, che copra ogni segmento, dal bambino alla terza età, dalla caccia al cucito, alle notizie d’attualità, ma deve concentrarsi su alcune attività. Quali? La spiegazione del capo di Lagardère Active, Denis Olivennes, è la seguente:

«My strategy is to focus our investments on around 10 titles which are leaders in their segment and where there is a strong potential to develop them online».

«Unfortunately, this means we have to dispose of around 10 others».

«La mia strategia è di focalizzare gli investimenti su circa 10 titoli che sono leader nel loro segmento e dove c’è un potenziale di crescita online. Purtroppo questo significa rinunciare a circa 10 giornali».

GIÀ SENTITO Forse conviene rileggersi la serie di post iniziati con questo e proseguiti con questo (e altri 3): un rapporto della società di consulenza Boston Consulting, uscito un anno fa, su come ristrutturare e riorganizzare il mondo di giornali e periodici. È tutto qui.

Reuters: Lagardère cede 10 testate (su 39).

 

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Cosa sta succedendo alle concessionarie della pubblicità

Publikompass, Mondadori, Prs, Visibilia… Il mondo della pubblicità legato ai giornali sta cambiando. Perché i ricavi nella carta stampata sono collassati e il passaggio al digitale è pieno di incognite

CAMBIANO TUTTI Molti si chiedono cosa sta succedendo alle concessionarie di pubblicità, ovvero a quella parte delle case editrici di giornali, o società collegate, che raccolgono la pubblicità per le pagine di quotidiani e periodici.

Se lo chiedono a una settimana dalla notizia che Publikompass, una delle maggiori concessionarie italiane, si preparerebbe a lasciare a casa un’ottantina di dipendenti. Se lo chiedono all’indomani della indiscrezione secondo cui la concessionaria di un grande editore di periodici, Mondadori, dovrebbe presto essere accorpata a Publitalia di Mediaset (notizia che ha preso consistenza il 14 ottobre).

Ma movimenti nel mondo della pubblicità hanno riguardato Prs e Visibilia, entrambe in corsa, fino allo scorso giugno, per i periodici ceduti da Rcs Mediagroup.

Che cosa sta accadendo?

UN GRAFICO PER CAPIRE Mi è tornato in mente uno studio sui quotidiani italiani condotto da un’importante società di consulenza, Bain & Company, uscito nel 2012, nel quale erano ipotizzati alcuni cambiamenti che, in parte, sono avvenuti o stanno riguardando i giornali. Struttura delle case editrici, lavoro nelle redazioni, filiera della distribuzione, edicole incluse. Trovate qui un estratto. Ricordo di aver trovato questo studio nel blog il giornalaio (giornalaio.wordpress.it), sempre ricco di notizie preziose.

Nella parte dello studio dedicata alle concessionarie di pubblicità compariva questo grafico, già pubblicato in questo blog: contiene domande sul futuro della pubblicità e suggerisce ipotesi di accorpamento. Quel che sta accadendo in queste settimane a 360 gradi.

I MOTIVI Le ragioni del cambiamento, per quel che può capire un “profano”, sono: il crollo dei ricavi pubblicitari, la prospettiva di minori ricavi futuri dal mondo del digitale, il ridimensionamento del mondo dei giornali.

Futuro dei Periodici

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La crisi della pubblicità: Publikompass, Prs, Visibilia e Guido Veneziani

Concessionarie di pubblicità che comprano giornali, altre che licenziano e si ridimensionano. Queste società che sono delle protagoniste dell’editoria stanno seguendo la strada dei giornali: acquisizioni, ristrutturazioni, ripensamento del business.

(Aggiornamento: sono usciti i dati sulla racconta pubblicitaria nei giornali nei primi 8 mesi del 2013. I quotidiani fanno, a fatturato, -22,4%, i periodici -25,3).

Vi siete chiesti perché una concessionaria di pubblicità compra le riviste di RCS? Perché Visibilia di Daniela Santanchè fa offerte per lo stesso pacchetto di giornali e poi si consola provando a comprare i giornali di Guido Veneziani e una rivista specializzata chiusa da Mondadori? E perché Publikompass, leader in Italia su carta e web, annuncia la chiusura di sedi e la mobilità di oltre 80 agenti?

Domande che si fanno i giornalisti. Si accorgono che la tempesta dell’editoria ha investito non solo le loro testate, comportando dal 2008 a oggi centinaia di pensionamenti e licenziamenti, ma anche il mondo contiguo della pubblicità. Per questo me ne occupo.

