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Lo Spin-Off Dei Periodici di Time Inc

Va seguita la traiettoria del principale editore di periodici negli Usa. Time Inc pubblica 95 testate. E il 6 giugno questa divisione del Gruppo Time si separerà, farà uno spin-off dalle altre attività (tv e cinema). Per correre da sola in Borsa. Una manovra difensiva

Seguo da tempo la parabola di Time perché è uno specchio per capire quel che accade in Italia (mutatis mutandis). La preannunciata separazione è stata messa in calendario: la casa editrice di Time, con i suoi 95 giornali (23 negli Usa), si separerà il prossimo 6 giugno dalle altre attività del gigante dei media, Time Warner.

Un cambiamento epocale. Una rivoluzione che getta luce sulla nuova condizione della carta stampata periodica.

La scelta, secondo Usa Today, è stata fatta per evitare che il declino della carta stampata possa trascinare verso il basso il valore di una società che si occupa di entertainment, cinema, televisione. Attività, queste, che garantiscono margini di guadagno superiori e prospettive di crescita o tenuta. Mentre sul futuro dei periodici pendono mille incognite. E di sicuro c’è la sfida del passaggio a un mondo dei media in cui il digitale impone una ridefinizione del business.

In Time Inc si giustifica l’operazione dicendo che essa garantirà una maggiore flessibilità nel gestire la crisi e la capacità di focalizzarsi meglio sul business.

Ricapitolando le vicende della società.

In febbraio sono stati annunciati 500 licenziamenti nel settore dei periodici di Time.

Poco più di un anno fa è finito in un nulla di fatto il tentativo di vendere una parte delle riviste della casa a Meredith, editore di femminili e giornali di cucina e di servizio ora in grande evoluzione e di successo.

Time ha chiuso il primo trimestre con fatturato in crescita dell’1%, ma solo grazie all’acquisizione di alcune testate non presenti un anno fa nel portafoglio. La raccolta pubblicitaria è rimasta piatta.

Le perdite operative sono passate da 9 milioni di dollari a 120 milioni di dollari.

La società spiega in questo modo lo spin-off del 6 giugno:

We are exposed to risks associated with the current challenging conditions in the magazine publishing industry. We have experienced declines in our print advertising revenues due to both shifts by advertisers from print to digital and weak domestic and global economic conditions, which have also adversely affected our circulation revenues.

Siamo esposti ai rischi associati con la difficile congiuntura del mercato dei periodici. Abbiamo registrato un calo nei ricavi pubblicitari dei giornali dovuti sia al passaggio della pubblicità dalla carta al digitale sia alla crisi economica nazionale e globale, che ha intaccato i ricavi dalle diffusioni.

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Editori Che Rivedono il Business

Le notizie: in questi giorni editori di periodici in Germania e negli Usa comprano tv. O si preparano a separare il business della carta stampata da altri della casa: tv, cinema, entertainment

Il dubbio sarà venuto anche a te: c’è una corsa a sbarazzarsi dei periodici? Oppure gli editori rilanciano alla grande?

PARAGONI Me lo sono chiesto la prima volta in una certa libreria. Un posto dove non tantissimo tempo fa si vendevano libri e cd. Ma negli anni i cd, ormai offerti a prezzi stracciati, sono stati sfrattati dal piano nobile e infilati nei corridoi dell’ingresso, per gli acquisti d’impulso. I libri hanno conservato il loro spazio. E nelle aree rimaste vuote sono oggi esposti televisori, tablet, smartphone, elettronica di consumo. Prodotti che fanno guadagnare di più. Il business cambia. E una libreria diventa megastore.

Torniamo ai periodici. In questi ultimi anni abbiamo visto editori chiudere e vendere riviste. Vendere giornali locali. Per investire di più nel quotidiano della casa. Per investire nei titoli forti. Per investire nel digitale (come Axel Springer). Per investire nella tv.

LA CARTA STAMPATA Anche Time Warner Inc., il più grande editore americano di periodici, che pubblica Time, Sports Illustrated, Fortune, People, si prepara a separare la carta stampata dagli altri business (tv, cinema, entertainment). Time Inc, il ramo che fa riviste, diventerà una public company quotata in Borsa (dunque potenzialmente scalabile, acquistabile da altri).

La notizia di questi giorni è che la scissione avverrà più tardi del previsto, nella seconda parte del 2014.

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«Good Corp, Crap Corp» – Parte buona e parte “cattiva” dei giornali

Un articolo dell’Economist riflette sul fenomeno delle media company, quelle con giornali, tv, cinema, che decidono di scorporare la carta stampata dalle altre attività. Isolandola, concentrandola, ipotizzando di venderla, tentando di rilanciarla.

Prima di dire cosa scrive l’Economist, vorrei riprendere un passaggio. Quello che riporta un pensiero fatto dagli analisti di Borsa quando si scorporano i giornali. Pensano che si formino due società:

(…) impending spin-offs of News Corp’s newspapers and Time Warner’s magazines have made journalists gloomy. The scribblers fret that they are being consigned to dead-end companies—a fear hardly soothed by analysts who refer in private to “Good Corp” (new media) and “Crap Corp” (print).

(…) gli spin-off dei quotidiani di News Corp’s e dei periodici di Time hanno depresso i giornalisti. Gli scribacchini temono di entrare in compagnie moribonde, per niente confortati in questo da analisti che, in privato, parlano di “Good Corp” (società buona: i New media digitali) e “Crap Corp” (società di cac..: la stampa).

Si tiene il cash, si butta il trash.

