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Facebook e i Periodici Italiani

I siti dei settimanali: il numero di utenti, il ruolo dei social media, l’attaccamento e fidelizzazione dei lettori. C’è ancora molta strada da percorrere

Segnalo un post sulle performance online dei settimanali italiani scritto da Pier Luca Santoro, l’autore del sito su comunicazione ed editoria Il Giornalaio.
Santoro risponde a domande di grande interesse sul seguito online delle testate periodiche.
Attraverso uno studio fatto con uno strumento per specialisti, è possibile vedere non solo quanti utenti unici ha ciascun sito. Ma, sopratutto, capire alcune caratteristiche dei visitatori. E intuire il loro livello di soddisfazione.

Vedremo quanti lettori arrivano sul sito del giornale dai social network, per esempio. A questo riguardo, viene fuori che nei settimanali, così come nei quotidiani, pochissimi visitatori sul totale vengono “rastrellati” su Facebook e Twitter e dirottati al sito, come dovrebbe essere interesse degli editori. La parte del leone, comunque, spetta a Facebook.

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Cosa Perdiamo Se Perdiamo le Copertine delle Riviste

Il potere delle copertine delle riviste, la loro capacità evocativa, il fermo immagine dei momenti importanti. Una presenza che stiamo perdendo. E il diluvio di notizie nel digitale lascia senza orientamento

LA FORZA DELLE COPERTINE È il tema tante volte toccato della “produzione di senso”. Una volta affidata ai mass media. Oggi appannata nella dimensione digitale. Ho letto un post sulla forza delle copertina delle riviste. Lo sappiamo, quando azzeccate, le copertine hanno il potere di rievocare i fatti più di qualsiasi altro media. Anzi, partecipano alla costruzione della memoria. Per questo si dice, con espressione ormai stereotipata, che sono iconiche. Rimangono negli occhi. Anche se trovo patetico il paragone con le copertine dei dischi di vinile. Porta … sfiga. (Soprattutto, è sbagliato).

L’ESSENZIALE Ma il post di cui parlo, dal sapore markettaro, coglie un aspetto che si perde nel diluvio quotidiano di tweet e post: la capacità di andare all’essenziale. Di fissarlo. Siamo persi in un mondo di notizie lillipuziane. La rassegna stampa permanente. E sfugge il senso di quel che avviene.

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Perché i Giornalisti Usano i Social Media – Indagine in Gran Bretagna

Passano almeno 2 ore al giorno sui social media, dove vanno soprattutto per postare i loro pezzi. E per dialogare con i lettori. In appena un anno è cambiato il modo in cui i giornalisti usano Twitter e Facebook

DIGITAL FIRST Forse per i giornalisti passare le giornate su Twitter, Facebook e altri social media è il modo più diretto per essere “digital first”, termine molto usato in questi giorni in Italia.

Ma perché si va sui social e cosa si fa?

SONDAGGIO In Italia mancano indagini esaustive. Invece un pezzo uscito sul sito di Wan Ifra (l’associazione mondiale degli editori di giornali e news media) dà un quadro abbastanza completo di quel che accade in Gran Bretagna. Lo fa riprendendo una recente indagine online di Cision e Canterbury Christ Church University, cui hanno partecipato 589 giornalisti.

CI VANNO TUTTI Il 96% dei giornalisti britannici usa ogni giorno i social media come strumento professionale. Il più popolare è Twitter, ormai imprescindibile per chi lavora in quotidiani, periodici, televisione. Insomma, solo 4 giornalisti su 100 non sono sui social.

Il 63% passa su questi siti almeno 2 ore al giorno. Il 22% più di 4 ore. Rispetto al passato è aumentata la frequenza e il numero di siti visitati.

