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24 Siti Che Cambiano il Giornalismo (Cronologia Interattiva)

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Il programma è della fondazione Knightlab.

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

 

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Future e la Strategia della Prova ed Errore (Fast-Fail)

Fast-fail: sperimentare rapidamente e, se non funziona, chiudere. È l’approccio dell’editore britannico Future. Che porta avanti con successo il passaggio al digitale

Il gruppo editoriale britannico di periodici Future ha annunciato di avere superato il punto di svolta (“Inflection Point”: per un editore, è il momento in cui il digitale prende il sopravvento sulla carta): più di metà dei ricavi pubblicitari della società provengono dal digitale. La crescita delle nuove fonti di fatturato ha superato, nella prima metà dell’anno, le perdite nella carta. I ricavi sono saliti del 3%, a 106 milioni di sterline. In crescita il margine di guadagno.
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L’Editore da 500 Milioni di Utenti Unici

Il giornalismo del futuro appartiene a mass media digitali? Grandi editori nati nel web, capaci di raccogliere sotto un unico ombrello centinaia di siti e blog. Con l’obiettivo di 500 milioni di utenti unici. E una sola piattaforma, una sola tecnologia, una sola, grande vetrina pubblicitaria. L’utopia di un Internet libero sbiadisce un po’ di più

DIGITAL COMPANY CRESCONO Proprio mentre in Italia fa notizia l’intervista dell’Espresso a Wolfgang Blau (del Guardian) sul futuro del web dominato da grandi media company come The Guardian, The New York Times, BBC, negli Usa si discute di uno scenario simile. Però con protagonisti diversi. Non gli editori tradizionali, ma compagnie digitali che possono controllare l’informazione e la pubblicità su Internet.

Lo spunto: una grande società di siti web, Vox Media, con centinaia di titoli e giornalisti, sarebbe sul punto di comprare un’altra media company digitale, proprietaria di molti siti e blog, Curbed Network. Per un prezzo, pare, di 25/30 milioni di dollari (viene da sorridere, con “questi” americani, pensando che l’editore tedesco Axel Springer ha pagato nel 2011 oltre 600 milioni di euro per l’acquisto del portale francese di annunci immobiliari SeLoger).

Tanto è bastato per aprire un vivace confronto. Commentatori di primo piano del mondo digitale, come Mathew Ingram (è stato ospite d’onore al Festival internazionale del giornalismo, a Perugia) e voci del New York Times e di Reuters, hanno subito proiettato in avanti le conseguenze di questa acquisizione, immaginandola come il primo esempio di una serie di fusioni che porteranno alla nascita di giganti digitali del giornalismo.

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Time Non È una Rivista: Cos’è un Periodico nel Web

Cos’è il sito di un periodico? E cosa diventa una rivista che abbandona la carta e passa al digitale? A quali condizione può ancora dirsi un magazine? Me lo chiedo il giorno dopo il lancio del nuovo e bel sito dell’Espresso.

LO SPUNTO Due frasi mi hanno colpito in questi giorni.

Il nuovo boss di Time Inc, alla guida del più grande impero editoriale di periodici negli Usa, ha detto: Time non è una rivista (sapete perché?*).

E il Ceo di un prestigioso magazine americano nato come prodotto digitale, Salon, ha ammesso: è stato un errore pensare di essere un magazine online.

LA DOMANDA Che spazio hanno i periodici nel digitale? Difficile dare una risposta dall’Italia, dove i periodici scontano un ritardo nel passaggio all’online.

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Quando gli utenti ne sanno più dei giornalisti, un buon giornalista che cosa dovrebbe fare?

Riprendo dal mio guru, Lewis DVorkin, capo del digitale di Forbes, personaggio vulcanico, provocatorio e perfino discutibile, una lezione sugli strumenti a disposizione  del giornalista nell’era digitale.

DVorkin fa il ritratto di alcuni giornalisti di Forbes, parte di una rete di 1000 contributors, che lavorano sia per il sito web della testata sia per la versione cartacea.

Vengono fuori modi di lavorare diversi, tutti però connessi alla realtà digitale e agli strumenti che questa offre. Perché siamo entrati nell’epoca in cui il lettore ne sa più del giornalista, di qualsiasi cosa esso si stia occupando. Ma, a differenza del passato, questo lettore può raggiungere con grande facilità l’autore degli articoli, dialogare con lui, arricchirne l’esperienza, dare spunti di lavoro e perfino criticare quel che è stato messo nero su bianco.