Ma l’articolo non è negativo. Anzi. Si racconta di come in altri ambiti la scissione dei business abbia fatto bene alle attività un tempo aggregate. Si racconta la storia di ITT, uno dei maggiori conglomerati al mondo, presente in aree diversissime, dal noleggio d’auto (Avis) alle banche (Wonder Bread) agli hotel (Sheraton). Di come la separazione abbia giovato a tutte le divisioni, con una maggiore valorizzazione del management, nuovi brand, più chiarezza nelle strategie. Anche la Borsa ha apprezzato, perché le attività sono più focalizzate.

Il Punto: come cambiano i grandi editori.

The Economist: l’arte dello spin-off.

.economist

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L’Era di Google: dove e quanti soldi investe la pubblicità sui media digitali

Dove e quanto la pubblicità investe nei media digitali. Ovvero, l’Era di Google: presto il gigante di Mountain View supererà News Corp e diventerà il primo media per raccolta pubblicitaria nel mondo.

Sir Martin Sorrell, Ceo di una delle tre maggiori società internazionali di pubblicità, la WPP, ha spiegato mercoledì 24 aprile alla FT Digital Media Conference di Londra dove e quanto investe in pubblicità. Dove viene speso il budget di cui dispone.

Sorrell ha precisato che il digitale rappresenta il 34% degli investimenti della società da lui fondata. Pari a 72 miliardi di dollari.

«Da zero a più di un terzo degli investimenti in dieci anni: è l’Età di Google» ha commentato il Ceo di WPP.

Ma dove vanno i soldi? Vediamo i dati sugli investimenti di WPP nell’ultimo trimestre.

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L’uomo che vuole tagliare la pubblicità sulla carta stampata

Sir Martin Sorrell è una persona piuttosto influente: capo esecutivo (Ceo, in gergo) di WPP, una delle tre maggiori società di pubblicità e pubbliche relazioni a livello mondiale, quando parla gli altri ascoltano con attenzione. E magari si adeguano.

Il Guardian riporta alcune affermazioni del capo di WPP fatte mercoledì 24 aprile a FT Digital Media Conference di Londra.

Sorrell dice che gli investitori pubblicitari dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di tagliare gli investimenti nella carta stampata. E ha accusato Google, Facebook e Twitter di essere degli editori, delle media company, mascherate da società di tecnologia.

Considerazione di Sorrell n.1. C’è una grande discrepanza tra le somme investite in quotidiani e periodici e il tempo che la gente spende su questi media. Troppi investimenti in rapporto al tempo.

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I periodici hanno ancora senso. Ma non sono più un grande affare

Frasi celebri.

Things have changed. “Magazines are still a great experience; they just haven’t been a great business,” said Michael Wolf, CEO of Activate, a consultancy that works with Condé Nast.

Le cose son cambiate. “I periodici hanno ancora un senso; è solo che non sono più un grande affare”, dice Michael Wolf, Ceo di Activate, società di consulenza che lavora per Condé Nast.

(A proposito del significato della vicenda Time Inc., il maggiore editore americano di riviste, che tre giorni fa ha deciso di scorporare le attività editoriali dalla società principale, Time Warner (centrata sul cinema e la tv), per farne una compagnia autonoma che corre da sola a Wall Street).

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Perché Time Warner si sgancia dai periodici (una storia anche italiana)

Perché Time Warner si separa dai giornali che sono all’origine della sua storia di successi? Me lo chiedevo mentre stavo scrivendo, ieri mattina, la prima versione di questo post. Mi sono fermato.

Perché dare una notizia che già altri 200 blog e siti d’informazione stavano mettendo in link, traducevano e in sostanza copiavano dai siti dei giornali americani? Perché lasciarsi scivolare nella pozza delle notizie diventate commodity, tutte uguali, in definitiva irrilevanti?

Anziché riportare un fatto che di lì a poche ore sarebbe stato noto a chi s’interessa di media, sarebbe stato molto più utile, innanzitutto a me stesso, trovare una chiave di lettura. Una fiammella per gettare un po’ di luce su quel che sta succedendo nel mondo dei periodici.

Penso che la spiegazione più coerente dell’intera vicenda, e interessante per noi italiani, sia quella di Daniel Gross, penna di Newsweek e The Daily Beast.

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Perché proprio adesso negli Usa i giornali passano di mano

Se alcuni grandi editori americani vendono le loro testate non è solo perché c’è un fuggi fuggi dalla carta stampata, per qualcuno condannata al declino dai media digitali. Un’altra chiave di lettura può aiutare a capire perché proprio adesso molti giornali americani siano sul mercato. Se c’è chi vende, c’è anche chi compra.

L’articolo di Usa Today fa il punto sui casi aperti negli Stati Uniti.

Time Inc. vende 21 testate su 24, conservando soltanto Time, Fortune e Sport Illustrated. Le risorse della società vengono concentrate dunque sulle altre attività, quelle di Time Warner, il cinema su tutte.

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Ipc Media: tagli anche per il grande editore inglese

Ipc Media è il principale editore di settimanali e mensili in Gran Bretagna, 60 titoli tra cui Marie Claire, InStyle, e prodotti molto di nicchia, da Country Life alle riviste sulle fotocamere digitali, al giardinaggio.

The Guardian ne parla nella rubrica settimanale sui media perché la casa editrice che ha gli headquarters sulle rive londinesi del Tamigi fa parte del network internazionale di Time Inc., il colosso americano dei magazine che starebbe trattando la vendita di 21 testate, praticamente tutte tranne Time, Fortune e Sport Illustrated. Un affare da oltre 2 miliardi di dollari che vede come potenziale acquirente Meredith.

I dipendenti inglesi, che già due settimane fa hanno ricevuto l’annuncio che l’azienda vuole tagliare 150 posti, equivalenti all’8% dei giornalisti, temono altri interventi. Ma la cosa più interessante dell’articolo riguarda l’analisi di come va il business della casa editrice, e il giudizio che se ne dà.

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