Leggendo in giro, e parlandone con un lettore di questo blog che conosce bene questo mondo (grazie del confronto!), mi sono fatto queste idee, tutte suscettibili di aggiustamenti.

1) La pubblicità, come sappiamo, è in crisi tanto quanto se non più dei giornali. Il calo degli investimenti è stato, dal 2008 a tutto il 2012, solo nei periodici, pari a quasi 500 milioni di euro. Nel 2008 gli investimenti di pubblicità nei magazine erano 1.149 milioni, nel 2012 sono stati 650 milioni, nel 2017 si prevede possano essere 524 milioni di euro.
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Columbia/ Come gli editori dovrebbero ristrutturare i giornali

Ne parla uno studio della School of Journalism della Columbia University. Dice: ristrutturare le redazioni è una mossa obbligata. La produzione giornalistica deve diventare meno costosa. E i tagli devono essere accompagnati da una revisione dei modelli organizzativi e dei processi. La parola d’ordine è “fare di più con meno”. Ma perché questo avvenga le ristrutturazioni dovrebbero essere “strategiche”. Ridurre tutto a tagli e risparmi significa, altrimenti, “fare meno con meno”.

Leggendo le notizie sulla crisi degli editori italiani di periodici, zeppe di chiusure di testate, vendite di riviste, tagli alle redazioni, esuberi, riorganizzazioni, ristrutturazioni, mi è tornato in mente uno studio della School of Journalism della prestigiosa Columbia University di New York, uscito qualche mese fa, di cui questo blog si era occupato in occasione della pubblicazione.Titolo: Post-Industrial Journalism – Adapting to the Present.

Me lo sono riguardato (lo trovate in link alla fine del post).

Come prevedibile ho trovato indicazioni e parole che oggi, alla luce di quel che è accaduto nel frattempo in Italia, acquistano un significato maggiore. Il classico esempio di maturazione del lettore.

M’interessa soprattutto un paragrafo nell’introduzione intitolato: Restructuring Is a Forced Move (ristrutturare è una mossa obbligata).

I cambiamenti negativi che hanno investito i print media (la carta stampata) portano, per gli autori dello studio, a due conclusioni: la produzione di news deve diventare meno costosa e la riduzione dei costi deve essere accompagnata da una ristrutturazione dei modelli organizzativi e dei processi.

C’è una parola che è come uno squillo di campanella: sveglia! È là dove si dice che la riduzione dei costi dovrebbe essere strategica.

Vuol dire che i risparmi e i sacrifici (eufemismo: posti di lavoro persi) almeno centretanno l’obiettivo di rimettere in carreggiata gli editori in difficoltà solo se il ridimensionamento sarà accompagnato da un’efficace ridefinizione del lavoro nei giornali. Altrimenti, appunto, non si farà di più con meno ma: meno con meno.

Riporto alcuni passaggi.

We do not believe the continued erosion of traditional ad revenue will be made up on other platforms over the next three to five years. For the vast majority of news organizations, the next phase of their existence will resemble the last one–cost reduction as a forced move, albeit in a less urgent (and, we hope, more strategic) way, one that takes into account new news techniques and organizational models.

(Traduzione libera e selettiva) Per i prossimi 3, 5 anni i media digitali non compenseranno le perdite della stampa. Bisogna pertanto prepararsi ad altre ristrutturazioni. Ma che almeno siano strategiche.

Post-industrial journalism assumes that the existing institutions are going to lose revenue and market share, and that if they hope to retain or even increase their relevance, they will have to take advantage of new working methods and processes afforded by digital media.

Calano i ricavi e gli editori dovranno compensare la situazione adottando nuovi metodi di lavoro e rivedendo i processi (con le modalità rese possibili dai media digitali).

This restructuring will mean rethinking every organizational aspect of news production–increased openness to partnerships; increased reliance on publicly available data; increased use of individuals, crowds and machines to produce raw material; even increased reliance on machines to produce some of the output.

These kinds of changes will be wrenching, as they will affect both the daily routine and self-conception of everyone involved in creating and distributing news. But without them, the reduction in the money available for the production of journalism will mean that the future holds nothing but doing less with less. No solution to the present crisis will preserve the old models.

Saranno cambiamenti che incidono pesantemente sulla quotidianità di chi lavora e l’identità professionale; ma senza di essi la mancanza di risorse economiche si risolverà inevitabilmente nel far meno con meno. Nessuna soluzione per questa crisi potrà conservare i vecchi modelli.

