Archivi tag: stato di crisi

Editori in transition 2: a che punto siamo (mappa del cambiamento)

La trasformazione dei periodici in realtà multimediali, le redazioni integrate, i nuovi giornalisti: continua la rilettura del piano di sviluppo di un grande editore, uscito 5 mesi fa. Può aiutare a capire i cambiamenti nel mondo dei quotidiani e dei periodici.

NON CHIAMATELI PERIODICI Il piano strategico di RCS Mediagroup, che rileggiamo a 5 mesi dalla pubblicazione, cambia il nome dei periodici. Il passaggio dedicato alle trasformazioni delle riviste usa un termine nuovo: verticali. Si dice esplicitamente che si passerà da un portafoglio di testate periodiche a “ecosistemi” editoriali, strutture di produzione multimediali, specializzate in uno specifico target (verticali, appunto): donna, lifestyle, casa/design, bambino.

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Anche Condé Nast fa i conti con la crisi dei giornali

Per quanto abbia imparato che è meglio tacere quando si parla di editori che chiedono stati di crisi, perché fino all’ultimo non si sa che piega prenderanno gli eventi, non posso non riportare che, leggendo su Italia Oggi e qualche sito web, anche la prestigiosa Condé Nast Italia sta affrontando un momento difficile.

Se nei mesi scorsi si diceva che questo editore non avrebbe mai chiesto uno stato di crisi, per non danneggiare la propria immagine patinata, pare che invece adesso ci si prepari a trattare con i giornalisti per arrivare alla applicazione di un contratto di solidarietà.

Probabilmente non serve spiegare di cosa si tratta, visto che mezza Italia lo applica e l’altra parte è in cassa integrazione. In sostanza, ai dipendenti si chiede di lavorare meno ore al mese e anche la retribuzione viene ridotta (ma poi in parte colmata da fondi pubblici). Ma questa ipotesi sarà presa in considerazione dall’azienda, a leggere Italia Oggi, solo dopo aver valutato i risultati di una politica di incentivazione (tre anni di stipendio per chi se ne va volontariamente).

Tempi duri, dunque, anche per Vogue, Glamour, Vanity Fair, Myself. Ma si attendono interventi del Governo italiano per ridare ossigeno a tutto il settore dell’editoria, più che mai sotto pressione.

Italia Oggi: Condé Nast pensa alla solidarietà.

Pambianconews: anche Condé Nast in crisi.

Vanity

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Mondadori: stato di crisi e rilancio delle testate pubblicate in Francia

Nuovi giornali con cadenza bimestrale, restyling delle testate, spin-off dei titoli di successo, sviluppo nel digitale e investimenti nell’e-commerce e in siti per il dating on line: questa in Francia la strategia anti-crisi di Mondadori. Che in Italia, in attesa del rilancio dei principali periodici, si prepara a gestire le difficoltà con prepensionamenti di giornalisti e uscite incentivate.

Mentre la casa madre italiana si prepara a gestire la crisi delle riviste con prepensionamenti e incentivazioni a lasciare il posto, in Francia Mondadori delinea un piano di rilancio delle proprie testate. Ma la mente è unica: da questa settimana Ernesto Mauri, direttore generale di Mondadori France, è amministratore delegato di tutto il Gruppo.

Riporto l’articolo di e-marketing.fr.

Si spiega come in autunno sia stata ritoccata la formula di Grazia France, lanciato tre anni fa.

Mondadori sta per riportare in edicola ad aprile la rivista Vital, che apparteneva all’editore Ediexcel. Uscirà con formula bimestrale sotto l’ombrello di un’altra testata della casa, Top Santé (350 mila copie), e avrà una tiratura di 100 mila copie al prezzo di 2,80 euro.

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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Rcs, Mondadori, Repubblica e i numeri della crisi dei giornali

Le preoccupazioni in Rcs Mediagroup per l’arrivo di un piano di crisi che potrebbe colpire duramente i periodici. I tagli annunciati in Mondadori, dove saranno chiusi quattro mensili. La ristrutturazione a l’Espresso, Radiocor, la Stampa. I tuoni su altre società. L’editoria è nella bufera. E i giornalisti sanno che le difficoltà sono moltiplicate dalla fragilità di chi dovrebbe sostenere i lavoratori che perdono il posto.

