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La Percentuale Di Lettori Digitali Nei giornali Francesi

Quanti lettori digitali hanno i giornali? Quanti di questi lettori sfogliano anche il prodotto di carta? E quanti guardano solo il sito del brand? Uno studio sulla Francia. Utile all’Italia

Misurare l’apporto del digitale per i giornali: ora in Francia è possibile, come spiega questo articolo di CB News.

Si può sapere quanti lettori accedono ai contenuti di un giornale esclusivamente con Internet, quanti solo su carta, e in che misura i lettorati si sovrappongono. Nel digitale, si può distinguere tra accesso da computer o da mobile (tablet, smartphone).

In media, nei brand giornalistici il 57% dei lettori si affida unicamente al prodotto di carta, il 22% solo a Internet, il 4% solo al mobile. Il restante 17% legge su più supporti.

Ecco la classifica dei brand più letti nel Paese, sommando le varie piattaforme.

Al primo posto c’è Femme Actuelle: 16 milioni 625 mila lettori, di cui 13 milioni 996 mila su carta. Il digitale pesa per il 19%.

Lettori digitali nei giornali francesi

 

Interessante vedere le differenze tra tipologie di giornali.

Nei quotidiani i lettori esclusivamente print sono, in media, il 46%, mentre Internet è porta d’accesso per il 54%.

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Ahi ahi la pubblicità nei giornali – Confronto tra Italia, Stati Uniti e Uk

Avrete letto che la pubblicità sui giornali italiani continua ad andar male. Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa registra un calo del -25,5%. I quotidiani segnano -25,6% a fatturato e -13,2% a spazio. I periodici registrano un calo a fatturato -24,7% e a spazio -20,6%.
I settimanali vedono un andamento negativo sia a fatturato -26,3% che a spazio -16,6%. I mensili hanno indici negativi sia a fatturato -23,5% che a spazio -25,9%. Tempo fa si diceva che la situazione rispetto a un anno fa è decisamente peggiorata.

Ma qual è la situazione all’estero?

Nei giorni scorsi Magna Global ha previsto che, negli Stati Uniti, il 2013 vedrà una crescita della pubblicità nei media dello 0.4%, mentre nel 2014 la crescita sarà del 5.9%. I media digitali saliranno dell’11.5% nel 2013 e del 12.0% nel 2014. I quotidiani caleranno del 6.8% quest’anno e del 7,7% nel 2014. I periodici scendono del 6,7% quest’anno e del 5,4% nel 2014.

E la Gran Bretagna? Guardate la tabella.

Due le possibili considerazioni. Primo: i periodici perdono pubblicità ovunque, dunque ricavi. Sono costretti a trovare un equilibrio più in basso. Secondo: la situazione italiana è resa drammatica dalla crisi economica e di sistema del nostro paese.

Prima Comunicazione: pubblicità sui giornali marzo 2013.

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Le parole che non mi hai detto/ Legacy costs

Incontro questa parola negli articoli sull’impatto e le conseguenze che la transizione al digitale provoca nell’industria dei quotidiani e dei periodici: sulla carta stampata.

Legacy costs, i costi ereditati. Il peso dell’eredità.

Perché le media company che hanno successo nel giornalismo digitale non portano a casa, per il momento, gli stessi soldi che faceva e che ancora fa l’industria della carta stampata. E dunque chi lavora nel digitale non viene pagato come i giornalisti della carta. E non si vede riconoscere gli stessi diritti e garanzie, i contributi previdenziali, l’inquadramento professionale (in Italia molti giornalisti del digitale non hanno un contratto giornalistico). Negli Usa la differenza consiste anche nella mancanza delle assicurazioni sanitarie e previdenziali di cui beneficiano i dipendenti delle grandi società.

In altre parole, come suggerisce Wikipedia alla voce “legacy costs”, questi sono un retaggio del Secondo Dopoguerra, di quella lunga parentesi di pace, pace lavorativa (sappiamo che è una semplificazione. Ingiusta. Barbarica. Ma fa capire la differenza con i tempi odierni), nella quale il Welfare State e buone condizioni contrattuali erano un’area in progressiva espansione. Scordatevelo, sembra dire l’industria del digitale. Nel migliore dei casi questo significa che, noi giornalisti-del-secondo-dopoguerra (qualcuno però ha 30 anni), saremo meno benestanti. O poveri.

Legacy costs, sono una struttura dei costi che gli editori ritengono di non poter più sostenere, perché hanno fatturati in picchiata e margini di guadagno ridotti o inesistenti. Per ora. Non tutti. Ma ne parlo ogni giorno su questo blog, nei post di Futuro dei Periodici.

Legacy costs, ne sentiremo ancora parlare. Finalmente l’abbiamo pronunciata questa cosa, era inutile tenerla lì, inespressa, segreta. «Ragazzi, arrivateci da soli». Ecco, ci siamo arrivati. Sappiamo che cosiderate i nostri contratti giornalistici come dei legacy cost. Beppe Grillo dà contro ai giornalisti, la gente lo segue, pensando che i giornalisti siano tutti ben messi come Bruno Vespa e i conduttori dei tg nazionali. E noi dovremo difendere quei legacy cost. Da soli.

Wikipedia: legacy costs

Ibtimes.com: Newsweek e i legacy costs   «The mounting legacy costs associated with Newsweek’s print version were not sustainable».

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PressThink: The Press, The Media; la stampa, i media.

Un blog da leggere, PressTink di Jay Rosen, professore della New York University, membro dell’advisory board (i consiglieri esterni) di Wikipedia.

La stampa, una parola antica, che non può essere sostituita dalla parola: i media. Si dice libertà di stampa, non c’è un equivalente che dica “libertà dei media”. Va dunque conservata. Ha una storia che inizia molto tempo fa. Che continua. La stampa riguarda i media, riguarda chiunque lavori nei media, chiunque si esprima nei media. Che sia giornalista professionale, blogger, altro.

«We need to keep the press from being absorbed into The Media. This means keeping the word press, which is antiquated. But included under its modern umbrella should be all who do the serious work in journalism, regardless of what technology they use. The people who will invent the next press in America—and who are doing it now online—continue an experiment at least 250 years old…»

«…(So) the press is a backward glancing term. To me that’s what’s great about it. It points back to the history of struggle for press liberty, to the long rise of public opinion, and of course to the Constitution, a source from which The Media try to draw legitimacy. But the First Amendment actually speaks of the PRESS. It doesn’t mention media. Anyone could, but then almost no one does, uphold “FREEDOM OF THE MEDIA” as a great right— worth defending and even dying for».

Dal blog di Jay Rosen: PressThink.

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