(Ieri sulla Lettura, inserto del Corriere della Sera, Antonio Polito ha fatto dell’ironia sui giornalisti italiani che usano Twitter come una vetrina e non come uno strumenti di scambio con il lettore, subito pronti a ritirarsi se arriva qualche critica – chiaro il riferimento a Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, che ha da poco lasciato Twitter, appunto, perché preso di mira da alcuni follower. Sinceramente dubito che i giornalisti italiani famosi usino i social network per fare il loro mestiere. I giornalisti italiani famosi sono opinionisti, direttori, mezzibusti. Non redattori, corrispondenti, reporter, inviati. A loro serve una vetrina, non uno strumento d’indagine. E chi cerca la vetrina non accetta critiche).

Torniamo ai “ragazzi” di DVorkin, eccone tre.

George Anders, giornalista con 30 anni di esperienza alle spalle, ritiene che il toolkit digitale disponibile oggi, gli strumenti del mestiere, sarebbero stati una manna 20 anni fa. Siti web specializzati su cui trovare materiale, Skype per fare interviste in ogni parte del mondo a poco prezzo, Youtube con la sua raccolta di interviste di personaggi importanti, file wav delle proprie interviste che, negli Stati Uniti, possono essere trascritti da società specializzate per pochi dollari.

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Write, read, inspire, connect – Gli imperativi del giornalista digitale

Come li traduciamo questi verbi? Scrivi, leggi, stimola, stabilisci una relazione? L’imperativo è rivolto ai giornalisti del digitale, e a quelli dei giornali di carta che, come me, vogliono impadronirsi degli strumenti digitali per creare una relazione moderna con i lettori (utenti/consumatori).

Riprendo allora un passaggio di un’intervista a Troy Young, il direttore digital di Hearst Usa, il primo, nominato la scorsa settimana. C’è la frase con write, read, inspire, connect. Le parole chiave per fare i giornalisti, oggi.

Ma va letta anche la parte sul modo in cui si deve misurare il successo dei contenuti digitali. Nella carta stampata si contano le copie vendute. Nel web, fino a oggi, gli utenti unici. Un sistema superato, dice Troy Young.

Concetto analizzato ieri in un post de ilgiornalaio di Pier Luca Santoro, blog che ha l’inspire nel sangue.

Advertising Age: You mentioned that part of your job is changing the way Hearst builds relationships with consumers online. In that case, what does your hiring mean for readers?

Mr. Young: We’ll be very analytical about what they’re reacting to and what’s engaging them. Like everyone else in the industry, we’ll be looking for new measurements of engagement that go beyond uniques and pageviews. If you’re looking for a measurement of relationship quality, a unique and a pageview doesn’t describe that quality of the reader. That will be a big focus: recalibrating what success means.

Ad Age: Lei ha detto che parte del suo lavoro sarà cambiare il modo in cui Hearst costruisce la relazione con i consumatori online. Quali saranno le novità?

Mr.Young: Misureremo con precisione quel che coinvolge i lettori e li spinge a interagire. Come chiunque nell’industria, cercheremo nuovi modi di misurare il coinvolgimento che vadano oltre gli unique visitor e le pageview. Se cerchi un metro della qualità della relazione, gli unique e le pageview non descrivono il valore di un certo lettore. Questo sarà uno degli impegni principali: ridefinire cosa significa aver successo.

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I giornalisti digitali pagati a performance online

Giornalisti digitali pagati sulla base delle performance online.

Questo tema è nell’aria.

Su Digiday.com, media company newyorkese (contenuti, marketing, pubblicità, consulenze), vengono riportati esempi di prassi adottate da brand e siti web americani grandi e piccoli. Il più noto è Forbes. Nei casi citati la paga fissa del giornalista è solo una parte della retribuzione, cui si aggiungono bonus legati alle performance online.

