Archivi tag: social media

Quel Vecchio Modo Di Gestire Le Redazioni

Una frase. Sull’organizzazione dei giornali. Sulla gestione delle persone nelle redazioni. Tira fuori qualcosa che abbiamo tutti in testa

Leggevo ieri dei progetti di Pier Luca Santoro, l’autore del blog Il Giornalaio, esperto di media, che insieme ad altri professionisti della comunicazione si appresta a lanciare DataMediaHub, sito che si dà il compito di raccogliere e analizzare informazioni e dati sul mondo, tra l’altro, di quotidiani, periodici, social media, comunicazione aziendale (il sito sarà attivo nei prossimi giorni).

Santoro, che non è giornalista, racconta di essere stato nominato “temporary manager” de La Stampa con il ruolo di social media editor (ne ha parlato anche il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi). Spiega che il mondo delle redazioni appare bisognoso di aggiornamenti. E aggiunge un’annotazione che qualsiasi giornalista interessato al buon funzionamento dei giornali, al lavoro come piena espressione delle proprie possibilità professionali (e non come status e potere), non può che condividere. Si va al punto.

«Quando circa 7 anni fa ho iniziato a conoscere da vicino il settore editoriale sono rimasto letteralmente esterrefatto nel constatare come sia caratterizzato, in buona parte ancor oggi, da logiche organizzative e gestionali che in altri settori/mercati sono state abbandonate almeno dalla metà degli anni ’90».

In questo periodo si parla molto della parte organizzativa (prendete il caso Wired Italia). Non va dimenticata quella gestionale.

Futuro dei Periodici

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Cosa Perdiamo Se Perdiamo le Copertine delle Riviste

Il potere delle copertine delle riviste, la loro capacità evocativa, il fermo immagine dei momenti importanti. Una presenza che stiamo perdendo. E il diluvio di notizie nel digitale lascia senza orientamento

LA FORZA DELLE COPERTINE È il tema tante volte toccato della “produzione di senso”. Una volta affidata ai mass media. Oggi appannata nella dimensione digitale. Ho letto un post sulla forza delle copertina delle riviste. Lo sappiamo, quando azzeccate, le copertine hanno il potere di rievocare i fatti più di qualsiasi altro media. Anzi, partecipano alla costruzione della memoria. Per questo si dice, con espressione ormai stereotipata, che sono iconiche. Rimangono negli occhi. Anche se trovo patetico il paragone con le copertine dei dischi di vinile. Porta … sfiga. (Soprattutto, è sbagliato).

L’ESSENZIALE Ma il post di cui parlo, dal sapore markettaro, coglie un aspetto che si perde nel diluvio quotidiano di tweet e post: la capacità di andare all’essenziale. Di fissarlo. Siamo persi in un mondo di notizie lillipuziane. La rassegna stampa permanente. E sfugge il senso di quel che avviene.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Se il Giornalista Deve Essere un Brand

Se ne parla sempre più spesso: il giornalista deve diventare un brand. Costruire un’immagine pubblica, prendere posizione, condividere pensieri, conversare con il pubblico in modo trasparente. Non è una possibilità, sta diventando un obbligo. Perché attraverso il contatto diretto con i lettori/utenti passa l’identità del giornale. Va bene così?

TERRA DI CONQUISTA La questione viene posta sempre più spesso: se il giornalista debba essere un brand.

Vuol dire che i social media creano lo spazio per un contatto diretto tra giornalisti e audience.

Lo spazio della trasparenza.

I giornalisti sono interessati ad occuparlo, perché accarezzano il sogno di diventare dei punti di riferimento.

I giornali sono ugualmente interessati, perché attraverso la conversazione dei giornalisti con il pubblico passa la costruzione del brand della testata (o dell’editore).

Il brand, il marchio: noi siamo la rivista e i giornalisti che le celebrity le trattano così (irriverente: pensate a Vanity Fair); noi siamo la rivista e i giornalisti che la politica l’affrontano in questo modo (sfidandola: pensate al Fatto Quotidiano). Io sono il giornalista che di cucina parla così. Io sono il giornale che di moda scrive in questo modo…

PERSONALIZZAZIONE La conversazione, nei social, diventa personale. E questo tono si riversa, in vari modi, sul lavoro giornalistico.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Write, read, inspire, connect – Gli imperativi del giornalista digitale

Come li traduciamo questi verbi? Scrivi, leggi, stimola, stabilisci una relazione? L’imperativo è rivolto ai giornalisti del digitale, e a quelli dei giornali di carta che, come me, vogliono impadronirsi degli strumenti digitali per creare una relazione moderna con i lettori (utenti/consumatori).

Riprendo allora un passaggio di un’intervista a Troy Young, il direttore digital di Hearst Usa, il primo, nominato la scorsa settimana. C’è la frase con write, read, inspire, connect. Le parole chiave per fare i giornalisti, oggi.