Da varie parti (ne cito una: Reuters) si ricorda che domani in Rcs Mediagroup inizia un percorso che dovrebbe portare, per l’inizio di marzo, alla presentazione da parte dell’azienda di uno stato di crisi per le proprie testate, quotidiani e periodici, nel quale sarebbero previsti sacrifici pesanti soprattutto per i secondi.

In questi giorni in Mondadori si procede all’analisi interna della situazione e ogni giorno escono i numeri degli esuberi tra i redattori di testate grandi e piccole, da Panorama a Ciak (sono numeri certi? Lettera43 e Italia Oggi li rivedono ogni giorno).

Nel frattempo all’agenzia del Sole24Ore, Radiocor, c’è fibrillazione, come riporta Franco Abruzzo, per la modifica al contratto di solidarietà: il taglio alle retribuzioni dei giornalisti dovrebbe passare dal 9% al 35% dello stipendio (il contratto di solidarietà applica il principio “lavorare meno, lavorare tutti”: non si licenzia nessuno ma si riduce il reddito dei lavoratori per un certo periodo, nella speranza che basti a superare le avversità).

Una situazione molto seria, perché, come racconta un articolo di Lettera43 che riprendo dal sito di Franco Abruzzo e riporto in link (trionfo del gioco degli specchi su internet e dell’aggregazione moderna: ma credo che qualche pezzo originale di Futuro dei Periodici, farina del sacco, abbia ispirato articoli di apprezzate testate online), dicevo, situazione molto seria perché cigola sotto il peso della crisi l’istituto di previdenza dei giornalisti, Inpgi, che sostiene il costo dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione, gli strumenti con cui le aziende e i giornalisti cercano di alleggerire l’impatto della crisi sui lavoratori e di conservare i posti di lavoro.

Dal 2009 sono 37 le aziende per cui è stata riconosciuta la crisi, 591 giornalisti sono stati pensionati, 1210 sono finiti in cassa integrazione, 1019 hanno contratti di solidarietà.

Il Punto: è in discussione la tenuta del sistema. Il sistema creato da editori e giornalisti.

Lettera43 feat. Franco Abruzzo: crisi dell’editoria 2013

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Le vere tendenze del giornalismo 2013

Leggo nel sito di Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e insostituibile, infaticabile macinatore di notizie sul nostro mondo, un articolo de Il Post sulle tendenze del giornalismo del 2013, nel quale vengono riproposti i contenuti di un pezzo di Pandodaily, a firma Hamish McKenzie, sulle tendenze del giornalismo nel 2013. E ci sta che Futuro dei Periodici esca con un pezzo sulle tendenze del giornalismo nel 2013. Gioco di specchi del mondo digitale.

Ma…

Non credo che le tendenze indicate dal Post siano qualcosa di più che novità stuzzicanti del giornalismo digitale americano. Per carità, spaccio anch’io di questa merce. Ma bisogna fare attenzione a non confondere le tendenze del giornalismo in campo espressivo, i nuovi strumenti, le potenzialità con…

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Mondadori chiude testate

Leggo su Lettera 43 che Mondadori chiuderà quattro mensili: Men’s Health, Casa Viva, Ville e Giardini, Travel. A questi si aggiunge la Uor televisiva: le unità organizzative redazionali sono una novità dell’ultimo contratto giornalistico e vengono equiparate a testate. Dunque Mondadori vuole chiudere 5 testate. Ma ho come l’impressione che Lettera 43 dia un numero sbagliato dei colleghi in eccedenza: loro dicono 28 ma a occhio e croce sono una quarantina (in casa ho una raccolta di giornali da fare invidia a Mr Magazine).

È dunque arrivato uno dei momenti di cui si parlava da tempo nel mondo dei periodici. Mondadori si aggiunge allo Stato di crisi in Gruner, in Hearst, in altre case editrici. Alle dimissioni incentivate di Condé Nast. E alla previsione di un nuovo Stato di crisi in Rcs Mediagroup.

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La pubblicità nei periodici: il crollo italiano

I periodici continuano a perdere pubblicità.

Soffrono i settimanali. Soffrono i nostri mensili.

Sono usciti i dati dell’Osservatorio Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) sui primi dieci mesi del 2012. Complessivamente gli investimenti in pubblicità sulla stampa sono calati del 16,3%. Lo scorso anno erano stati raccolti, nello stesso periodo, 1,6 miliardi di euro. Nel 2012 ci si ferma a 1,3 miliardi.