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Se il Giornalista Deve Essere un Brand

Se ne parla sempre più spesso: il giornalista deve diventare un brand. Costruire un’immagine pubblica, prendere posizione, condividere pensieri, conversare con il pubblico in modo trasparente. Non è una possibilità, sta diventando un obbligo. Perché attraverso il contatto diretto con i lettori/utenti passa l’identità del giornale. Va bene così?

TERRA DI CONQUISTA La questione viene posta sempre più spesso: se il giornalista debba essere un brand.

Vuol dire che i social media creano lo spazio per un contatto diretto tra giornalisti e audience.

Lo spazio della trasparenza.

I giornalisti sono interessati ad occuparlo, perché accarezzano il sogno di diventare dei punti di riferimento.

I giornali sono ugualmente interessati, perché attraverso la conversazione dei giornalisti con il pubblico passa la costruzione del brand della testata (o dell’editore).

Il brand, il marchio: noi siamo la rivista e i giornalisti che le celebrity le trattano così (irriverente: pensate a Vanity Fair); noi siamo la rivista e i giornalisti che la politica l’affrontano in questo modo (sfidandola: pensate al Fatto Quotidiano). Io sono il giornalista che di cucina parla così. Io sono il giornale che di moda scrive in questo modo…

PERSONALIZZAZIONE La conversazione, nei social, diventa personale. E questo tono si riversa, in vari modi, sul lavoro giornalistico.

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Il Tempo degli Slow Media – Rapporto su 9 Trend della Comunicazione Digitale

Slow media, i media lenti. Sono siti o applicazioni web del giornalismo diversissimi dai media veloci. Non inseguono numeri vertigionisi di utenti attraverso articoli o titoli tirati, forzati, sexy. Ma puntano sui contenuti di alta qualità. Articoli approfonditi, ben scritti, arricchiti, multimediali, che regalano un’esperienza di lettura coinvolgente, su cui l’utente passa volentieri molto tempo. Per questo piacciono anche agli inserzionisti dei giornali

TREND EMERGENTI Il gruppo svedese Bonnier, con 175 giornali in 20 Paesi, ha pubblicato un rapporto che fa la mappa dei trend nei media, Media Map Trend Report, che individua 9 trend nelle tecnologie della comunicazione e nei comportamenti dei consumatori che potrebbero influenzare l’industria dei media nei prossimi 2 anni.

Il rapporto raccoglie, analizza e porta alle conclusioni notizie, elementi e numeri che emergono dalla raccolta di studi sui comportamenti dei consumatori, dai rapporti dell’industria, da dati di mercato e interviste ad esperti del settore.
Il rapporto, presentato in una forma che ricorda quella di un magazine digitale (tanto per dire che il magazine, nel digitale, ha un’alta leggibilità ed è capace di attrarre pubblico), solitamente indirizzato al management e ai dipendenti, viene per la prima volta reso pubblico.
SLOW MEDIA Mi ha colpito il primo capitolo, quello più intimamente connesso ai media. Si intitola Information Vegetables e introduce un concetto che avevo colto ma che restava indefinito, in mancanza di una etichetta. Quella di slow media, media lenti, contrapposti ai media veloci, al consumo di notizie e titoli accattivanti, senza qualità, senza profondità, senza grafica curata, senza un’offerta aggiuntiva e un servizio per il lettore che faccia venire la voglia di passare anche un’ora sulla pagina, con design ottimizzato. E si fanno esempi famosi, di cui molto si è parlato negli ultimi mesi. Siti web giornalistici e prodotti multimediali. Il racconto multimediale del NYTimes Snow Fall, il sito d’informazione economica Quartz, il sito di racconti innovativi Cowbird, The Atlantic. Sono prodotti giornalistici di successo che regalano un’esperienza di lettura piacevole, stimolante, lenta nel senso che in questi siti non si atterra per caso ma ci si va per scoprire qualcosa che abbia un valore.
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La copertina vista 657 milioni di volte su Twitter (e altri social network)

Due copertine del New Yorker hanno “sbancato” quest’estate sui social network. Perché «una copertina ben fatta te la ricordi. E se sei fortunato, ti ricordi anche il nome della rivista».

