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Giornalismo À La Carte – Periodici e Paywall

I siti dei periodici, a differenza dei quotidiani, non sono a pagamento (con eccezioni). Eppure la carta non basta. Si cercano modi alternativi per ricavare denaro nel digitale. Con singoli articoli in vendita, pezzi di copertina dati gratis in cambio di video pubblicitari da guardare, edizioni speciali. Perché i magazine non possono vivere solo di copie per tablet. Anche il web vuole la sua parte (smiley).

SE NASCE THE INTERNATIONAL NEW YORK TIMES Si torna a parlare con eccitazione dei siti giornalistici a pagamento. A smuovere le acque la notizia che il New York Times ha grandi progetti nel digitale. Ieri i vertici del quotidiano più famoso del pianeta hanno annunciato la chiusura della testata gemella, e di proprietà, The International Herald Tribune, fondata nel 1887 come giornale americano che parla al mondo intero. Sacrificata perché rischiava di fare ombra alla espansione globale della testata principale, quel NYT nato come giornale di New York City, diventato da non molto quotidiano nazionale. E ora lanciato nella dimensione internazionale e digitale con il nome di: The International New York Times (sulla logica del power brand, leggete qui). Attraverso la versione per tablet e un sito dove si possono leggere gratis solo un certo numero di articoli. Poi si paga.

PERIODICI SENZA PAYWALL Ma nei periodici c’è poco da far pagare. C’è poco da erigere paywall. Settimanali e mensili non hanno, per definizione, breaking news da vendere (sempre che non si tratti di testate specializzate come l’Economist). La specializzazione è riservata ad alcuni magazine, gli altri sono generalisti.

Come si possono aumentare i ricavi, visto che le edizioni per tablet e mobile faticano, per il momento, a decollare?

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Periodici/ The Atlantic torna al paywall, il sito a pagamento

The Atlantic, mensile americano con 155 anni di storia che è stato rifondato mettendo il digitale al primo posto, potrebbe chiedere ai proprio lettori di pagare per accedere ai contenuti on line. Sarebbe un rovesciamento di quella linea, adottata nel 2008, che ha permesso alla testata di fare per la prima volta utili nel 2010.

La notizia, che riprendo da Forbes (il link all’articolo in inglese è alla fine di questo post), è interessante non tanto per il giro d’affari di The Atlantic, che nel 2010 portò a casa un utile di appena un milione 800 mila dollari, ma per gli spunti di riflessione sul modo in cui carta e digitale pesano negli equilibri di una casa editrice di periodici e su come affrontare la spinosa questione dei contenuti giornalistici a pagamento nei magazine.

PERIODICI E DIGITALE. I siti di magazine e quotidiani hanno infatti caratteristiche molto diverse e quindi richiedono soluzioni ad hoc. Finora aveva senso parlare di sito a pagamento soprattutto per i quotidiani (e anche su questo ci sono scuole di pensiero contrapposte). Ha molto meno senso, si pensava, ha un paywall per i magazine. Ma le cose sembrano cambiate sulla scia della chiusura di Newsweek e delle trasformazioni del mercato, arrivo dei tablet incluso.

The Atlantic è un giornale che mi incuriosice, già il nome è altamente evocativo, e infatti questo blog ne ha raccontato la storia un paio di mesi fa. La casa editrice che pubblica questo periodico vecchio di 155 anni ha diffuso l’altro giorno dati sull’andamento delle attività digitali. Ricordo che fino al 2008 il magazine, che si occupa di politica, esteri, economia, cultura, aveva un sito a pagamento. Aver abbattuto il paywall e puntato sul digitale ha permesso di far tornare in attivo la testata.

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New York Times, Washington Post e il dilemma dei siti giornalistici a pagamento

Ieri sul New York Times è stata sviluppata una riflessione sui siti a pagamento dei quotidiani che prende spunto dalla notizia che il Washington Post presto adotterà questo sistema, chiamato paywall. Lo hanno fatto, con formule diverse, quotidiani famosi come Wall Street Journal e il Times stesso. Ma al Washington Post, un giornale che vende copie in edicola solo a Washington e dintorni ma ha un appeal internazionale, sembravano contrari. Invece arriva il dietrofront.

Ne parlo in questo blog sui periodici perché ci sono dati sulla pubblicità che indirettamente riguardano anche settimanali e mensili (anzi, molto direttamente ci riguardano).

Il Times osserva che la scelta del Washington Post è stata obbligata ma non promette alcun risultato, solo il tempo dirà se c’è ancora uno spazio sul mercato per questa come per altre testate.

Come tutti i quotidiani (e i magazine) il Washington Post sta affrontando ristrutturazioni e tagli di costi per far fronte al calo inarrestabile e inesorabile della pubblicità su carta stampata (e delle diffusioni in edicola). Diventa quindi obbligatorio trovare nuove fonti di ricavo. La pubblicità sul digitale sembra non crescere per i siti d’informazione e dunque è necessario introdurre il paywall, l’accesso a pagamento: si paga per leggere il sito (in realtà il Washington Post permetterà di vedere la home page gratuitamente, poi scatta il blocco). Ma riporto l’infografica citata dal New York Times sull’andamento della raccolta pubblicitaria nei quotidiani, nei siti dei quotidiani e nel digitale nel suo complesso. E’ una tabella di Alan D. Mutter.

Pubblicità su internet e quotidiani

Pubblicità su internet e quotidiani

Visto? Va a picco la pubblicità sui quotidiani. Non cresce la pubblicità sui siti dei quotidiani. Cresce la raccolta nelle altre aree, non giornalistiche, del digitale. A un quotidiano non rimane che mettere un paywall.

Ma l’articolo del New York Times ha un interesse per i periodici perché enuncia un dilemma.

«So, as newspapers all hold hands and begin to erect gated communities, will there be a new stability? Hardly.

What is under way is a reset. The trend in ad revenue in the newspaper industry is breathtaking — see a very scary chart here from Alan D. Mutter — and inexorable. The now hoary question of what part of the crater is cyclical, meaning temporary, and what part is secular, meaning a permanent disruption, has been settled. The advertising business is not coming back and there is every reason to believe that in the years ahead the shrinking will continue apace».

La domanda è se il calo della pubblicità sia ciclico, dunque reversibile e temporaneo, o se invece sia totalmente o in parte (e in quanta parte) irreversibile. Dunque dirompente. La pubblicità non tornerà sui giornali e c’è ogni ragione per credere che negli anni a venire la contrazione continuerà.

I quotidiani mettono il paywall, l’accesso a pagamento al sito. Ma quale lettore pagherà mai per entrare nel sito di un periodico? La soluzione sta forse nelle app, nei contenuti a pagamento scaricabili su tablet e smartphone? Questa è la mia impressione, riportata in precedenti post.

Buona lettura.

M’interessa perché: 1) spiega le difficoltà economiche dei giornali e la necessità di vendere i contenuti per tenere in piedi le testate; 2) fa riflettere sulle differenze tra quotidiani e periodici; 3) ma il problema è enorme: quante testate chiuderanno perché non c’è più carburante (pubblicità e copie vendute) per tutte?

New York Times: il dilemma del paywall

New York Times

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