Ma va letta anche la parte sul modo in cui si deve misurare il successo dei contenuti digitali. Nella carta stampata si contano le copie vendute. Nel web, fino a oggi, gli utenti unici. Un sistema superato, dice Troy Young.

Concetto analizzato ieri in un post de ilgiornalaio di Pier Luca Santoro, blog che ha l’inspire nel sangue.

Advertising Age: You mentioned that part of your job is changing the way Hearst builds relationships with consumers online. In that case, what does your hiring mean for readers?

Mr. Young: We’ll be very analytical about what they’re reacting to and what’s engaging them. Like everyone else in the industry, we’ll be looking for new measurements of engagement that go beyond uniques and pageviews. If you’re looking for a measurement of relationship quality, a unique and a pageview doesn’t describe that quality of the reader. That will be a big focus: recalibrating what success means.

Ad Age: Lei ha detto che parte del suo lavoro sarà cambiare il modo in cui Hearst costruisce la relazione con i consumatori online. Quali saranno le novità?

Mr.Young: Misureremo con precisione quel che coinvolge i lettori e li spinge a interagire. Come chiunque nell’industria, cercheremo nuovi modi di misurare il coinvolgimento che vadano oltre gli unique visitor e le pageview. Se cerchi un metro della qualità della relazione, gli unique e le pageview non descrivono il valore di un certo lettore. Questo sarà uno degli impegni principali: ridefinire cosa significa aver successo.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Cos’è la qualità nel giornale, cos’è nel digitale – A lezione da Lewis DVorkin di Forbes.com

Continuo a subire la fasciazione professionale di quel Lewis DVorkin che è a capo dei contenuti di Forbes nel giornale di carta e nel digitale. Ripesco quindi alcuni concetti da un suo post.
Le sue parole possono anche non piacere. Nulla fa sprizzar scintille in redazione come parlare dei cambiamenti nel lavoro, nel mestiere, indotti dal web. Anche se sono stati pochi, finora. Ma le parole di DVorkin hanno il merito di far pensare, e questo per me vale più di mille cose. Di sicuro vale più di sentirsi dire quel che piace. Parole da cui traspare, oltre a una straordinaria vocazione per l’autopromozione, una altrettanto straordinaria capacità di lavoro.
Questa volta Mr DVorkin tiene una lezione su cosa sia la qualità. Fa una distinzione: da una parte c’è la qualità nel giornale di carta, dall’altra la qualità nel web. Qui si tratta della qualità attesa dal consumatore e pretesa dal capo.

«(…) we recognize that notions of “quality” for print and digital are somewhat different. In magazines, craftsmanship that produces a high level of “fit and finish” is critical. So is grammar, accuracy and sourcing, particularly given the finality of each issue. The reader expects the brand to provide a rewarding, self-contained and intimate experience that is highly professional and perfectly honed. In the ruckus of the online universe, quality is evolving. Right now, it’s more about timeliness; iterative and updated story-telling; relevance; aggregation; individual voice; and dialogue. Digital news consumers help create their own experience through Search, RSS feeds and increasingly the sharing and recommendation tools of social media. The “link” and commenting provide digital consumers with an easy discovery mechanism to check accuracy».

«… riconosciamo che la nozione di “qualità” per la carta stampata e per il digitale sono in qualche modo diverse. Nei magazine, la maestria che produce qualcosa di straordinariamente curato è determinante. Così sono la grammatica, l’accuratezza, la citazione delle fonti, in rapporto anche agli obiettivi di ciascun numero del giornale. Il lettore ha l’aspettativa di un brand che fornisca contenuti pienamente soddisfacenti, esaustivi, un’esperienza profonda che sia altamente professionale e perfettamente rifinita. Nella confusione dell’universo online, la qualità sta evolvendo. In questo momento, è legata soprattutto al tempismo, alla puntualità, alla frequenza, all’aggiornamento delle storie. Si richiede selezione di quel che è importante, aggregazione di contenuti, una voce distinguibile e individuale, il dialogo. I consumatori di notizie digitali contribuiscono alla creazione della loro esperienza di lettura attraverso la ricerca, i feed RSS e con lo sharing e le raccomandazioni sui social media. Il ricorso ai “link” e il commento di altri lettori permette all’utente di verificare  l’accuratezza di quanto è stato scritto».

Vi consiglio di leggere il lungo articolo da cui questo breve passaggio è tratto. Si dice che ci sono giornalisti che, per le loro particolari qualità e propensioni, è bene utilizzare sul giornale di carta (Forbes, grazie alla crescita del sito, ha aumentato le copie in edicola); altri invece sembrano nati apposta per l’attività nel digitale. Insomma, non ci sono vecchi e giovani ma modi diversi di fare questo mestiere che rimane il più bello del mondo (se non il più antico 🙂 ).