Performance misurate in questo modo: quante volte l’articolo viene visto, quanti nuovi utenti si conquistano in una settimana, il numero di follower su Twitter…

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Quanto è pagata la pubblicità su periodici, versioni per tablet, siti web

Dopo la raggelante notizia sul crollo della raccolta pubblicitaria dei periodici italiani nel mese di gennaio 2013 (-25%), arriva la beffa dagli Stati Uniti: nei magazine la discesa della raccolta pubblicitaria nel 2012 è stata del 2%. In realtà i magazine consumer, quelli venduti in edicola, hanno registrato una flessione del 3%, come i quotidiani e come, a sorpresa, l’online. Mentre la tv sale dell’8%, la radio del 3%. Complessivamente la raccolta pubblicitaria vale negli Usa 140 miliardi di dollari.

Qui sotto la tabella illustra un nuovo problema che angustia gli editori di periodici. Come si sente spesso ripetere, l’editoria spera che in un futuro non troppo lontano i periodici possano migrare dalle edicole ai tablet, garantendo la sopravvivenza dei titoli più forti e innovativi. Negli Usa sono stati venduti finora oltre 64 milioni di tablet. Ma le copie digitali di periodici acquistate sono al momento meno di 8 milioni al mese. Ritardo.

Nel mobile le tariffe sono molto basse. E i pubblicitari, quando si fa loro notare che dovrebbero pagare di più, magari quanto sui periodici di carta, rispondono che non ci sono metriche, misurazioni certe, capaci di dimostrare l’efficacia della pubblicità su tablet.

Allargando il discorso, si osserva, ma non è una novità, che la transizione dei contenuti giornalistici dalla carta al digitale è accompagnata dal crollo della raccolta pubblicitaria. Un istruttivo articolo fa vedere quanto costa ancora oggi far pubblicità sulle pagine di Elle, e crea un confronto con i siti web.

Nell’edizione americana della rivista
una pagina viene pagata 155 mila dollari. Poiché ogni numero viene letto da 1,1 milioni di lettori, si può stabilire che gli inserzionisti pagano 141 dollari ogni mille lettori. Ebbene, nei siti web si pagano pochi dollari (meno di dieci) ogni mille lettori.

(La tabella mette a confronto le tariffe ogni mille lettori/impression nei vari media).

tariffe ad mobile

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Quanto guadagnano i periodici con gli smartphone

Gli editori iniziano a fare qualche soldo con i contenuti per gli smartphone, ma devono ancora imparare e sperimentare. Lo racconta Minonline, citando il rapporto annuale di un importante provider americano.

I dati, relativi al mese di settembre, riguardano la capacità degli editori di incrementare i ricavi con le edizioni digitali, le app per i periodici, i siti web.

Ecco la tabella che accompagna l’articolo.

  • 88% degli editori vende pubblicità sulle proprie piattaforme digitali
  • 77% genera ricavi pubblicitari ma molti sottoutilizzano gli strumenti per incrementarli ancor di più
  • Gli editori sentiti nel sondaggio riconoscono l’importanza dei dati degli utenti ma il 75% non li usa correttamente
  • 3 editori su 5 registrano una crescita delle diffusioni e nella raccolta pubblicitaria
  • 38% pianifica di ridisegnare i siti o di intervenire sul software di gestione dei contenuti (CMS) per incrementare i ricavi
  • I grandi investitori pubblicitari vorrebbero essere presenti sulle varie piattaforme tuttavia i budget attuali sono ancora focalizzati sulla stampa (la carta),

Godengo+Texterity, il provider che ha condotto la ricerca (certificata da BPA audit) ha constatato che, per quanto le principali testate monitorate siano già attive su più piattaforme, il canale che ha la crescita più rilevante è il mobile. Gli editori, dal canto loro, stanno ancora lavorando per trovare un equilibrio tra contenuti gratuiti (free, liberi) e contenuti premium, a pagamento. E nella speranza di capire qual è il giusto rapporto tra le varie piattaforme.

Chi lo dice: «Min is the industry’s trusted source on the consumer and b2b magazine business, reaching thousands of media executives through print, online and in-person events. For more than 60 years, Min has been serving the magazine and media community».

M’interessa perché: 1) gli smartphone sono un’area di sviluppo per i contenuti digitali dei periodici (in Italia, un anno fa, si erano già venduti 20 milioni di smartphone).

Il punto: cosa possono dare i periodici sulle piattaforme digitali.

Minonline: come guadagnare dalle edizioni digitali

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