Riprendo un post di New Republic, rivista americana liberal di politica e cultura, sul potere delle copertine dei periodici. In realtà si parla solo del New Yorker, settimanale di Condé Nast. E si fa la storia delle copertine che sono rimaste nella memoria degli americani. Da Tina Brown all’ultima.

Questa copertina con Bert ed Ernie, personaggi dei Muppets, abbracciati come due fidanzati, che seguono in tv un pronunciamento pro gay della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha raccolto quest’estate 657 millioni di impressioni nel web.

Ma è andata bene anche quella che raffigura il politico Anthony Weiner mentre scatta con l’iPhone una foto del suo… Empire State Building (per capire le allusioni allo scandalo politico e sessuale, basta digitare su Google Search: Weiner, sua moglie, Hillary Clinton, la storia di una collaborazione, il rischio di rovinare un’amicizia, le foto inviate all’amante, una storia analoga di 15 anni fa…).

Che cos’è la copertina di un periodico? E’ un prodotto editoriale che si adatta perfettamente alle logiche di internet.

New Republic: le copertine dei periodici.

Rep2190

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11 notizie su come è cambiato il giornalismo

Ho letto a fondo il Digital News Report 2013 del Reuters Institute, importante rapporto su come cambia il consumo di notizie  nell’era del digitale. Computer, smartphone, tablet e carta stampata messi a confronto in un’indagine condotta in Europa, Stati Uniti, Brasile, Giappone. Viene fuori anche una descrizione dell’Italia come Paese votato alla dimensione social della comunicazione.

Non ho chiuso bottega, come temeva un amico che mi ha scritto ieri. Anzi, approfittando di qualche giorno di maggiore tranquillità estiva ho trovato utile rileggere uno degli studi sul giornalismo più interessanti e approfonditi della prima parte del 2013. Fare la sintesi di qualcosa che un lettore non ha il tempo di andarsi a vedere: ecco un compito del giornalista che non sarà mai superato. Vale anche per un blogger a tempo perso.

Il Rapporto sulle news digitali del Reuters Insitute risponde ad alcune domande che tutti i giornalisti si fanno.

1) Quando si pensa al modo in cui consumiamo informazione, dobbiamo ricordare che esistono ancora grandi differenze tra Paese e Paese: la cultura nazionale, il reddito, la composizione sociale, le infrastrutture della comunicazione, la politica e la legislazione creano paesaggi diversissimi. Se ne deve ricordare anche un blogger quando è tentato di vedere in una tendenza locale un fatto globale.

2) La carta stampata sta morendo e sarà sostituita dalla distribuzione digitale? La fruizione delle notizie giornalistiche è sempre più multipiattaforma: non c’è il lettore di carta stampata o del digitale. E il 33% dei lettori che legge news digitali utilizza 2 device (es. computer e smartphone), altri (il 9%) ne usano tre (il tablet si aggiunge ai primi due).

3) Il tablet è una novità dirompente nel mondo del giornalismo o solo uno dei tanti strumenti per leggere notizie? Il numero di coloro che usano il tablet per cercare e leggere notizie è raddoppiato nel giro di dieci mesi in molti dei Paesi europei passati al setaccio dal Reuters Institute. In Danimarca siamo al 25% dei lettori complessivi.

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Giornalista, mettici la faccia!

Un articolo del Nieman Journalism Lab su una trasformazione del giornalismo e dei giornali indotta dai social media e dai mezzi digitali di comunicazione.

I giornali potrebbero trasformarsi, da raccoglitori di pezzi di firme più o meno note, in piattaforme per i talenti del giornalismo. Il digitale mina alle basi i brand e dà più valore all’individualità. E se tra dieci anni tutte le media company (case editrici giornalistiche) diventassero “social media”?