Il Punto: differenze tra vecchio e nuovo mestiere del giornalista.

Forbes: cos’è la qualità.

forbes-cover-7_16-232x300111

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , ,

Giornalista, mettici la faccia!

Un articolo del Nieman Journalism Lab su una trasformazione del giornalismo e dei giornali indotta dai social media e dai mezzi digitali di comunicazione.

I giornali potrebbero trasformarsi, da raccoglitori di pezzi di firme più o meno note, in piattaforme per i talenti del giornalismo. Il digitale mina alle basi i brand e dà più valore all’individualità. E se tra dieci anni tutte le media company (case editrici giornalistiche) diventassero “social media”?

The end of big (media): When news orgs move from brands to platforms for talent

Con questo titolo (La fine dei big media: quando le organizzazioni giornalistiche migrano dal brand alle piattaforme di talenti) ritorna l’idea che i social media costringano la gente a metterci la faccia, anche nel giornalismo professionistico.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Negli Usa taglio netto alla pubblicità nella carta stampata

Dove vanno i soldi per la pubblicità? Secondo l’American Marketing Association and Aquent, la carta stampata subirà il taglio maggiore di investimenti da parte delle aziende nel 2013.

Il 28% per cento degli investitori intervistati per il sondaggio dice di voler ridurre il budget destinato ai periodici, un calo secondo solo a quello dei quotidiani, dove la discesa stimata sarà del 32%. Riduzioni, seppur minori, per la radio e la televisione.

L’articolo di Minonline fa vedere dove gli investimenti in comunicazione saranno indirizzati: il digitale. Questa l’opinione generale.

L’82% prevede di far crescere la propria presenza nel mobile, area molto promettente per i periodici (smartphone, tablet e un pizzico di smart tv, la televisione che si connette a internet), il 76% vuole essere più incisivo nei social media, di conseguenza ha aumentato il budget destinato a operazioni in questo ambito.

M’interessa perché: 1) il calo della pubblicità, un tempo principale voce di ricavo nella stampa, sembra destinato ad aumentare in quotidiani e periodici; 2) resistono alla disfatta o al rallentano solo i marchi forti, i power brand, gli editori che offrono prodotti di alta qualità; 3) nel quadro di incertezza generale, fioccano notizie a volte contraddittorie, sintomo di un mondo (della comunicazione aziendale e giornalistica) che non sa dove andare.

Minonline: le aziende riducono investimenti nella carta stampata

minonline

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Lo studente che non vuole più sprecare tempo su Facebook

Frasi celebri.

«Per scorrere tutti i post della giornata con una certa velocità, ci mettevo circa un’ora, per assimilare informazioni totalmente inutili.

Insomma, tempo buttato. Questo tipo di attività è uno dei più diffusi tra gli utenti. Nel corso degli ultimi quattro anni, dal giorno della mia iscrizione, le mie abitudini quotidiane sono cambiate radicalmente e spesso ne ha risentito lo studio: nel primo pomeriggio, Facebook ha sostituito un bel film e la sera, prima di andare a dormire, invece di leggere un libro, davo un’occhiata alle ultime notizie della mia Home chattando con qualche amico.

Così, una domenica mattina, ho realizzato il mio Social Suicide…».

Lo dice un universitario, Prospero Pensa, che sabato 23 marzo ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo con le ragioni che lo hanno spinto ad abbandonare il più diffuso social network, Facebook.

Ci sono varie angolazioni dalle quali valutare questo edificante episodio. A me interessa quello dello spreco di tempo su internet. L’esperienza comune dice che qualsiasi ricerca, dalla più generale alla più puntuale, richiede una gran quantità di tempo. E la qualità dei risultati, del materiale trovato, è spesso insoddisfacente. Internet è un divoratore di tempo. Per non parlare dell’effetto dei social network.

Lego queste considerazioni al bisogno di trovare con facilità e in poco tempo contenuti di qualità Il giornalismo dovrebbe rispondere a questa richiesta. E la speranza è affidata alle applicazioni e alle versioni digitali dei giornali per i tablet, oltre alla “montagna” di informazioni cui si potrebbe attingere avendo accesso agli archivi di giornali e riviste. Ne ho parlato quando ho cercato di definire cos’è una rivista, un periodico e perché c’è una corsa ai contenuti giornalistici di qualità.
Ma quanto tempo si spende su Internet? A questa domanda risponde una ricerca pubblicata da Audiweb a inizio anno. Vi si legge che: «Nel 2012, gli utenti hanno speso online 1 ora e 23 minuti nel giorno medio, consultando 145 pagine».

