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Se il digitale inizia a (ri)pagare – Lo scenario dei media secondo l’Economist

Da più parti ripreso l’articolo dell’Economist «Counting the Change», «Misurando il cambiamento».

Descrive le trasformazioni subite dai media e dall’industria dell’intrattenimento nel passaggio al digitale. Riguarda i giornali, i libri, il cinema, la musica, la televisione.

Aiuta a comprendere che i cambiamenti della stampa s’inseriscono in un quadro più grande. E avere presente il contesto serve, come sempre, a dare un senso alle cose. A non smarrirci. A non subire a occhi chiusi gli eventi e, dunque, ad avere meno paura.

L’articolo è un fermo immagine, perché la trasformazione è così radicale che è difficile dire quale direzione, velocità, impeto prenderà anche solo tra pochi mesi.

Mi sembra un buon riferimento per la seconda metà del 2013. E il settimanale economico-finanziario britannico pone la questione che, giudicando dal mio piccolo punto di vista, può guidarmi negli avvenimenti, notizie, problemi dei prossimi mesi.

Ma per creare la cornice bisogna lavorare per sottrazione. Dobbiamo ridurre, sfrondare, eliminare, fare a meno di tanti, troppi numeri, dati, termini tecnici, gergo economico, manageriale, da esperti. (Esperti che in questo blog non sono presenti, non scrivono, non intervengono).

Dunque l’Economist prova a dirci dove siamo arrivati.

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La crisi della raccolta pubblicitaria nei media – Indagine globale di Nielsen

Che l’Europa fosse il malato dell’economia lo si sapeva. I dati sugli investimenti in pubblicità nei media conferma che la carta stampata degli editori europei è ancora nell’occhio del ciclone. Ed escono i dati sui primi sei mesi in Italia di Osservatorio Stampa Fcp: calo sulla carta stampata del 24,4%, periodici -26,1%.
L’articolo di Mediapost (riportato in link alla fine di questo post) riporta i dati dell’istituto Nielsen sul primo trimestre del 2013.
Solo nella televisione (e su Internet)  c’è una raccolta pubblicitaria in moderata crescita a livello globale: +3,5%.
Ma in Europa anche quest’area è in sofferenza e perde il 2,9%.
Nel mondo, la pubblicità è in declino sulla carta stampata, con i periodici giù del 2,8%, i quotidiani addirittura del -4,7%.
Nei periodici, la diminuzione riguarda soprattutto Europa, l’area dell’Asia sul Pacifico, l’America Latina, Medio-Oriente ed Africa.

La radio è scesa dello 0,2%. Il cinema del 5,8%.
Solo Internet, con la pubblicità display, ha una crescita, anche in Europa, dove c’è un incremento superiore al 10%.

Ma qual è il rapporto di forza tra media? La tv ha una fetta di mercato dominante, come in passato, pari al 59%. Seguono i quotidiani al 18,3%, i periodici al 9,4%, la radio al 5,5%, Internet al 4,4%, il cinema 0,3%.
Questa e’ una fotografia del pianeta. Perche’ sappiamo che in Italia, invece… (in link i dati del primo semestre 2013 sulla carta stampata).

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Dimmi dove va la pubblicità dei giornali

Va sempre più verso la televisione.

Il Global AdView Plus Report di Nielsen conferma il declino della raccolta pubblicitaria sula carta stampata, sia nei quotidiani sia nei periodici, calati rispettivamente, a livello globale, dell’1,6 per cento e dello 0,2 per cento. Anche se, si legge, rimangono pur sempre il secondo e terzo settore per gli investimenti in pubblicità, con, rispettivamente, una quota del 20 per cento e una dell’8 per cento.
In Italia è confermato un calo della raccolta sui periodici del 21,6 per cento.

Internet è cresciuto del 10 per cento (nello stesso periodo).

Ma nell’era digitale regina incontrastata della pubblicità rimane la tv, che ha una quota del mercato pari al 63 per cento. Confermando, dunque, di essere considerata il mezzo di gran lunga più efficiente e di maggiore impatto sul pubblico.

