Archivi tag: transizione digitale

Wired (Usa) sposa la filosofia del digital first

Wired Usa, mensile su tecnologia e internet, sta sviluppando una strategia editoriale che mette al primo posto il digitale. Il tentativo, attraverso le nuove piattaforme e la carta, è di dare al lettore contenuti diversificati e sempre aggiornati.

Questo di Ad Week è un pezzo che mostra come possono cambiare le strategie di pubblicazione di un pezzo quando un editore possiede piattaforme e tecnologie diverse per diffondere i contenuti giornalistici. Si capisce anche che diventa rilevante scegliere dove fare uscire prima un articolo. Web, edizione per tablet, facebook o giornale di carta? È come suonare sulla tastiera di un pianoforte.

In passato gli editori di periodici hanno pubblicato su carta. Poi, magari dopo aver ritirato dalle edicole i giornali, facevano uscire il pezzo sul sito. Fruizione gratuita. Ma da qualche tempo c’è la possibilità di dare al lettore una copia digitale del giornale, che è la replica della carta. Ma si possono fare scelte diverse, come ha deciso Wired, mensile di tecnologia e stile di vita digitale di Condé Nast, nella edizione americana.

Nel caso preso a esempio da Ad Week, Wired vuole raccontare la presentazione di un nuovo strumento messo a punto da Facebook per i suoi social utenti, un nuovo elemento per la ricerca degli amici chiamato Graph Search, su cui è stato sollevato il velo in un evento promozionale.

Anziché attendere un mese per dare ai propri lettori un articolo sul giornale in edicola, Wired ha fatto uscire il pezzo sul sito del giornale non appena si è concluso l’evento organizzato da Facebook. Una versione interamente concepita per il digitale dell’articolo sarà inoltre presente nel numero di febbraio della edizione per tablet del giornale, che uscirà martedì 22 Febbraio, inaugurando un nuovo calendario di pubblicazione che vede Wired per tablet rilasciato con cinque giorni di anticipo rispetto all’edicola. L’articolo non sarà invece contenuto nel giornale di carta.

Questa nuova strategia editoriale – rilasciare articoli legati all’attualità sulle piattaforme digitali, piuttosto che dare la precedenza alla carta – è portata avanti dal nuovo direttore di Wired, Scott Dadich. Il quale non è preoccupato dal pensiero di non fare uscire certi articoli nel giornale per l’edicola.

«We’re really focused on delivering more content wherever we’re able to, and when there is a physical limitation (perché il giornale è appena stato stampato) we think digital presents a value proposition for our readers».

«Siamo interessati a fornire più contenuti ovunque sia possibile e se c’è una limitazione fisica, perché siamo in ritardo con la carta, pensiamo che il digitale sia una creazione di valore per il lettore».

Non preoccupa neppure che l’edizione per tablet esca con cinque giorni di anticipo e danneggi la carta: semplicemente si dà di più ai lettori che, attraverso la sottoscrizione di un abbonamento digitale, si dimostrano più impegnati e fedeli al giornale».

  «This is really about giving more value to the readers who commit to us in the form of a subscription».

Il direttore di Wired vuole insistere in questa direzione, conservare la filosofia del digital-first, anche quando si tratta di pubblicare articoli “stand-alone”, acquistabili separatamente, come se fossero degli e-book; o quando si aggiorna una storia nell’edizione per tablet dopo che è stata rilasciata (avvisando i lettori con l’invio di un messaggio).

Il punto: come i periodici possono continuare a fare approfondimento senza essere “bruciati” dalla velocità dell’informazione digitale.

adweek: Wired sposa la linea digital first

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L’offerta digitale di Economist

Economist vende 1 milione e mezzo di copie. Ma prevede un calo delle diffusioni. Cresce dunque l’attenzione all’offerta digitale della testata. Che oggi conta 150 mila abbonati digital-only.