Corriere della Sera: la fuga di uno studente da Facebook

Audiweb: diffusione di internet e tempo passato in rete
corriere-e1287477477835

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Video: Hearst e il futuro dei periodici

I periodici sono stati i primi social media e s’integrano bene con Facebook e Twitter. Parola di David Carey, presidente di Hearst Magazines. Che in un’intervista a Bloomber spiega come i periodici possano rafforzare il legame con i lettori grazie ai tablet, ai siti, ai contenuti di alta qualità.

Riprendo un’intervista a David Carey, ex Condé Nast ed ex publisher del New Yorker, di cui questo blog si è spesso occupato. È stata realizzata 10 mesi fa ma conserva una sua attualità perché la situazione in cui si trovavano allora i magazine americani coincide con la situazione della stampa in Italia adesso. Vediamo giornali storici lottare per la sopravvivenza, dice la giornalista che intervista Carey, come potranno i periodici adattarsi al futuro?

Nelle risposte di Carey noto questi punti.

1) Il tablet ha dato ai lettori un’idea di dove andranno i periodici nel futuro. Mi par di capire che lo stesso effetto i tablet lo abbiano sui giornalisti: magari le copie digitali non compenseranno nell’immediato le perdite in edicola ma sappiamo qual è la strada da percorrere per ritrovare un senso come prodotto editoriale.

2) Nell’era di Facebook i periodici devono riscoprire una loro caratteristica originaria: essere stati i primi social media. Con argomenti che vengono letti e condivisi, discussi con gli amici, pagine strappate e fatte girare, raccolte, conservate. Social media e magazine stanno bene insieme.

3) La pubblicità non vuole abbandonare la carta. Ma chiede di poter fare campagne promozionali su tutti i mezzi, carta e digitale insieme.

4) Con i tanti contenuti gratuiti disponibili nella Rete i periodici, spiega Carey, hanno il coraggio di proporre applicazioni a pagamento al lettore. Questo è possibile perché le applicazioni dei magazine sono prodotti premium, di alta qualità, arricchiti con video, animazioni, grafica (leggete anche questo post di Futuro). Ma l’accesso ai siti resterà gratuito.

5) Tra cinque, dieci anni ci saranno ancora i giornali di carta? Guardate il video.

Il Punto: cosa pensano del futuro dei magazine i protagonisti dell’editoria periodica.

BLOOMBERG-tv-LOGO

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

L’offerta digitale di Economist

Economist vende 1 milione e mezzo di copie. Ma prevede un calo delle diffusioni. Cresce dunque l’attenzione all’offerta digitale della testata. Che oggi conta 150 mila abbonati digital-only.

Parla il direttore del digitale di Economist, Tom Standage, per il quale il calo delle diffusioni cartacee del giornale, circa un milione e mezzo di copie, è inevitabile. Va messa in conto e anticipata con mosse di sviluppo nel digitale.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Cosa vogliono davvero i lettori

Malinconiche meditazioni sui periodici in Australia dopo il blitzkrieg del Gruppo Bauer, che ha preso il controllo del principale editore nazionale.

Si discetta di media, di come 24 ore siano poche e la tecnologia riempia il tempo dei più, tra smartphone e social media. Per i magazine è rimasto poco posto.

Di fronte al calo delle diffusioni, un fenomeno iniziato dal almeno un DECENNIO, gli editori, dicono al The Australian, dovrebbero fare il mea culpa per non essersi interrogati a sufficienza su cosa vogliono i lettori e la qualità dei prodotti.

 

The Australian, una riflessione sui mag dopo arrivo Bauer

M’interessa perché: 1) si è arrivati a un punto di svolta, ci si deve fare una serie di domande (lo fanno perfino in Australia); 2) al tempo stesso la tecnologia avanza inarrestabile, tra nuovi telefonini e social media, che assorbono il tempo libero della gente.

Il punto: ha senso incolparsi per il collasso dei periodici o c’è una strada da percorrere?

 

 

Contrassegnato da tag , , ,

Cattura il lettore giovane con i social media

Uno studio della Association of Magazine Media rivela cose interessanti su come la Generazione Y, i giovani nati dopo l’avvento di Internet, si avvicina ai giornali e in particolare ai periodici. Il primo aspetto riguarda il rapporto tra magazine e social media: i social media possono aumentare la diffusione e il consumo di contenuti dei periodici.

Quanto all’interesse per i giornali di carta, il 93 per cento dei giovani intervistati dice di aver sfogliato un periodico negli ultimi 60 giorni, il 37 per cento ha letto l’edizione digitale di un periodico. Il 40 per cento si definisce un lettore forte (“avid”) di magazine.

Ecco l’articolo di International Business Times.

I social media catturano giovani lettori per i mag

 

M’interessa perché: 1) smentisce il luogo comune secondo cui i giovani non leggono e, in particolare, non leggono carta: 2) fa vedere in che modo l’uso dei social media contribuisca in maniera rilevante ad avvicinare e legare i giovani ai magazine.

Contrassegnato da tag , , ,
Annunci