Ma il settore più in difficoltà nei media è quello dei periodici. Perdiamo il 16,4% a fatturato e il 12,7% a spazio (da qui le foliazioni ridotte dei giornali e la riduzione anche del numero di articoli: del contenuto giornalistico).

I settimanali perdono moltissimo a fatturato, il 19,2%, cedono l’11,6% a spazio: sapevamo che sono la parte più esposta alla crisi.

I mensili cedono il 13,2% di fatturato e il 14,4% nello spazio.

Ho ben presente questo: da qualche mese gli editori, quando si presentano davanti ai giornalisti per chiedere nuovi tagli agli organici e sacrifici, altri stati di crisi, mostrano il dato del calo della pubblicità. E le previsioni per il 2013, negative, seppur meno del 2012.

Ritorna la domanda su cui ho costruito questo blog. C’è un futuro per i periodici oppure questa formula giornalistica è esaurita e deve affrontare un declino a volte rapido e distruttivo altre volte estenuante e lunghissimo come un’agonia?

Post dopo post, ho oscillato tra la prima e la seconda. All’inizio mi sembrava che il declino fosse inevitabile. Poi ho temuto che potesse essere rovinoso e rapidissimo. Ultimamente inizio a pensare che la formula dei periodici possa invece avere sbocchi futuri molto interessanti, grazie alle piattaforme digitali e, soprattutto, alla diffusione dei tablet. Anche se so benissimo che è iniziata una nuova stagione di ristrutturazioni per gli editori.

Ma l’Italia si differenzia dal resto del mondo, ed è questo l’elemento che davvero mi preoccupa.

All’estero si respira un’altra aria. C’è maggiore fiducia nel futuro dei periodici nonostante la crisi. Una delle ragioni della differenza con il nostro paese è semplice. Banale.

Guardate la mappa che è contenuta nel Wordl Digital Media Factbook 2012-2013, pubblicato qualche settimana fa da Fipp, l’associazione mondiale degli editori di magazine.

Investimenti pubblicitari 2011 - 2012

La mappa mette a confronto le previsioni di crescita della pubblicità nel 2012.

L’Italia è colorata di blu, blu notte. E’ il colore con cui sono stati segnalati i paesi, gli unici, che non hanno crescita nella raccolta pubblicitaria (non solo sulla stampa). L’Italia è blu notte come Spagna, Ungheria, Grecia, Egitto e Giappone. L’Egitto, si specifica, è stato investito da un rivolgimento politico che ha provocato una profonda crisi economica. Il Giappone è in difficoltà a causa di un disastro naturale, il terremoto dell’anno scorso, da cui l’industria fatica a riprendersi.

L’Italia è dunque un’eccezione nel mondo più avanzato e con questo abbiamo e avremo a che fare quando si parla di stati di crisi nei periodici.

In altre parole, il futuro dei periodici potrebbe non essere compromesso a livello globale. Ma l’Italia paga la crisi del sistema paese.

Allego un’altra grafica del rapporto di Fipp. Indica la raccolta pubblicitaria prevista per il 2012, un dato che stima i miliardi di dollari degli investimenti pubblicitari.

Con mia grande sorpresa scopro che la Cina è al secondo posto. Ingenuo! dirà qualcuno. Sì, so che l’economia cinese cresce a tassi incredibili. Ma mai avrei pensato che, in cifra assoluta, gli investimenti pubblicitari fossero superiori a quelli di Germania e Gran Bretagna. Parliamo di 33 miliardi di dollari di pubblicità (totali, non solo sulla carta stampata).

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

M’interessa perché: 1) i periodici hanno un futuro o la formula è superata? 2) i periodici hanno un futuro ma l’Italia affronta una crisi più grave che altrove, la ripresa sarà lentissima e per questo la nostra visione è particolarmente pessimistica, se non disperata? 3) si segnala l’importanza della pubblicità nel tenere in vita la stampa periodica: senza è difficile sopravvivere.

Fipp World Digital Media Factbook

Crollo della pubblicità sulla stampa

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Pacchetto di 24 giorni di sciopero in Gruner und Jahr / Mondadori

I giornalisti di Gruner und Jahr / Mondadori, leggo su affaritaliani.it, hanno approvato un pacchetto di 24 giorni di sciopero, uno per ciascun giornalista considerato in esubero nel piano di crisi esaminato in questi giorni da azienda e sindacato.