Parla il direttore del digitale di Economist, Tom Standage, per il quale il calo delle diffusioni cartacee del giornale, circa un milione e mezzo di copie, è inevitabile. Va messa in conto e anticipata con mosse di sviluppo nel digitale.

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Dal digitale metà della pubblicità raccolta da Wired (Usa)

La pubblicità raccolta sul digitale da Wired è il 50% del totale. In tutto il 2012 la media è stata del 45%. Un segnale incoraggiante per gli editori che guardano ai siti delle testate e alle edizioni per tablet come una fonte per bilanciare le perdite sulla carta.

La notizia è uscita ieri su Advertising Age (l’articolo è riportato in link alla fine di questo post) ed è contornata da altri dati importanti per portare avanti una riflessione sulla transizione al digitale nei periodici. Dunque Wired raccoglie metà della pubblicità sul digitale negli ultimi tre mesi del 2012, la media dell’anno è stata 45%. Era solo il 10% nel 2006.

Altri dettagli interessantissimi. Il 90% della pubblicità digitale è sul sito di Wired e dal tablet proviene solo una piccola quota. Troppo presto. E le pagine di pubblicità sul giornale di carta sono diminuite del 5,7% nel 2012. Ma Condé Nast precisa che la crescita nel digitale non deriva dal calo sulla carta, non è una illusione contabile.

Allargando il campo, Ad Age riferisce che The Atlantic, testata di cui si è parlato in Futuro dei Periodici per la coraggiosa scelta nel digitale, ha fatto meglio di Wired, arrivando al 59% della raccolta pubblicitaria sul digitale. Ma quest’ultimo, magazine del gigante dell’editoria Condé Nast, ha numeri più grandi dell’Atlantic, con diffusioni da 800 mila copie e 885 pagine complessive di pubblicità, contro le 450 mila copie e 463 pagine dell’Atlantic.

Howard Mittman, VP-publisher di WiredMittman, usa una metafora eloquente e raccapricciante insieme: «Possedere un giornale di carta non significa necessariamente che ci sia un peso analogico legato intorno al tuo collo tecnologico». Un quadro più ampio è stato tracciato nel pubblicato oggi su Futuro dei Periodici.

Advertising Age: metà pubblicità Wired è digitale.

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Chiusure di testate: chi ha ucciso Newsweek?

Sulla chiusura del settimanale americano si confrontano due scuole di pensiero. Chi punta il dito contro la scelta editoriale di fare un “magazine di idee”. E chi dà la colpa a Internet e alle trasformazioni strutturali del mondo della comunicazione.

L’articolo di Owen Matthews su The Spectator (potete leggerlo andando al link in fondo a questa pagina) riapre il confronto sull’Whodunit, chi è l’assassino di Newsweek, il settimanale d’informazione nato 79 anni fa, che dall’1 gennaio 2013 esisterà solo come applicazione digitale (e sito appoggiato a The Daily Beast).

Si contrappongono la lettura di Matthews e quella dell’ultimo direttore di Newsweek, Tina Brown, cresciuta a Vanity Fair, a molti invisa per lo stile disinvolto con cui ha trattato il giornale dopo averne ricevuto la guida.

LINEA SBAGLIATA. In soldoni. Matthews, ex penna di Newsweek, crede che la responsabilità del crollo di Newsweek sia da attribuire alla linea editoriale delle ultime direzioni. Dal 2006 è prevalsa l’impostazione che ha relegato in secondo piano il deep reporting, la ricerca e scavo delle notizie, per dare via libera al “magazine of ideas“.

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Scenari 5/ Crescita lenta dei periodici nel digitale

Gli editori americani si interrogano su come fare profitti con il digitale e fanno previsioni: il 20 per cento crede che entro il 2014 riceverà da siti web, applicazioni per smartphone e contenuti per tablet ricavi pari al 25 % del fatturato pubblicitario complessivo della compagnia.