Il Punto: le ristrutturazioni, se dobbiamo subirle, siano almeno utili a ridare una prospettiva ai giornali e a chi ci lavora.

Columbia School of Journalism: post-industrial journalism – Adapting to the present

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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Piani di crisi, editori, giornali e l’entusiasmo degli italiani per i tablet

Piani di crisi, riorganizzazione delle redazioni, cessioni e chiusure di testate, esuberi tra i giornalisti, licenziamenti. Ma cosa c’è davvero nella testa degli editori di periodici (e di quotidiani) che negli ultimi mesi, uno dopo l’altro, hanno avviato pesanti ristrutturazioni? (Prima parte).

Che cosa abbiano in mente lo spiegano le società di consulenza che hanno seguito, senza gridarlo in piazza, i progetti di riorganizzazione e le strategie per il futuro. Che i piani possano funzionare, lo vedremo. Che siano accettabili, lo dicano altri.

Riporto con una serie di post i contenuti di uno studio presentato alcuni mesi fa da una multinazionale di ricerca e, appunto, di consulenza: Boston Consulting Group.

La prima cosa che mi ha colpito è un passaggio sullo sviluppo digitale (un passo che tutti gli editori dovranno compiere). Si tratta di questo: l’entusiasmo del pubblico per i tablet.

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Le vere tendenze del giornalismo 2013

Leggo nel sito di Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e insostituibile, infaticabile macinatore di notizie sul nostro mondo, un articolo de Il Post sulle tendenze del giornalismo del 2013, nel quale vengono riproposti i contenuti di un pezzo di Pandodaily, a firma Hamish McKenzie, sulle tendenze del giornalismo nel 2013. E ci sta che Futuro dei Periodici esca con un pezzo sulle tendenze del giornalismo nel 2013. Gioco di specchi del mondo digitale.

Ma…

Non credo che le tendenze indicate dal Post siano qualcosa di più che novità stuzzicanti del giornalismo digitale americano. Per carità, spaccio anch’io di questa merce. Ma bisogna fare attenzione a non confondere le tendenze del giornalismo in campo espressivo, i nuovi strumenti, le potenzialità con…

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Licenziamenti a Time e People

Licenziamenti di giornalisti nei periodici americani, dove è arrivata una nuova ondata di ristrutturazioni. Ma ci sono dentro anche i quotidiani, con in prima fila il New York Times. Sono interventi che coincidono con la seconda stagione di piani di crisi in altri Paesi, tra cui l’Italia.
A Time Inc., dove da mesi si attendevano brutte notizie, i licenziamenti riguarderanno 480 dipendenti, pari al 6% degli assunti, sia a New York sia nella struttura internazionale (Adweek ricorda nell’articolo riportato alla fine di questo post che i dipendenti totali sono 8 mila), e i tagli si dovrebbero inserire in un quadro che prevede una evoluzione della società da un modello centrato sulla stampa a uno orientato in modo deciso verso il digitale.
«We continue to transform our company into one that is leaner, more nimble and more innately multiplatform» ha detto il Ceo Laura Lang.
Per ora sono stati anticipati tagli a People e Time. L’editor di People ha annunciato che sta cercando nove volontari che siano disposti a lasciare il giornale con una buonuscita. Si tratta di tre scriventi e di sei reporter. A Time invece è prevista l’uscita di un ricercatore, uno scrivente e tre copy editor. Se non dovesse farsi avanti nessuno, Time Inc. seguirà le procedure per il licenziamento concordate con il sindacato, la Guild dei giornalisti.
L’editore, che nel 2008 e 2009 aveva ridotto pesantemente il numero di giornalisti, ha di recente comunicato che nel terzo trimestre del 2012 i ricavi sono diminuiti del 6%, come risultato di una flessione del 6% negli abbonamenti e del 5% nella raccolta pubblicitaria.
Anche il New York Times, si è letto in questi giorni (Franco Abruzzo ricorda  che nel 2008 vi fu un esodo di circa 100 penne), vuole sfoltire la redazione di 30 giornalisti. Reuters invece lascia a casa 3 mila dipendenti su 50 mila. Meredith, di cui questo blog si è occupato di recente per almeno due volte, ha tagliato del 2 per cento la forza-lavoro.

Adweek: esuberi a Time Inc.

New York Times: licenziamenti a Time Inc.