The end of big (media): When news orgs move from brands to platforms for talent

Con questo titolo (La fine dei big media: quando le organizzazioni giornalistiche migrano dal brand alle piattaforme di talenti) ritorna l’idea che i social media costringano la gente a metterci la faccia, anche nel giornalismo professionistico.

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Lo studente che non vuole più sprecare tempo su Facebook

Frasi celebri.

«Per scorrere tutti i post della giornata con una certa velocità, ci mettevo circa un’ora, per assimilare informazioni totalmente inutili.

Insomma, tempo buttato. Questo tipo di attività è uno dei più diffusi tra gli utenti. Nel corso degli ultimi quattro anni, dal giorno della mia iscrizione, le mie abitudini quotidiane sono cambiate radicalmente e spesso ne ha risentito lo studio: nel primo pomeriggio, Facebook ha sostituito un bel film e la sera, prima di andare a dormire, invece di leggere un libro, davo un’occhiata alle ultime notizie della mia Home chattando con qualche amico.

Così, una domenica mattina, ho realizzato il mio Social Suicide…».

Lo dice un universitario, Prospero Pensa, che sabato 23 marzo ha pubblicato sul Corriere della Sera un articolo con le ragioni che lo hanno spinto ad abbandonare il più diffuso social network, Facebook.

Ci sono varie angolazioni dalle quali valutare questo edificante episodio. A me interessa quello dello spreco di tempo su internet. L’esperienza comune dice che qualsiasi ricerca, dalla più generale alla più puntuale, richiede una gran quantità di tempo. E la qualità dei risultati, del materiale trovato, è spesso insoddisfacente. Internet è un divoratore di tempo. Per non parlare dell’effetto dei social network.

Lego queste considerazioni al bisogno di trovare con facilità e in poco tempo contenuti di qualità Il giornalismo dovrebbe rispondere a questa richiesta. E la speranza è affidata alle applicazioni e alle versioni digitali dei giornali per i tablet, oltre alla “montagna” di informazioni cui si potrebbe attingere avendo accesso agli archivi di giornali e riviste. Ne ho parlato quando ho cercato di definire cos’è una rivista, un periodico e perché c’è una corsa ai contenuti giornalistici di qualità.
Ma quanto tempo si spende su Internet? A questa domanda risponde una ricerca pubblicata da Audiweb a inizio anno. Vi si legge che: «Nel 2012, gli utenti hanno speso online 1 ora e 23 minuti nel giorno medio, consultando 145 pagine».

Corriere della Sera: la fuga di uno studente da Facebook

Audiweb: diffusione di internet e tempo passato in rete
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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Il digitale fa perdere: quotidiani, magazine e… tv.

Il consumo di notizie online e sul digitale cresce e toglie lettori ad alti media. Riporto alcuni dati di Trends in News Consumption: 1991-2012 del Pew Research Center.

L’impatto più pesante sui media tradizionali è causato dai siti di social networking. La percentuale di americani che dice di aver letto notizie o titoli giornalistici su questi siti il giorno prima della rilevazione è raddoppiato, dal 9 al 19 per cento, dal 2010. Tra gli adulti di 30 anni il numero di chi ha visto notizie sui social network e di chi le ha seguite in tv è lo stesso: 34 per cento. Solo il 13 per cento ha letto un quotidiano, in versione cartacea O DIGITALE!

I periodici sono investiti in pieno. Nel 2000 il 26 per cento leggeva magazine, oggi ci si ferma al 18 per cento.

La ricerca analizza più a fondo gli effetti del digitale sul declino dell’audience televisiva e di Cnn in particolare.

M’interessa perché: 1) misura il passaggio dei lettori dalla carta e dalla tv al digitale; 2) fa vedere come il passaggio al digitale cambi gli equilibri di tutti i media, costringendoli a rivedere il loro modello di business e la struttura dei costi.

Blog: il digitale insidia le news in tv (e … i periodici)

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