Archivi tag: sviluppo periodici

Se Playboy viene pubblicato a Gerusalemme, città santa per tre religioni

Prendi una rivista piccante, prova a pubblicarla in un Paese diverso dalle altre nazioni moderne e vedi quali reazioni suscita: è questa la sfida per Playboy, che da due mesi esce con un’edizione scritta in ebraico.

L’articolo che ne parla è sul sito dell’Atlantic, mensile americano (esce dieci volte all’anno) di politica e attualità, serissimo (il link è alla fine di questo post).

Si racconta di come Playboy, rivista presente in 30 Paesi, possa ancora costituire uno scandalo in una nazione come Israele, dove convivono a 70 chilometri di distanza Tel Aviv, centro laico aperto alla cultura occidentale, che non si nega vita notturna, nightclub e bellezze in bikini, e Gerusalemme, città santa per le tre grandi religioni monoteistiche (cristianesimo, islam, ebraismo), che contrappone al mondo secolarizzato gli abiti scuri e i cappelli neri della destra religiosa, impegnata in una battaglia contro molti aspetti della modernità.

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Giornali gay a Singapore: digitali per forza

Singapore è una società conservatrice in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso possono essere puniti con il carcere fino a due anni. E la stampa è soggetta a un esame governativo per la licenza prima della pubblicazione. Due ragioni che hanno spinto la rivista bimestrale Element, che si occupa di moda, spettacolo, fitness e argomenti di interesse per i lettori omosessuali, al primo numero, a scegliere la strada del digitale. Lo si acquista su Apple Store o Android Marketing (come spiega l’articolo di Atlantic, in link alla fine di questo post). Chiaramente l’host server si trova all’estero, negli Stati Uniti, ma il lettorato è distribuito nei paesi asiatici limitrofi, tra cui la Malesia, dove essere gay può costare la galera per molti anni. Ma anche in Asia, come nel resto del mondo, la comunità gay viene considerata un mercato remunerativo per la pubblicità, non a caso tra gli inserzionisti di Element c’è Paul Smith, e poi catene di hotel di lusso, cibo di qualità, tecnologia, nightlife, viaggi. Inutile dire che a Singapore tutto quel che è digitale ha una grande presa. L’Asia sta superando l’Europa, l’Italia di sicuro.

M’interessa perché: 1) tra i vantaggi del digitale c’è la libertà per le minoranze e la riservatezza (date un’occhiata al precedente post su Playboy); 2) l’Asia sta superando il Vecchio Continente nella conversione al digitale;

The Atlantic: Element, rivista digitale gay di Singapore.

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In Sud Africa Playboy sarà solo digitale. Non per mancanza di lettori

Playboy abbandona la carta e diventa un giornale interamente digitale in Sud Africa. La società che edita la testata ha fatto sapere che la principale ragione dello spostamento è culturale: in un paese in cui ancora molte persone non si sentono a loro agio quando vengono viste mentre comprano il loro giornale preferito in un luogo pubblico, il digitale offre una soluzione che tutela la riservatezza. In questo caso non si potrà dire che il passaggio al digitale di una rivista è legato allo scarso interesse dei lettori, come invece Newsweek.

Playboy ha in Sud Africa un’estensione social di tutto rispetto, con 150 mila fan su Facebook, 25 mila follower su Twitter e 100 mila follower Twitter complessivi tra società che edita e playmate. Il traffico digitale ha incrementi mensili a due cifre.

M’interessa perché: 1) la riservatezza, non è anche questa un diritto? 2) il passaggio al digitale può favorire determinate riviste (date un’occhiata al prossimo post su Singapore).

Playboy digital-only in Sud Africa.

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Rapporto 2013 sullo Stato dei Media del Pew Research Center

Il Pew Research Center ha rilasciato questo pomeriggio il Rapporto 2013 sullo Stato dei media americani.

Merita una lettura attenta e meditata, come sempre.

Leggete l’Overview.

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Piace la pubblicità interattiva dei periodici

Sondaggio sull’efficacia della pubblicità nelle edizioni per tablet dei periodici americani. Per la prima volta uno studio rivela un’alta partecipazione dei lettori, che cliccano sulle inserzioni, aprono siti, scaricano applicazioni. Un risultato che dovrebbe fare piacere ai giornalisti: come sappiamo, ci sono testate che ricevono metà o due terzi dei ricavi dalla pubblicità.