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New York Times, Washington Post e il dilemma dei siti giornalistici a pagamento

Ieri sul New York Times è stata sviluppata una riflessione sui siti a pagamento dei quotidiani che prende spunto dalla notizia che il Washington Post presto adotterà questo sistema, chiamato paywall. Lo hanno fatto, con formule diverse, quotidiani famosi come Wall Street Journal e il Times stesso. Ma al Washington Post, un giornale che vende copie in edicola solo a Washington e dintorni ma ha un appeal internazionale, sembravano contrari. Invece arriva il dietrofront.

Ne parlo in questo blog sui periodici perché ci sono dati sulla pubblicità che indirettamente riguardano anche settimanali e mensili (anzi, molto direttamente ci riguardano).

Il Times osserva che la scelta del Washington Post è stata obbligata ma non promette alcun risultato, solo il tempo dirà se c’è ancora uno spazio sul mercato per questa come per altre testate.

Come tutti i quotidiani (e i magazine) il Washington Post sta affrontando ristrutturazioni e tagli di costi per far fronte al calo inarrestabile e inesorabile della pubblicità su carta stampata (e delle diffusioni in edicola). Diventa quindi obbligatorio trovare nuove fonti di ricavo. La pubblicità sul digitale sembra non crescere per i siti d’informazione e dunque è necessario introdurre il paywall, l’accesso a pagamento: si paga per leggere il sito (in realtà il Washington Post permetterà di vedere la home page gratuitamente, poi scatta il blocco). Ma riporto l’infografica citata dal New York Times sull’andamento della raccolta pubblicitaria nei quotidiani, nei siti dei quotidiani e nel digitale nel suo complesso. E’ una tabella di Alan D. Mutter.

Pubblicità su internet e quotidiani

Pubblicità su internet e quotidiani

Visto? Va a picco la pubblicità sui quotidiani. Non cresce la pubblicità sui siti dei quotidiani. Cresce la raccolta nelle altre aree, non giornalistiche, del digitale. A un quotidiano non rimane che mettere un paywall.

Ma l’articolo del New York Times ha un interesse per i periodici perché enuncia un dilemma.

«So, as newspapers all hold hands and begin to erect gated communities, will there be a new stability? Hardly.

What is under way is a reset. The trend in ad revenue in the newspaper industry is breathtaking — see a very scary chart here from Alan D. Mutter — and inexorable. The now hoary question of what part of the crater is cyclical, meaning temporary, and what part is secular, meaning a permanent disruption, has been settled. The advertising business is not coming back and there is every reason to believe that in the years ahead the shrinking will continue apace».

La domanda è se il calo della pubblicità sia ciclico, dunque reversibile e temporaneo, o se invece sia totalmente o in parte (e in quanta parte) irreversibile. Dunque dirompente. La pubblicità non tornerà sui giornali e c’è ogni ragione per credere che negli anni a venire la contrazione continuerà.

I quotidiani mettono il paywall, l’accesso a pagamento al sito. Ma quale lettore pagherà mai per entrare nel sito di un periodico? La soluzione sta forse nelle app, nei contenuti a pagamento scaricabili su tablet e smartphone? Questa è la mia impressione, riportata in precedenti post.

Buona lettura.

M’interessa perché: 1) spiega le difficoltà economiche dei giornali e la necessità di vendere i contenuti per tenere in piedi le testate; 2) fa riflettere sulle differenze tra quotidiani e periodici; 3) ma il problema è enorme: quante testate chiuderanno perché non c’è più carburante (pubblicità e copie vendute) per tutte?

New York Times: il dilemma del paywall

New York Times

New York Times

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Che tempo che fa/ Gruppo l’Espresso -19% di pubblicità

Per capire l’aria che tira nei giornali italiani, e nei periodici, basta leggere questi lanci usciti ieri.

Partecipando al convegno «Europa: il nostro futuro», l’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Cir, ha detto che la raccoltà pubblicitaria della sua “azienda”, l’Espresso, segna in novembre un -19%, dato che, sommato ai mesi precedenti, porta il calo pubblicitario complessivo nel 2012 a -15%.

Ha aggiunto di prevedere, per i prossimi mesi, ristrutturazioni nei principali gruppi editoriali italiani ed europei. Stanno per arrivare, conclude De Benedetti: «Tagli, tagli e tagli».

Tanto per dire che la crisi durerà ancora. Ecco l’aria che tira. Nell’editoria.

radiocor: gruppo espresso perde in novembre 19% di pubblicità

radiocor: tagli, tagli, tagli prevede De Benedetti

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