I dati sono tratti dal Digital Publishing Survey 2012 di The Alliance for Audited Media (Aam), l’organizzazione che si occupa di certificare le copie di giornali vendute negli Stati Uniti. Si viene a scoprire che:

1) La maggior parte degli editori americani offre contenuti per tablet e smartphone. Ma non sempre si chiede all’utente di pagare per questi prodotti.

Il 56 per cento degli editori fa pagare per i contenuti specificamente studiati per iPad, il 42 per cento per iPhone, il 38 per cento per i contenuti per il Kindle… (nel Rapporto trovate i dati completi).

2) Naturalmente i contenuti a pagamento non possono essere l’unica fonte di guadagno. Perché sul digitale vi sia un modello di business, confermano gli editori sentiti per questo studio, le fonti di ricavo devono essere due: contenuti e pubblicità.

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Scenari 6/ Nei giornali la carta conta ancora

Infine, la carta: per gli editori americani i giornali di carta rimangono indispensabili nell’offerta al lettore. Non si può rinunciare a quotidiani e periodici tradizionali.

Il Digital Publishing Survey 2012 di The Alliance for Audited Media (ex Audit Bureau of Circulations, l’Ads del Nord America), per cui sono stati sentiti i principali editori di quotidiani e periodici, arriva alla conclusione che della carta non si può fare a meno.

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Scenari 4/ I quotidiani hanno siti a pagamento, i periodici no

Gli editori americani hanno deciso di far pagare per i contenuti gionalistici digitali: il 2012 è stato l’anno del paywall.

Non c’è solo il caso, ormai da storia del giornalismo, del New York Times: moltissimi quotidiani hanno adottato nel 2012 il paywall. Lo dice il Digital Publishing Survey 2012 di Aam, l’organizzazione che fornisce dati certificati sugli editori di quotidiani e periodici americani. Si mette fine all’epoca in cui i contenuti giornalistici venivano offerti gratuitamente ai lettori. Un errore, per molti, perché si sono abituati gli utenti a considerare le notizie alla pari di commodities, servizi per cui è giusto non pagare. Sta emergendo dunque un sistema di prezzi per il digitale, tagliato sulle nuove modalità di distribuzione dei contenuti.

Passando ai numeri, il 48 per cento dei quotidiani ha adottato un paywall e fa pagare. Tra gli editori che non lo fanno ancora, il 44 per cento conta di adottare un paywall nei prossimi due anni.

Solo una piccola parte dei periodici (il 22 per cento) ha il paywall sul sito: i periodici devono puntare sulle app?

Far pagare per i contenuti stabilizza il numero di copie vendute dei giornali. Dare i contenuti gratuitamente taglia le gambe a qualsiasi modello di business. Queste alcune conclusioni del Rapporto.

Gli editori americani adottano il paywall

Leggete il rapporto completo in inglese di Aam nel link qui sotto oppure guardate la serie di post che ho dedicato al 2012 Digital Publishing Survey.

AAM: 2012 Digital Publishing Survey

AAM 2012 Digital Publishing Survey

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Nieman Reports/1 – Come gli editori possono salvarsi

Nieman Reports. Una lettura rapida che consiglio a tutti. Ai giornalisti, perché fa capire cos’hanno in mente gli editori. E a chi i giornali li fa (se già non conosce questo testo), per invitalo a chiedersi se la ricetta proposta possa andar bene per i periodici e in Italia.

Sto parlando dei Nieman Reports, uno studio pubblicato dalla Nieman Foundation for Journalism dell’Università di Harvard.

L’autore è Clayton M. Christensen, docente alla Harvard Business School. Studioso di organizzazione aziendale, scrittore di bestseller, Christensen si è ritagliato il ruolo di superesperto che insegna alle aziende dei settori in crisi a reinventare il proprio business rispondendo alla sfida di nuovi, agguerriti, dirompenti competitor.