The Drum: dove va la pubblicità.

Futuro dei Periodici

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Ricerca negli Usa/ Perché i periodici sono ancora necessari

Dicono che alla gente i settimanali e i mensili non interessano più. Dicono che la pubblicità se ne va su altri media, da internet alle televisioni digitali. E non lo sapete che i ragazzi, come mio figlio di 16 anni, non leggono più i giornali? Mentre i newsmagazine sono formule informative morte e defunte.

C’è del vero in tutto questo, come il mio blog ha chiarito (innanzitutto a me stesso) attraverso 100 e più post con notizie, studi, commenti sulla crisi della carta stampata.

Ma quando alle considerazioni delle persone preparate si somma il coro di quelli che la sanno sempre più lunga (ma non sanno niente e sono solo dei pappagalli), pronti a bastonare il corpo caduto a terra, viene voglia di reagire. Non si lincia chi è in difficoltà. E state attenti alla reazione fiera di qualcuno che ha dato molto.

Veniamo al dunque. I magazine possiedono ancora una forza di attrazione per i lettori e per i pubblicitari. La natura di questo medium è unica e non ancora eguagliata dal nuovo che avanza.

Lo ricorda e spiega uno studio pubblicato nella prima parte del 2012 dall’Association of Magazine Media (Mpa), associazione degli editori di periodici statunitensi (175 editori, 900 pubblicazioni): Magazine Media 2012/2013. C’è una componente autopromozionale nei dati e nei commenti che sto per riportare. Ma aiutano a capire che i periodici sono un prodotto che conserva caratteristiche utili a molti. Sia i giornali di carta sia i “pidieffoni” (le copie in pdf dei giornali scaricabili online) sia le versioni digitali più o meno originali.

Perché i magazine sono efficaci?

Perché il lettore spende in media 41 minuti su ciascun numero di una rivista: strabiliante. I contenuti e la pubblicità vengono “assorbiti” più in profondità che su altri mezzi.

I consumatori si fidano dei periodici e la pubblicità pubblicata su questi giornali è ritenuta più credibile di quella televisiva, radiofonica o di internet.

I magazine sono un medium universale: il 92% degli americani legge periodici, inclusi i millennials, i giovani nati negli anni Novanta o subito dopo.

Legge periodici il 92% degli adulti.

Legge periodici il 95% degli under 35.

E, udite udite, legge periodici il 96% dei giovani sotto i 25 anni. LEGGE PERIODICI.

L’età media dei lettori di periodici è vicina all’età media degli americani (45.8 anni).

Utenti di Internet: 41,4 anni.

Radio: 44,4 anni.

Periodici: 44,8 anni.

Televisione: 46,6 anni.

Quotidiani: 48,2 anni.

Ancora sui giovani. Sono coloro che consumano con maggior frequenza i periodi.

Ai pubblicitari interesserà sapere che (ma lo sanno già, anche se fanno finta di no, in questo periodo in cui si possono pretendere sconti incredibili sulle tariffe):

i 25 periodici più letti e diffusi degli Usa raggiungono più adulti e teenager della televisione; quando esce un numero del giornale, il numero di lettori che lo sfoglia continua a crescere per molti giorni (l’esperienza di lettura, e la ricezione della pubblicità, non si ferma nei primi giorni ma va avanti per almeno 10 giorni, e il messaggio produce effetti su un arco di tempo lungo); i lettori non vanno mai in vacanza e il numero rimane nei 12 mesi più costante che per la televisione, la radio, internet (i cali stagionali sono contenuti).

M’interessa perché: 1) i periodici conservano una ragione d’essere; 2) facile sparare su chi sta male, ma tante presunte verità sui periodici, entrate nei discorsi di tutti i giorni, sono forse luoghi comuni.

Il punto: capire se i periodici sopravviveranno, e conserveranno un interesse e un’utilità, dopo la crisi economica e con la transizione al digitale.

Mpa: factbook 2012/2013

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