La ricerca è stata fatta da Starch Digital su piú di 13 mila inserzioni pubblicitarie nelle edizioni per tablet delle riviste nella seconda metà del 2012. Circa 9.500 pubblicità avevano elementi di interattività. Metà dei lettori che hanno letto o notato queste inserzioni hanno poi interagito con le stesse. L’interesse maggiore è stato riscosso dalla comunicazione riguardante auto, moto, scooter.

Il Punto: trovare fonti di ricavo, e un modello di business, per i periodici del futuro.

Adage: successo della pubblicità interattiva sul tablet
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Mondadori France accelera sul digitale

L’articolo di Les Echos racconta, in sintesi, gli obiettivi di Mondadori France, in ritardo nel digitale.

L’amministratore delegato della società editrice spiega che al momento il digitale rappresenta solo l’1,9% del fatturato (ci sono editori tedeschi, primo Axel Springer, che sfiorano il 50%). Entro tre, quattro anni si vuole arrivare almeno al 10%. La redditività, sul digitale, è invitante.

« Les marges sont de 10 % à 12 % pour les éditeurs dans le print, quand elles atteignent 30 %, 40 %, voire 50 % sur certaines activités dans le numérique », a expliqué Ernesto Mauri.

Come raggiungere l’obiettivo? Lanciando siti di testate, proponendo app dei periodici, acquisendo società che fanno e-commerce o vendono servizi online.

Il Punto: lo sviluppo digitale dei periodici.

Les Echos: Mondadori France accelera sul digitale

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I periodici spiegati ai pubblicitari

I periodici reggono alla crisi della carta stampata meglio dei quotidiani. Questi sono a rischio di estinzione. I magazine, invece, conservano una maggiore presa sui lettori. La rapida diffusione dei tablet ha ricreato una prospettiva di sopravvivenza per settimanali e mensili. E la pubblicità sulle riviste rimane molto efficace. Un solo problema: gli inserzionisti lo sanno?

Questo il punto di vista di Marketing Mag che offre, con l’articolo riportato in link alla fine di questo post, alcuni spunti di riflessione. Naturalmente la discussione avviene in Australia, in Italia siamo invece travolti da una crisi che ha cause molto endogene, interne. E il tema di questi giorni è il tracollo della pubblicità nel 2012, scesa di quasi il 18% nel 2012.

Marketing Mag ragiona intorno al valore della pubblicità sui magazine. E gli inserzionisti, come sapete, sono una delle due gambe su cui si regge la sopravvivenza delle testate (l’altra sono le copie vendute. E qualche editore aggiunge i ricavi da oggetti allegati ai giornali).

I magazine, si spiega, conservano una grande efficacia per la pubblicità. Nei siti i lettori sono infastiditi da banner, finestre che si aprono all’improvviso, video sovrapposti per lunghi secondi sugli articoli da leggere o messi in testa a filmati.

Invece i periodici sono l’unico mezzo su cui la pubblicità viene guardata con lo stesso interesse degli articoli, e il fluire delle pagine di Vogue ha solo da guadagnare dalla presenza delle inserzioni degli stilisti.

Dov’è il problema? Perché sappiamo in quale pantano siano piantati, da alcuni anni, i nostri giornali.

Secondo Marketing Mag le nuove leve di pubblicitari e di venditori, tradizionalmente giovani, non sono cresciute con i periodici in mano. E non ne riconoscono il valore. A questo si sommano i tagli dei budget delle società, che se devono rinunciare a parte della comunicazione, sacrificano per primi i vetusti prodotti di carta.

Dimenticano che il Roi della pubblicità sulla carta (un indice di efficacia sul lettore: guardate il link sotto) è tra i più alti. E amplifica la sua portata se associato ad azioni promozionali parallele in tv e sull’online.

Come rispondere? Rieducando i pubblicitari, cioè chi lavora nelle agenzie.

Naturalmente tutto questo non basta. I giornali dovrebbero sviluppare la parte digitale, stabilire una relazione su base quotidiana con il lettore attraverso siti, facebook, twitter, mobile. E aumentare la presenza nell’area degli eventi, necessari per sostenere e diffondere i brand dei periodici, e per avere una nuova voce di ricavo. Ma questa è un’altra storia.