Tanto per spiegar meglio, Christensen in questo Rapporto si è occupato dell’industria dell’informazione per capire come gli editori possono rispondere alla sfida mortale lanciata da nuovi soggetti e, più in generale, dalla transizione al digitale. I nuovi arrivati sono, tra gli altri, l’Huffington Post, aggregatore di news, e BuzzFeed. «Questi siti fatti di notizie copiate e foto di gatti non potranno mai competere con il giornalismo di qualità» dicevano l’editore e i redattori di Newsweek. Sono le stesse, consolatorie risposte che si davano i costruttori di automobili statunitensi quando arrivarono le auto giapponesi, su tutte Toyota. Ma i giapponesi hanno imposto nuovi valori, come l’affidabilità dei prodotti, e si sono conquistati ampie fette di mercato. Poi hanno imparato a disegnare belle auto, e per Ford sono arrivati tempi duri. Del downsizing.

Lo stesso sta avvenendo nell’industria dell’informazione, dice il professor Christensen. Gli aggregatori di notizie hanno imposto nuovi valori, come la rapidità dell’informazione, la possibilità di ricevere news in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Con gli utili in rapida crescita, anche l’Huffington Post ha iniziato a proporre, infine, contenuti originali, di qualità. E, ci scommetto, si candida a scalzare in Italia L’Espresso, testata pubblicata dallo stesso editore.

Per restare sul mercato, per non chiudere decine di testate, gli editori dovrebbero rispondere, meglio dei loro concorrenti, a questa domanda: come posso soddisfare le richieste dei miei lettori? Qual è, nel lessico di Christensen, il job-to-be-done?

Nell’arredamento, un settore certo molto saturo, Ikea è riuscita a imporsi. Ce l’ha fatta perfino in Italia, paese di mobilieri. Ha infatti risposto meglio di altri al job-to-be-done. Oggi molte persone devono arredare casa rapidamente, perché rapidamente la cambiano. E vogliono un pizzico di design nelle abitazioni. Ikea ha risposto alla perfezione a questa domanda: «Devo arredare questo appartamento e devo farlo rapidamente ed efficacemente». Il marchio svedese si preoccupa perfino di consegnare i mobili nel giorno stesso dell’acquisto. Pù di così.

Quale richiesta rivolgono oggi i lettori a chi fornisce loro le notizie? Per Christensen è la seguente: «Ho dieci minuti liberi in cui far qualcosa ma non so cosa (perché sono in metropolitana o in attesa dal dentista etc etc). Aiutatemi a riempire il tempo con contenuti e informazioni interessanti e divertenti».

Voi come rispondereste?

(continua)

La fonte: «Nieman Reports di Clayton M. Christensen, docente alla Università di Harvard,David Skok e James Allworth».

M’interessa perché: 1) aiuta ad avere una mappa in questo casino; 2) aiuta a capire come ragionano gli editori; 3) dà qualche consiglio ai giornalisti.

Il punto: capire se gli editori, quelli per cui lavoriamo, possono salvarsi.

Harvard Business School: Nieman Reports

 

 

 

 

 

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Le parole che non mi hai detto/ Legacy costs

Incontro questa parola negli articoli sull’impatto e le conseguenze che la transizione al digitale provoca nell’industria dei quotidiani e dei periodici: sulla carta stampata.

Legacy costs, i costi ereditati. Il peso dell’eredità.

Perché le media company che hanno successo nel giornalismo digitale non portano a casa, per il momento, gli stessi soldi che faceva e che ancora fa l’industria della carta stampata. E dunque chi lavora nel digitale non viene pagato come i giornalisti della carta. E non si vede riconoscere gli stessi diritti e garanzie, i contributi previdenziali, l’inquadramento professionale (in Italia molti giornalisti del digitale non hanno un contratto giornalistico). Negli Usa la differenza consiste anche nella mancanza delle assicurazioni sanitarie e previdenziali di cui beneficiano i dipendenti delle grandi società.