Come molti di voi ricorderanno, Gruner ha annunciato a inizio ottobre di voler chiudere 8 delle 13 testate pubblicate in Italia e ha pertanto definito un certo numero di esuberi tra i dipendenti, suddivisi tra personale amministrativo e giornalisti. Per questi ultimi si dichiaravano 36 eccedenze. Un’enormità, se si considera che i giornalisti di Gruner / Mondadori sono in tutto 72.

Le trattative sono state avviate e ora Gruner è scesa a 24 giornalisti in esubero. Di questi, come si dice nella notizia riportata in link, una parte in realtà rientrerebbe al lavoro, ma in forme non ritenute soddisfacenti dall’assemblea dei giornalisti (cassa integrazione a rotazione: si rimane a casa a turno, subendo una riduzione proporzionale della retribuzione). Un’altra parte dei giornalisti verrebbe invece esclusa dal parziale recupero e finirebbe in cassa integrazione a zero ore (e zero stipendio, ma con un’indennità mensile per tutta la durata della cassa integrazione) se la trattativa non portasse a un diverso risultato. Anche la volontà dell’azienda di escludere dalla cassa integrazione a rotazione i giornalisti con qualifiche alte ha spinto l’assemblea dei giornalisti a respingere le offerte della controparte e affidare al sindacato il pacchetto di giorni di sciopero.

M’interessa perché: molti considerano questa vertenza come una prova generale di successivi stati di crisi che potrebbero riguardare grandi case editrici di periodici.

affaritaliani: 24 giorni di sciopero in gruner und jahr/mondadori

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Che tempo che fa/ Minaccia di scioperi in Rcs Mediagroup (Rizzoli)

Leggo su Milano Finanza di oggi (Mf) che l’assemblea dei giornalisti di Rcs Mediagroup (Rizzoli) ha affidato al CdR, cioè ai rappresentanti sindacali aziendali, un pacchetto di 15 (altrove leggo 12) giorni di sciopero. Una tipica mossa sindacale preventiva che viene adottata quando si avvicina il momento dello scontro con l’azienda. In Rizzoli pare sia pronta una bozza di piano di crisi che prevederebbe, stando a indiscrezioni riportate alcuni giorni fa sempre da Milano Finanza e riprese da Futuro dei Periodici (tagli in Rcs?), un taglio del 10 per cento del personale in tutta la società (oltre 5 mila assunti) e la chiusura di alcune testate, elencate nell’articolo.

M’interessa perché: 2) si avvicina il momento dello scontro, in Rizzoli e altrove.

Il punto: il solito: oltre ai tagli, quali investimenti, quale futuro?

Milano Finanza: pacchetto di scioperi in Rcs Mediagroup

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Piano di stato di crisi ed esuberi a Metro?

Leggo su Italia Oggi che a Metro, il quotidiano distribuito gratuitamente, nato in Svezia nel 1995 e arrivato nel 2000 in Italia, starebbero per aprire uno stato di crisi. Il 35% dell’organico, che conta 18 giornalisti incluso il direttore, sarebbe in esubero. Ma lo strumento, l’ammortizzatore sociale, per affrontare il momento difficile non pare essere la cassa integrazione, come si rischia purtroppo in Gruner und Jahr (vedi il post di Futuro dei PeriodiciFuturo dei Periodici: Gruner ), ma un contratto di solidarietà al 20%. La durata, stando a quel che leggo sul sito dell’Inpgi (l’istituto previdenziale dei giornalisti) è di un anno, allungabile di un altro anno.

Significa che ogni giornalista di Metro lavorerebbe il 20% per cento in meno (1 giorno su 5 a casa) e perderebbe il 20% della retribuzione lorda. Sul netto, la riduzione è inferiore, perché l’Inpgi paga in questi casi il 60% della parte mancante. Insomma, i giornalisti lavorano il 20% in meno ma perdono l’8% del netto.

 

M’interessa perché: 1) si allarga la crisi dell’editoria in Italia, arrivano gli stati di crisi.

Il punto: bisogna ripensare giornali e periodici per non soccombere.

Metro: stato di crisi in vista?

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