Il Punto: ragioni per essere ottimisti sul futuro dei periodici.

Marketing Mag: il valore dei periodici

Roi ( argomento di cui mi sono già occupato)

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Video: Hearst e il futuro dei periodici

I periodici sono stati i primi social media e s’integrano bene con Facebook e Twitter. Parola di David Carey, presidente di Hearst Magazines. Che in un’intervista a Bloomber spiega come i periodici possano rafforzare il legame con i lettori grazie ai tablet, ai siti, ai contenuti di alta qualità.

Riprendo un’intervista a David Carey, ex Condé Nast ed ex publisher del New Yorker, di cui questo blog si è spesso occupato. È stata realizzata 10 mesi fa ma conserva una sua attualità perché la situazione in cui si trovavano allora i magazine americani coincide con la situazione della stampa in Italia adesso. Vediamo giornali storici lottare per la sopravvivenza, dice la giornalista che intervista Carey, come potranno i periodici adattarsi al futuro?

Nelle risposte di Carey noto questi punti.

1) Il tablet ha dato ai lettori un’idea di dove andranno i periodici nel futuro. Mi par di capire che lo stesso effetto i tablet lo abbiano sui giornalisti: magari le copie digitali non compenseranno nell’immediato le perdite in edicola ma sappiamo qual è la strada da percorrere per ritrovare un senso come prodotto editoriale.

2) Nell’era di Facebook i periodici devono riscoprire una loro caratteristica originaria: essere stati i primi social media. Con argomenti che vengono letti e condivisi, discussi con gli amici, pagine strappate e fatte girare, raccolte, conservate. Social media e magazine stanno bene insieme.

3) La pubblicità non vuole abbandonare la carta. Ma chiede di poter fare campagne promozionali su tutti i mezzi, carta e digitale insieme.

4) Con i tanti contenuti gratuiti disponibili nella Rete i periodici, spiega Carey, hanno il coraggio di proporre applicazioni a pagamento al lettore. Questo è possibile perché le applicazioni dei magazine sono prodotti premium, di alta qualità, arricchiti con video, animazioni, grafica (leggete anche questo post di Futuro). Ma l’accesso ai siti resterà gratuito.

5) Tra cinque, dieci anni ci saranno ancora i giornali di carta? Guardate il video.

Il Punto: cosa pensano del futuro dei magazine i protagonisti dell’editoria periodica.

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Le sfide di Bauer, editore di periodici leader in UK

Bauer Media è il principale editore di periodici (consumer magazine) in Gran Bretagna. Un pezzo di The Guardian, che riporto in link alla fine di questo post, fa il ritratto della società. E aggiunge alcune annotazioni saporite anche per il lettore italiano. Si capisce sulla base di quali parametri deve essere giudicato oggi un editore di periodici.

Bauer, editore tedesco che gioca su una scacchiera mondiale, tanto da aver acquistato la scorsa estate il principale editore di periodici dell’Australia, brilla in Gram Bretagna per due titoli: Closer, lanciato nel 2002, fatturato 9 milioni di sterline; Grazia Uk, pubblicato dal 2005, settimanale che ha ricavi, si stima, per 4/5 milioni di steline.

Complessivamente la società, che ha il quartier generale ad Amburgo, edita 56 periodici e raggiunge 19 milioni di lettori ogni settimana.

Paul Keenan, chief executive di Bauer Media in inghilterra, ha dichiarato che la priorità per il Gruppo è lo sviluppo digitale per i brand  principali. A partire dalla app di Grazia.

«La carta stampata continuerà a essere un media che coinvolge la gente con degli interessi, delle passioni. Svilupperemo i nostri prodotti di carta ma li circonderemo con estensioni digitali che li rendano ancora più coinvolgenti e completi».

Invece Douglas McCabe, un analista dei media, ha commentato in questo modo, per The Guardian: «Il principale problema per Bauer è come intendono affrontare la partita del mobile in un mondo in cui la diffusione di smartphone, tablet ed e-reader, cresce proprio nel territorio in cui Bauer è più forte: il mass market».

Nell’articolo c’è una scheda con i principali dati di bilancio di Bauer.

Il punto: cosa deve fare un editore di periodici per restare a galla e prosperare nel mondo digitale.

The Guardian: Bauer, editore di Grazia Uk

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