In altre parole, come suggerisce Wikipedia alla voce “legacy costs”, questi sono un retaggio del Secondo Dopoguerra, di quella lunga parentesi di pace, pace lavorativa (sappiamo che è una semplificazione. Ingiusta. Barbarica. Ma fa capire la differenza con i tempi odierni), nella quale il Welfare State e buone condizioni contrattuali erano un’area in progressiva espansione. Scordatevelo, sembra dire l’industria del digitale. Nel migliore dei casi questo significa che, noi giornalisti-del-secondo-dopoguerra (qualcuno però ha 30 anni), saremo meno benestanti. O poveri.

Legacy costs, sono una struttura dei costi che gli editori ritengono di non poter più sostenere, perché hanno fatturati in picchiata e margini di guadagno ridotti o inesistenti. Per ora. Non tutti. Ma ne parlo ogni giorno su questo blog, nei post di Futuro dei Periodici.

Legacy costs, ne sentiremo ancora parlare. Finalmente l’abbiamo pronunciata questa cosa, era inutile tenerla lì, inespressa, segreta. «Ragazzi, arrivateci da soli». Ecco, ci siamo arrivati. Sappiamo che cosiderate i nostri contratti giornalistici come dei legacy cost. Beppe Grillo dà contro ai giornalisti, la gente lo segue, pensando che i giornalisti siano tutti ben messi come Bruno Vespa e i conduttori dei tg nazionali. E noi dovremo difendere quei legacy cost. Da soli.

Wikipedia: legacy costs

Ibtimes.com: Newsweek e i legacy costs   «The mounting legacy costs associated with Newsweek’s print version were not sustainable».

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Intermezzo/ Splendori del giornalismo multimediale

Non ci sono solo le incognite e i rischi della trasformazione dell’editoria nell’era digitale. C’è anche l’eccitazione per le modalità espressive, nuove e solo in parte esplorate, che la convergenza dei media permette. Testi, video, foto, grafica allargano il ventaglio delle tecniche a disposizione del giornalista.

Un bellissimo prodotto è questo esempio di racconto multimediale, di multimedia storytelling, del New York Times, la storia «A Year At War» (NYT: la storia multimediale premiata al duPont Award), che ci fa seguire un battaglione di militari statunitensi nella loro missione in Afghanistan.

Video, voice over, fotografie, interviste, presentano i soldati, seguono quel che accade loro, ci fa entrare nella vita quotidiana di una base militare, mostra il combattimento, la preghiera, l’incontro con la morte, i contatti con i familiari a casa, e piccoli episodi anche divertenti che punteggiano la vita in un paese ignoto ed esotico, come i mezzi di trasporto degli afghani e i cani che scorazzano in ogni angolo del paese.

Il raconto ha vinto in gennaio il duPont Award.

Minteressa perché: 1) si allargano, con il digitale, le possibilità espressive dei giornalisti; 2) viviamo in un’epoca per certi versi entusiasmante; 3) non ci sono solo i problemi d’occupazione e conti in rosso.

Il punto: transizione al digitale significa anche acquisire nuove competenze. Chi dorme non piglia pesci.

NYT: la storia multimediale premiata al duPont Award

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Mentre gli altri sono fermi, gli affari di Springer nel digitale continuano

Una bella intervista di Lettera43 sul successo dell’editore tedesco Axel Springer nel digitale. Parla il presidente di questo gigante della stampa europea, l’italiano Giuseppe Vita, 77 anni, occhi celesti da vero teutonico, manager dal curriculum ricco, dal farmaceutico alle banche, sempre in una dimensione internazionale.

Quest’uomo certo non nativo digitale spiega la ricetta di Springer nel digitale. Ne ho parlato in post del 29 e del 22 agosto (2012).(Springer 1  Daily Mail e Springer 2)

Mentre Newsweek sparisce dalle edicole e lascia solo una traccia nel digitale, i tedeschi già nel luglio scorso facevano il 33,9 per cento del fatturato sulle varie piattaforme tecnologiche, complementari alla carta.

