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L’addio di Tina Brown – E dell’epoca d’oro dei magazine?

Tina Brown, 60 anni, inglese, una delle primedonne del giornalismo americano, storico direttore di New Yorker e Vanity, discussa (e odiata per il protagonismo. Ma anche a causa del maschilismo dell’ambiente giornalistico), lascia il Daily Beast. È lo spunto per riflettere sul destino dei periodici.

TINA BROWN, ADDIO Se ne parla su paidContent, lo fa Mathew Ingram, il quale trasforma la notizia dell’addio di Tina Brown a The Daily Beast (società e sito giornalistico digitale, che ha appena venduto Newsweek) in una riflessione sulla fine di un certo stile di direzione nei giornali. E sul declino di un certo mondo, quello dei periodici patinati.

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Andrew Sullivan, i blog e la qualità dei giornali

Uno dei più noti blogger degli Stati Uniti, Andrew Sullivan, lascia The Daily Beast/Newsweek, torna in proprio e adotta il paywall. Paghino i miei lettori, dice, perché avere pubblicità è più un problema che un vantaggio. Secondo Ken Doctor, autore di Newsonomics, la scelta di Sullivan conferma che i giornali digitali devono vivere soprattutto dei ricavi da abbonamenti e copie vendute.

Ken Doctor, Andrew Sullivan, sono due nomi noti per chi si occupa di editoria negli Stati Uniti.

Il primo è un ex giornalista, consulente, esperto di media e autore di un citatissimo studio sull’editoria dell’era digitale, Newsonomics. Scrive anche per il prestigioso Nieman Journalism Lab, da dove riprendo alcune riflessioni per questo post.

Il secondo, Sullivan, è il blogger del momento. Il suo The Dish mescola politica, commenti alle notizie del giorno, riflessioni sulla società americana, suggestioni culturali, concorsi per i lettori (famoso View from my Window, foto scattate dalla finestra di casa) e momenti di relax. Una formula di straordinario successo, una voce unica, una mente stimolante, di un inglese trapiantato negli States, studi a Oxford, coinvolto in politica già nell’Inghilterra della Thatcher, cattolico, omosessuale dichiarato, voce repubblicana fuori dai ranghi in America, penna prima del New York Times Magazine, poi di Atlantic, infine blogger seguitissimo che entra nella eccentrica casa editrice che mette insieme Newsweek e The Daily Beast. Date un’occhiata ai suoi post, a volte anche un’infografica, una delle numerose che potere vedere ogni giorno, aiuta a inquadrare un tema. Anche le foto colpiscono.

Andrew Sullivan, lo staff di Daily Dish e i beagle simbolo del blog

Andrew Sullivan, lo staff del Dish e i beagle simbolo del blog

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Perché dobbiamo pagare per leggere le notizie online

Riprendo dal blog The Dish di Andrew Sullivan, che fa parte del sito di informazione giornalistica The Daily Beast (il giornale appartiene alla stessa società che edita Newsweek: The Newsweek Daily Beast Company), un post di due giorni fa sulla necessità di far pagare l’accesso ai contenuti dei siti giornalistici. Il confronto su questo tema è ripreso in questi giorni negli Stati Uniti dopo la notizia che il Washington Post si appresta a introdurre un paywall (il meccanismo per cui i visitatori del sito pagano).

La tabella che segue è la premessa di qualsiasi riflessione sull’argomento. Cliccateci sopra e ingranditela.

Ricavi pubblicitari quotidiani

Ricavi pubblicitari quotidiani

Si vede come è andata la raccolta della pubblicità nei quotidiani americani dal 1950 a oggi. Nell’ultimo tratto (gli ultimi 10 anni) viene aggiunta la curva rossa, che indica i ricavi pubblicitari complessivi dei giornali, inclusi quelli della raccolta di inserzioni nel sito della testata. La situazione non cambia di molto: è e rimane un disastro. Da questa amara constatazione, amara realtà, nasce la necessità per i quotidiani di trovare altre fonti di ricavo, pena la chiusura delle pubblicazioni. Agli editori non rimane che cercare di far pagare agli utenti di internet l’accesso al sito con le notizie. Naturalmente, come molti di voi sapranno, i meccanismi di paywall adottati sono intelligenti, e permettono ai visitatori meno assidui, o ai nuovi arrivati, di avere un assaggio dell’offerta informativa senza dover sborsare un centesimo (questo sistema si chiama meter). Per chi invece fa più di 10 o 20 visite al mese, scatta l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento o di acquistare i “pezzi”. Questa soluzione viene oggi presa in considerazione anche da The Daily Beast.

Nel post ci sono altre considerazioni sulla pubblicità. Si riportano le parole di The Economist, nel quale si è spiegato che i dollari della pubblicità sul digitale non riusciranno mai a compensare le perdite nella raccolta dei giornali di carta. Un problema a cui gli editori non hanno saputo trovare una soluzione nei 18 anni di attività digitali fin qui portate avanti. Di conseguenza i quotidiani dovranno in futuro essere meno dipendenti dalla pubblicità. Tradizionalmente la raccolta pubblicitaria ha contribuito per l’80% ai guadagni dei giornali americani. Mentre oggi il New York Times riceve il 55% dei ricavi  dalle diffusioni (le copie vendute in edicola o abbonamento). Nel 2001 era solo il 29%. Chiaramente cambia tutto, bisogna trovare un nuovo equilibrio tra spese e ricavi, o altre fonti di ricavo.

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