Ci sono contenuti editoriali ma anche tanto e-commerce. Una strada mista che dà frutti. Vita spiega come si sia arrivati a questo assetto passando anche attraverso complesse, e dolorose, ristrutturazioni. Ma il tema degli esuberi è stato affrontato, dice Vita, alla maniera tedesca: prepensionando. Viene da pensare che la maniera tedesca viene applicata in Germania, perché in Italia altri tedeschi, quelli della casa editrice Gruner und Jahr, hanno usato la mannaia nello stato di crisi presentato a inizio ottobre: 36 esuberi su 72 giornalisti, con il rischio reale che non ci siano ammortizzatori “dolci” per loro.

Ecco l’intervista, fortemente consigliata. E un piccolo estratto.

«DOMANDA. Che cosa si intende quando si dice che Axel Springer punta al digitale?

RISPOSTA. Di sicuro non basta trasportare su internet le proprie testate. Questo è banale, è la condizione di base.
D. È ciò che hanno fatto finora la maggior parte dei grandi editori italiani.
R. Intendiamoci, è un primo passo obbligatorio. Ma una volta che una testata va su iPad quanto può guadagnare in termini di abbonamenti? Si può parlare di 10, 20, 30 mila copie se l’editore è proprio bravo…
D. Quindi?
R. Bisogna diversificare.
D. Come?
R.  Il nostro fondatore, Axel Springer, diceva: «La nostra finalità non è stampare carta, è comunicare»…………

M’interessa perché: 1) mostra la strada da seguire per trovare un modello di business; 2) la carta rimane, è l’unico modo per far vedere cos’è esattamente quel prodotto editoriale, la carne e il sangue del brand; 3) per far soldi bisogna diversificare: e-commerce, e-commerce, e-commerce.

Il punto: uscire fuori dalla palude in cui è sprofondato Newsweek.

Lettera43: come fa il digitale Axel Springer

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Come procede la transizione al digitale

Alcune riflessioni sul passaggio al digitale in Gran Bretagna.

Si descrive l’impasse degli editori. La copia digitale del cartaceo, un banale Pdf, è poco appetibile per il lettore: la consultazione a base di zoom in e zoom out delle pagine è faticosa e noiosa. Ma la creazione di edizioni originali per iPad è costoso. Nell’attesa che la gente passi ai tablet (in Gran Bretagna per la fine del 2015 si raggiungerà la cifra di 30 milioni di tablet venduti) molti editori si limitano a prender tempo.

M’interessa perché: 1) spiega la lentezza degli editori nella transizione al digitale.

Il punto: cosa sta realmente accadendo nella transizione al digitale.

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Lo stato dell’arte/ Un articolo del New York Times

Tanto per dare un’idea sul punto in cui ci troviamo, leggete questo pezzo del New York Times. Contiene la fotografia di cos’è oggi l’industria dei periodici e riporta riflessioni e paure che tutti noi conosciamo. La notizia di partenza riguarda Newsweek e le difficoltà incontrate dal prestigioso newsmagazine statunitense, per il quale potrebbe presto avvenire la completa conversione al digitale e l’addio al cartaceo.

Ecco come l’autore, David Carr, inizia il pezzo: «Making a weekly newsmagazine has always been a tough racket. It takes a big staff working on punishing deadlines to aggregate the flurry of news, put some learned topspin on it and package it for readers. But that job now belongs to the Web and takes place in real time, not a week later.».

Articolo di The New York Times su Newsweek e l’industria dei periodici.

Mi interessa perché: 1) questo articolo spiega esattamente qual è lo stallo dei periodici; 2) cosa sta succedendo ai newsmagazine come Newsweek; 3) permette, attraverso il confronto con gli Usa, di avere un punto di riferimento per l’Italia: la caduta di diffusioni e pubblicità riguarda tutto il mondo occidentale.

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